La rivoluzione della cucina, la rivoluzione in cucina / Il ” Pranzo di Babette” di Karen Blixen

L’ immaginazione al potere. Il vecchio slogan del ’68 condensa perfettamente entro di sé il racconto breve di Isak Dinesen alias Karen Blixen. Il potere visionario della cuoca Babette, rifugiata politica a seguito della sconfitta della Comune di Parigi del 1871, dona nuova linfa alla grigia comunità protestante del villaggio norvegese nel fiordo di Berlevaag. Qui un destino capriccioso (“Capricci del destino” è la raccolta di racconti che comprende il nostro) consente l’incontro tra la petroleuse (incendiaria) ex-chef francese del prestigioso Cafè Anglais e le due sorelle Martina e Filippa sulle cui vite aleggia la triade di angeli custodi costituita da Lutero, Melantone e dal loro defunto padre, il decano del villaggio.

Immuni al vizio, alle illusioni della vita terrena, alle vanità umane (tutte caratteristiche ben impersonate dal viveur tenente Loewenheilm e dal “Don Giovanni” dell’ opera Achille Papin) conducono una vita serena e cadenzata priva di emozioni e sussulti rinunciando alle proprie vocazioni in nome di una felicità ultraterrena. Così come in “Teorema” di Pasolini, dove l’elemento della sessualità erompendo al chiuso della famiglia borghese faceva esplodere le contraddizioni e le ipocrisie, qui l’arrivo dell’energica cuoca porta una ventata d’aria fresca nella cupa diocesi luterana via via sempre più disgregata e rancorosa in quanto ripiegata in sé stessa. Nel racconto della Blixen però i protagonisti riusciranno a ritrovare un nuovo modo di stare assieme riparando ai dissidi del passato e scoprendo i piaceri della vita che altro non sono forse che il Piacere della Vita stessa. E il donare e il donarsi, temi fondamentali dell’opera, acquistano una nuova valenza approdando ad una dimensione di condivisione e di riscoperta dell’altro e non più solo di rinuncia terrena.

Il pranzo, sorta di rovesciamento semantico dell’ Ultima Cena, altro non è allora che la porta di ingresso al nuovo mondo e ciò è provato dall’alone onirico di indefinito che lo ammanta (“Niente di ciò che accadde più tardi può essere riferito in modo preciso. Nessuno degli ospiti ne serbò,poi,un chiaro ricordo”), dove ognuno lottando con i propri fantasmi del passato (esemplare il caso del giovane e anziano Loewenheilm) salda il proprio debito con la vita scoprendo nuovi valori o recuperando il terreno perduto ( i due anziani amanti che riescono a dimostrarsi l’amore reciproco trovando il coraggio di baciarsi dopo decenni).

E Babette, come la Vianne Rocher in “Chocolat” di Joanne Harris, rappresenta simbolicamente quel vento che si incunea al chiuso del villaggio e che, sparigliando le nuvole su di esso addensate, porta il tanto agognato raggio di sole. Solo che nella Blixen l’ex comunarda non ha bisogno di continuare nella sua “missione apostolica” verso altri lidi perché ha finalmente raggiunto la pace che desiderava dopo massacri, guerra e fame e può donare tutta sé stessa a coloro che davvero sanno apprezzare la sua arte e la sua umanità.

Racconto rivoluzionario sull’accoglienza ( e di grande attualità nella nostra epoca) e sul valore, conviviale e pacificatore sull’animo, del cibo sganciato completamente dal suo aspetto economico, consumistico , di marketing e dalla retorica dell’eccellenza a tavola che occupa nell’odierno il discorso gastronomico. Un racconto, in sostanza, per veri e propri gourmet della grande letteratura che mette, è il caso di dire, l’acquolina in bocca. Scontato consigliare, a questo punto, la visione dell’ottimo film che il regista danese Gabriel Axel nel 1987 ha tratto dall’opera, vincitore del Premio Oscar come miglior film straniero.

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Autore: ilprismadinewton

Blog indipendente di contaminazioni letterarie

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