Il doppio tra Dickens e Borges / “Roderick Duddle” di Michele Mari

Opera spudoratamente anacronistica, forse del più inattuale autore italiano contemporaneo, e fortemente debitrice di tutta la tradizione classica in lingua inglese tra Settecento e Ottocento. Infatti da Lawrence Sterne, Mari riprende il tono colloquiale ironico e sbeffeggiante verso il lettore ( oltre alla natura fortemente digressiva dell’intreccio) e da Henry Fielding e Charles Dickens le vicende dell’orfano che, a sua insaputa, è destinato ad ereditare un’ enorme ricchezza. Da Stevenson ( e in particolare da “L’isola del tesoro”) preleva gran parte della tematica della parte conclusiva, trasformando il romanzo di terra in romanzo di mare ( con tanto di ammutinamento e omaggio alla figura del Capitano William Bones) , infine da Poe il gusto horror e gotico e da Melville la narrativa marinaresca e così via.

Romanzo romanzesco dal ritmo incalzante ed estenuante (vedi la copertina con il ragazzo in abiti ottocenteschi intento a correre) composto da 500 densissime pagine di avventure, intrighi, inseguimenti, efferati omicidi, imbrogli, alleanze. Il tutto per un’eredità che fa gola a molti, disposti ad ogni mezzo per ottenerla. Vera e propria interminabile partita a scacchi dove i mandanti muovono a loro piacimento le rispettive pedine e dove ad ogni mossa corrispondono una miriade di mosse che finiscono con il complicare ( e moltiplicare) a dismisura l’intreccio, Mari fa e disfa la sua tela come una moderna Penelope nel tentativo di rimandare sempre più lontano nel tempo la chiusura del romanzo. E quindi atto d’amore smisurato, il suo, verso il mondo della letteratura, ( in particolare di quella inglese d’avventura di cui è profondamente intriso) mondo di cui egli si rende conto esser vano lo sforzo di tener fuori dalla vita quotidiana. Su questo, infatti, l’incipit è ben chiaro : “In verità…io…mi chiamo….Michele Mari”. Ma nessuno gli crede e il protagonista/autore si trova catapultato nella dimensione della finzione, popolata di tutte le sue avventure lette, dalle ossessioni (anche erotiche), dalle manìe, dagli incubi. Da ciò affiora il grande elemento di originalità di “Roderick Duddle”, che altrimenti sarebbe stato solo un semplice (anche se colto, studiatissimo e stilisticamente perfetto) rifacimento del romanzo ottocentesco: cioè l’irrompere dell’ autobiografia e dell’aspetto del rimosso freudianamente parlando. Michele Mari è qui fortemente debitore, allora, anche dell’universo borgesiano, dei suoi labirinti mentali che si replicano all’infinito e del tema del doppio perché qui gli orfani diventano due ( e in un certo momento sembrano addirittura triplicarsi).

Il cerchio si chiuderà quando , si badi, dopo che i “cattivi” si saranno non solo tutti salvati ma avranno anche ottenuto ognuno la loro parte di bottino, Roderick nel sogno si immagina terrorizzato di vivere in una moderna grigia e lurida città d’Italia e di essere un adulto di nome Michele Mari che lavora al chiuso (e noiosamente dopo tante avventure!) di un’università. In altre parole, la realtà si fa di nuovo largo e dissolve il sogno oppure è il sogno che si fa spazio sempre più fino a soppiantare la realtà stessa? Questo è l’interrogativo di fondo (modernissimo) che Mari si pone e ci pone. E’ nelle quattro o cinque pagine scarse all’inizio e alla fine che è racchiuso tutto il senso del suo lavoro; il resto è solo intreccio, avventure, fantasia romanzesca. Il resto è solo divertimento. E allora che Mari abbia voluto giocare come non mai col lettore? Che “Roderick Duddle” non sia nient’altro che un raffinato divertissement letterario in veste di antico feuilleton denso di virtuosismo citazionistico al limite del narcisismo? La risposta a tutto questo è in una frase del libro dove il narratore, rivolgendosi al paziente lettore, dice : “ Non chiedere dell’altro, lettore, non chiederlo mai”. (pag. 133).

 

Nella foto, illustrazione per la prima edizione dell’ “Oliver Twist” di Charles Dickens

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Autore: ilprismadinewton

Blog indipendente di contaminazioni letterarie

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