Visioni dal sottosuolo / “Una solitudine troppo rumorosa” di B. Hrabal

Tra tutte le opere di Hrabal, questa è forse la più strana, complessa, poetica ( si pensi che uscì come samizdat non a caso in versi nel 1977 per poi approdare alla versione definitiva solo dopo due edizioni in prosa), simbolica, sfuggente, in una continua contaminazione tra reale e fantastico, sogno e contingenza. Vero e proprio “racconto del sottosuolo” dove il protagonista, Hanta, è un operaio che lavora da 35 anni alla pressa meccanica per libri da macero proibiti dal regime. “Istruito contro la sua volontà”, come egli stesso dice, dal contatto con l’infinita mole di morituri cartacei, scopre l’amore per la letteratura e crea anzi, ri-crea, una narrazione a partire da una pagina o una frase letta di un libro salvato e inglobato ben visibile su una delle facce del parallelepipedo pressato. Difesa estrema la sua della cultura e della propria solitudine rivendicata in contrapposizione al “rumore” generale del mondo (di sopra) che lo circonda. Ciò gli consente di astrarsi dalla brutalità del reale (la censura, la diffidenza verso la cultura, l’alienazione del lavoro meccanico e l’idolatria dello sforzo produttivo industriale) e dialogare con i grandi pensatori del passato come Novalis, Kant, Lao-Tze, Gesù.

Nell’opera più filosofica e mistica di Bohumil Hrabal, i singoli frammenti di memoria dello “stramparlone” ( pàbitel in ceco ovvero il chiacchierone compulsivo che afferma, nega, contraddice e dimentica tutto dopo una bevuta e senza soluzione alcuna di continuità, rielaborando nel reale storie e favole dell’immaginario) Hanta evocano l’amore dove c’è solo distruzione e dove si fa pressante ( è proprio il caso di dire) l’avvicinarsi del tramonto del regime cecoslovacco. Amore come unico principio in grado di illuminare l’impenetrabile caos della vita “riparando” ai suoi contrasti. E, nello specifico, amore per il pensiero umano attraverso i secoli e amore per le donne, le belle zingarelle di cui amava circondarsi in gioventù ( che lo introdussero ai segreti della vita e dell’umanità) tra cui la povera Mancinka tenera e solitaria anima gemella portatagli via dalla Gestapo e finita in un forno crematorio.

Specie di “museo immaginario dell’antico passato e del vivente presente” ( come definì l’opera Hrabal in un’intervista), il testo è tutto giocato su movimenti contrastanti: il mondo di sopra e il sottosuolo, realtà e immaginario, amore e morte simbolicamente rappresentati dal ciclo di pressatura che avanza, schiaccia e torna indietro in analogia ( ce lo dice sempre lo stesso autore) con il moto dell’ Universo, cioè con il ciclo stesso della Natura. E qual è la massima aspirazione dell’uomo in armonia con sé stesso e con ciò che lo circonda se non fondersi e divenire con il cosmo un tutt’uno? E’ quello che farà Hanta in conclusione del racconto dove, in polemica con la “dismissione” del suo lavoro obsoleto sostituito da una più grande e performante pressa idraulica, come un Seneca o un Socrate sceglierà di porre termine alla sua esistenza infilandosi con i libri vecchi nella sua adorata pressa. Caduta e ascesa al contempo. Morte e resurrezione. Diviene così lui stesso, col suo corpo, come per i suoi innovativi pacchi, il latore di un nuovo messaggio messianico di speranza. Così che, anche da quest’ultimo pacco, si potrà udire ” la risata silenziosa dei libri bruciati, perché un libro come si deve rimanda sempre altrove e fuori”, sberleffo finale a tutti coloro che credono di potersi disfare dei libri semplicemente mandandoli al macero o al rogo.

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Autore: ilprismadinewton

Blog indipendente di contaminazioni letterarie

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