Una risata vi seppellirà / “Il liberatore dei popoli oppressi ” di A. Paasilinna

Datato 1986, ma portato in Italia meritoriamente solo trent’anni dopo da Iperborea e nella felice traduzione di Francesco Felici ( si perdoni il gioco di parole), ” Il liberatore dei popoli oppressi” ( “Surunen il salvatore” in lingua originale) è l’ulteriore prova del talento narrativo dello scrittore finlandese Arto Paasilinna che ci ha ormai da tempo abituati a personaggi rocamboleschi, irriverenti, ribelli, idealisti fino alla follia i quali riescono a mantenere sempre viva la tensione narrativa fino all’ultima pagina.

Il protagonista, Viljo Surunen, glottologo cui va stretta la vita da docente e l’inconcludente partecipazione ad Amnesty International per la difesa dei diritti umani nel mondo, decide di unire alla teoria la prassi e parte per un’impresa disperata: liberare il professore e dissidente politico Ramòn Lopez dalle carceri di uno dei tanti stati dittatoriali centro-americani. Il romanzo, suddiviso in due parti più un epilogo, dopo la breve introduzione in Finlandia e l’avvio del rapporto di coppia in comunione di intenti e di ideali tra Surunen e la bella Immeli, maestra di musica, si cala subito nell’ambientazione del fantomatico stato del Morterey ( nomen omen) vera e propria Repubblica delle banane dove, come dice Paasilinna nell’incipit, “se il dolore fumasse, il mondo intero sarebbe nero di fuliggine”. Tra giunte militari, torture quotidiane, violenze del paramilitarismo, settori della Chiesa cattolica conniventi, enormi diseguaglianze ( tra baraccopoli e lussuose ville con festini del ceto dirigente parassitario), il nostro non solo ne esce miracolosamente illeso, ma raggiunge l’obiettivo di liberare Ramòn Lopez e qualche altro prigioniero tra cui il medico Rigoberto Fernandes ( nonostante durante la fuga il già troppo provato Lopez muoia) e a volare a Mosca in salvo con quest’ultimo. Qui, dopo aver passato alcuni giorni in compagnia di un eccentrico pinguinista e di sua moglie ( già conosciuti nello scalo di andata per il Morterey) e dei loro continui litigi su cui veglia come angelo custode un’autentica aquila, si ritrova proiettato a compiere una missione analoga nella repubblica sovietica della Delatoslavia ( dove dal nome ironico del traduttore cogliamo tutto il clima di terrore e delazione del sedicente modello socialista). Anche nella repubblica del Patto di Varsavia tra innumerevoli colpi di scena , riesce a liberare un paio di detenuti politici ( un vescovo battista e un vecchio furfante da sempre immune ai dettami del regime) e a portarli via dall’ospedale/carcere psichiatrico in cui sono rinchiusi. Compiute le sue due missioni (non solo simboliche) di salvataggio, Surunen può finalmente rientrare in Finlandia e convolare a giuste nozze con Immeli.

Se il libro può apparire a tratti ingenuo e superato ( vista la fine della logica dei blocchi), resta ancor oggi godibilissimo per una serie di ragioni. Innanzitutto perché se il regime sovietico è da tempo crollato, è ancora ben salda in diversi paesi del globo ( e non solo il Centro-America) la longa manus dell’imperialismo americano con tutto il suo corollario di violenze, torture, riduzione degli strati più bassi della popolazione in miseria, sospensione della democrazia, ingerenze e sostegno a governi fantoccio, ecc. Poi, perché il cosiddetto anarchismo folle dei personaggi di Paasilinna, qui mutuato in chiave umanitaria, è un ottimo antidoto in questa nostra epoca all’infame indifferenza della nostra “civile” Europa verso la sorte dei migranti e dei rifugiati politici. Tanto più che sulla questione proprio in questi giorni in Italia il Parlamento discute sull’introduzione del reato di tortura ( anche se molto depotenziato) finora assente dal nostro ordinamento giuridico ( e tanto per citare due casi del fenomeno ci limiteremo a richiamare alla memoria i fatti di Bolzaneto al G8 di Genova del 2001 e la sorte toccata al povero Giulio Regeni, quest’ultimo ancora lontano dalla verità). Ci sentiamo inoltre di sottolineare la ben poco velata critica al burocratismo e all’inefficienza sia di ong come Amnesty International impegnate soprattutto in convegni sterili e nella spedizione di innocue lettere di sollecito ai dittatori di mezzo mondo sia dei regimi dittatoriali che mascherano la loro efficienza dietro tonnellate di visti, permessi, carte bollate nascondendo la cultura del sospetto che li permea e di cui l’autore si fa abilmente beffa passando tra le maglie del sistema tramite il suo Surunen. Infine, come ultimo elemento macroscopico di attualità dell’opera, c’ è l’idea, da Paasilinna applicata ai regimi comunisti dell’Est Europa, che ” chiunque non pensi come vuole il sistema, è un pazzo”, massima che può adattarsi alla perfezione anche ai nostri paesi dove l’omologazione strisciante voluta dai potenti e accettata dai governati mal tollera tutti i segnali di dissenso culturale, sociale, politico.

Paasilinna, tramite la satira del sistema carcerario/psichiatrico, vuole così rivendicare una “sana” dose di pazzia che farebbe maledettamente bene a questo mondo che ha smesso da tempo di sognare e ha finito con lo scoprirsi rassegnato e impotente. E quindi, a tutti quei governanti intenti a sopprimere le proteste e il dissenso citando il leibniziano motto del ” migliore dei mondi possibili” ( già ampiamente dileggiato da Voltaire nel suo “Candido” tramite la creazione del personaggio del ridicolo precettore dottor Pangloss) e a ripetere il mantra del ” non c’è alternativa al presente stato di cose”, l’autore propone di rispondere con l’arma più pericolosa per i regimi di ogni tempo e colore: lo sberleffo, l’ironia graffiante come ultimo atto di resistenza. Sperando, come dice giustamente la seconda di copertina del libro, che ” una risata prima o poi li seppellirà”.

 

Nella foto in alto, Arto Paasilinna

 

 

 

 

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Autore: ilprismadinewton

Blog indipendente di contaminazioni letterarie

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