Il Teatro in piazza / “La bottega del caffè” di Carlo Goldoni

C’è una frase, famosa, impressa sulla facciata del “Colosseo quadrato” (il Palazzo della Civiltà del Lavoro) nel quartiere Eur a Roma, relativa alle qualità del popolo italico sedimentatesi nei secoli e pronunciata dal ducetto del contado di Romagna per giustificare l’intraprendenza coloniale del paese nel 1935: “Un popolo di eroi, di santi, di poeti, di artisti, di navigatori, di colonizzatori, di trasmigratori”. E di bottegai, aggiungiamo noi. Come quelli, ad esempio, che Goldoni porta alla ribalta nell’ avvio alla sua “rivoluzione teatrale” partendo proprio dal testo che andiamo oggi a presentare: “La bottega del caffè”. Se il riferimento al periodo storico dal quale abbiamo pescato la citazione sembrerà troppo azzardato, vi invitiamo a considerare alcune curiose analogie.

La prima riguarda il “clima”. Da un lato un carnevale comico-grottesco infine tragico durato un ventennio con tanto di parate, sfilate e pagliacciate; dall’altro “Il” Carnevale per eccellenza, quello di Venezia, durante il quale si svolge, nell’arco di una sola giornata, la vicenda della “Bottega”. La seconda è una considerazione “di classe”. Da un lato abbiamo una borghesia italiana provinciale e tardo-colonialista che vedeva nell’invasione etiope l’occasione d’oro per espandere i propri traffici e assurgere al ruolo egemonico nella spinta all’imperialismo nostrano ma cieca nel non accorgersi che quello sarebbe stato il punto di non-ritorno verso il drastico crollo. Dall’altro, una classe mercantile veneziana spensierata e carnascialesca appunto della metà del ‘700, colta nel suo ultimo momento di massimo splendore (dopo la “pax aquisgranae” del 1748) ma incapace di vedere i primi gravi segnali della propria crisi irreversibile che culminerà di lì a poco con la fine della “Serenissima”. La terza analogia è di natura etimologica: da un lato abbiamo un Duce e non sarà forse un caso se dall’altro c’è un Doge. Il che equivale a dire che ci troviamo di fronte a due società che, ciecamente fiduciose (per non dire allo sbando), si sono affidate totalmente ad una figura leaderistica o ad una classe ultraprivilegiata e parassitaria. Infine, quarta similitudine, la scenografia: lo scenario di cartapesta che le accomuna entrambe. Cartapesta per rinnovare i fasti del passato imperiale, morti e sepolti da due millenni, da un lato, e la cartapesta, dall’altro, come metafora della Venezia settecentesca immobile e posticcia nella contemplazione del proprio antico splendore del patriziato fondiario.

Accantoniamo ora “l’arditezza” di certi parallelismi storici e veniamo ai nostri affari di bottega. Scritta, “La Bottega del Caffè”, nell’ annus magnificentissimus 1750, in cui Goldoni redasse ben 16 nuove commedie, essa rappresenta senza dubbio il primo sforzo (riuscito) di ottenere una rappresentazione omogeneamente corale, d’insieme cioè, offrendo uno spaccato di vita reale. E’ infatti l’unica opera che ha per titolo l’ambiente che descrive, e non il protagonista, anche se inizialmente egli aveva pensato di nominarla “Il maldicente”. Per tale motivo, oltre al fatto di scriverla prima in veneziano e poi ritradurla in toscano per farla uscire dai confini della Repubblica, e per il superamento della presenza di personaggi presi a prestito dalla Commedia dell’Arte, (Brighella come Ridolfo e Arlecchino come Trappola) si può parlare a pieno titolo di “commedia della svolta”.

Riguardo all’ultimo aspetto, si deve considerare che il rapporto tra Goldoni e la tradizione teatrale (dove per questa s’intende il filone da due secoli consolidato della Commedia dell’Arte e delle sue maschere) fu sempre contraddittorio e che egli non fu un innovatore drastico, ma paziente e graduale per non “bruciare” troppo presto la carriera di commediografo che aveva deciso d’intraprendere a tempo pieno. Della Commedia egli ammirava infatti l’indubbia perfezione del meccanismo compositivo (giochi degli equivoci, agnizioni, scambi di ruolo, rapidi passaggi di scena, ecc.) ma provava orrore per il rigido schematismo della codificazione delle maschere in grado di non assolvere al compito “moderno” di evidenziare la molteplicità delle sfumature caratteriali dell’individuo, le sue mutevolezze e il rapporto con l’ambiente sociale e il ceto di riferimento. Oltre a questo scoglio di ammodernamento del repertorio tradizionale, si trovò anche a dover superare la difficoltà rappresentata dalla forma di teatro in auge all’epoca che non era il teatro di prosa ma l’opera in musica. In un’epoca in cui era pienamente maturata sia l’ascesa della classe borghese, ancor priva però di adeguata rappresentanza politica, (prerogativa esclusiva del patriziato censorio) sia la fase di declino della nobiltà fondiaria, Goldoni porta alla ribalta la vecchia maschera di Pantalone (crogiuolo di vizi come avarizia, lussuria, volgarità, ecc.) trasformandola nel prototipo dell’eroe borghese ovvero il mercante, laborioso, generoso, onesto, dotato di buon senso e ricco di virtù. L’idea cioè della borghesia come unico “vettore del cambiamento”. (Da tutto ciò il lettore ben comprenderà l’ironia del nostro accostamento iniziale della figura del bottegaio a quella degli eroi destinati a grandi imprese e alla salvezza della Nazione).

Tale nuova veste cucita sulla maschera di Pantalone procede in parallelo con l’uso di un nuovo dialetto che ora non si fregia più di essere solo pittoresco e distintivo dei vari caratteri, ma diviene emblema di un lessico vivo, ricco d’inventiva, di allusioni anche piccanti, eloquente e coinvolgente (“la lingua non fa la commedia, ma il carattere”, diceva Goldoni). Nella “Bottega del caffè”, questo eroe è impersonato dal proprietario del “bar”, Ridolfo (grazie al quale avviene la riappacificazione di ben due coppie marito/moglie), circondato da loschi e ambigui personaggi: un biscazziere, una donna di facili costumi, un ingenuo e perdente giocatore d’azzardo indebitato fino al collo, un baro di professione e l’antagonista, Don Marzio, “gentiluomo” napoletano. Questi è il “maldicente”, il pettegolo impiccione seminatore di zizzania che, dotato di un “diabolico” occhialetto osserva e squadra tutti mettendo a nudo la ridda di commerci, amori e truffe che animano il campiello veneziano dove sorge la bottega (vicino a un barbiere, una bisca e una locanda).

Nella ricomposizione finale, a pagare saranno il proprietario della bisca arrestato grazie alla sua delazione e Don Marzio stesso, messo alla berlina e, riconosciuto nella sua infida natura, costretto a fuggire dalla città dove “tutti vivono bene, tutti godono la libertà, la pace, il divertimento, quando sanno esser prudenti, cauti ed onorati”.

Nella “Bottega”, microcosmo carnevalesco dove non tutti sono quel che sembrano, Goldoni insomma trasporta la vita quotidiana, reale degli affari (legali e illegali), del commercio e dei sentimenti di una classe sociale verso la quale ancora nutriva speranze per il cambiamento a Venezia. Apoteosi di questo suo ottimismo sarà, un paio d’anni dopo, l’opera sua forse più nota (anche grazie ad adattamenti televisivi) ovvero “La locandiera”. Qui l’apologo goldoniano della borghesia si tramuta in elogio dell’intelligenza. Nella centralità della figura femminile e nel macchiettismo di alcuni personaggi come il Conte d’Albafiorita, ricco mercante che si è comprato il titolo nobiliare, stanno alcuni elementi di novità delle sue commedie. Specie nell’ultimo, che incarna il tramonto del mito di Pantalone ovvero la consapevolezza, che si fa sempre più strada in Goldoni, dell’incapacità della borghesia di essere il vero motore di ripresa della società dell’epoca. Egli s’accorge infatti, da acuto osservatore qual era, che il rozzo conservatorismo utilitarista della classe media veneziana era un freno alle spinte progressiste (i personaggi borghesi delle sue commedie di qui in avanti saranno allora reazionari-misantropi, nostalgici del passato, amanti dell’ostentazione del lusso, boriosi arricchiti, ecc.). Da ciò deriva la sua “riscoperta del popolo” negli ultimi anni veneziani: nella classe popolare egli vedeva la libertà, la schiettezza e la spontaneità. Siamo allora giunti all’altra svolta del suo percorso teatrale: “Le baruffe chiozzotte” (1761), con cui si conclude la sua ricerca sul Teatro e sulla rappresentazione dei caratteri umani.

Trasferitosi a Parigi, convinto di poter trovare nel clima illuminista nuova linfa e nuove possibilità di sperimentazione, scoprirà anche lì una società allo stato terminale, e tolto un breve periodo di committenze da “cortigiano”, si ritroverà con le mani completamente legate (la moda del tempo verte sui balletti allegorici, le rappresentazioni mitologiche e i vecchi stereotipi della Commedia dell’Arte solo che con toni più sfarzosi). Inoltre, con la rivoluzione, vedrà i suoi vitalizi revocati e morirà da solo in povertà. Ma l’immortalità del suo teatro quella nessuno gliela potrà toccare se è vero che la sua fortuna, dopo quasi tre secoli, è ancora oggi al massimo livello. E quei personaggi minori e minimi che ci ha consegnato sono perfettamente in grado di raccontarci la Grande Storia meglio e più dei molti blasonati tomi di saggistica.

 

In alto, Goldoni ritratto da Alessandro Longhi (1757)

Annunci

Autore: ilprismadinewton

Blog indipendente di contaminazioni letterarie

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...