La valle incantata / “Grigia” di Robert Musil

La novella “Grigia” è il frutto della permanenza nella valle dei Mocheni da parte di Robert Musil dal maggio all’agosto 1915 in qualità di tenente dell’esercito austro-ungarico. Dalle sue impressioni, dalle osservazioni dei luoghi e della vita degli abitanti della piccola comunità germanofona raccolte nei diari, lo scrittore austriaco (il cui nome è legato soprattutto all’opera d’esordio “I turbamenti dell’allievo Torless” , 1906 e al grande romanzo incompiuto “L’uomo senza qualità”) concepisce un breve racconto, pubblicato nel 1921, che contiene molti spunti di riflessione letterari e filosofici. Musil, come tanti altri intellettuali della sua epoca, si trova infatti a vivere a cavallo tra due epoche: una non ancora tramontata e l’altra non ancora sorta. Sconvolto dalla fine degli ideali del positivismo ottocentesco così come dalla carneficina della Grande Guerra e dalla dissoluzione del mito dell’ Austria Felix, elabora un proprio sistema di pensiero (influenzato senza dubbio dagli studi psicanalitici e dalla filosofia di Nietzsche ma non solo) che lo porta a concepire il cammino dell’Uomo come finalizzato alla ricerca interiore dell’ Altro Stato (anderen Zustand) cioè quell’altra dimensione esistenziale di crescita ed elevazione spirituale dei sensi, di mistica estatica in grado di superare la contingenza terrena. Da interventista convinto la guerra è secondo lui la grande occasione che ha l’uomo per lo “schianto metafisico” con cui passare dallo “stato normale” all’ “altro stato”. Evento cioè di potenziale trasformazione, collettiva e individuale nello stesso tempo, di affrancamento dai legami della società borghese, di dissoluzione dell’Io e successiva ricomposizione nel super-Io, percorso catartico di rigenerazione. Vede infatti nell’immobilismo, nella pesantezza della macchina burocratica e amministrativa austriaca, nella corruzione, nell’affarismo, i sintomi della decadenza culturale di quell’impero che definiva satiricamente di “Kakania”, ovvero un paese dove tutto è imperial-regio (Kaiserlich – Koniglich ovvero abbreviato k.k. dalla pronuncia “kaka”). La fine della guerra lo vedrà sempre più spettatore disilluso e in disparte, ma in grado di completare la ricerca filosofica sull’uomo moderno che trova piena realizzazione nella sua opera-mondo, quell’ “Uomo senza qualità” che lo impegnerà dal ’26 al ’42, anno della morte che avviene da rifugiato politico e in povertà a Ginevra.

Ma ora veniamo alla nostra novella. Scarna, vista anche la sua brevità, è la trama. Il geologo Homo, in piena crisi familiare ed esistenziale, è chiamato dall’imprenditore minerario Hoffingott a trascorrere un periodo nella valle del fiume Fersina alla ricerca di filoni auriferi. Qui cade vittima del “clima” particolare dell’ambiente e inizia un percorso di “discesa agli inferi” innamorandosi di una contadina del luogo, la Grigia del titolo appunto, senza aver raggiunto l’obiettivo finale ma anzi trovando la morte che conclude anche il velleitario tentativo estrattivo dell’impresa mineraria.

Opera ricca di significati e rimandi simbolici, “Grigia” racchiude in sé una narrazione a ciclo chiuso che si riflette perfettamente nell’incipit e nella chiusa: C’è nella vita un tempo in cui essa rallenta vistosamente come se esitasse a proseguire o volesse mutar direzione. In un tale momento può succedere che ad uno capiti più facilmente una disgrazia e, alla fine, Alla stessa ora, viste l’infruttuosità di tutte le loro fatiche e l’inutilità dell’impresa, Hoffingott diede l’ordine di sospendere i lavori. In questo stato di “sospensione dei sensi”, riportato nella frase iniziale, si crea cioè quella frattura nel normale percorso di vita dell’ “uomo medio” Homo che diviene così il pretesto per l’esperienza mistica e mitica del luogo “altro”. Nella “valle incantata” egli compirà un cammino iniziatico della cui pericolosità Musil avverte subito il lettore e anzi in cui subito dà ad intendere il tragico finale. Finale in cui la ricerca fallimentare dell’oro è metafora dell’infruttuosità della ricerca esistenziale di Homo che rimane così “impigliato” nell’atmosfera ambigua e incantatrice del luogo fino a lasciarsi annientare senza opporre resistenza. La valle quindi diviene la vera protagonista della novella, è una valle cosmo e microcosmo dell’incantamento, un Zauberwelt. La radice zauber in tedesco, che ricorre spessissimo nell’opera, è infatti quasi intraducibile in italiano, (si pensi a Der Zauberberg l’opera cardine del pensiero di Thomas Mann che da noi è tradotta a volte come montagna incantata e a volte come magica) in quanto indica quell’incantamento che ha del maleficio, del sortilegio. La Valle è cioè un mondo pericolosissimo, un mondo isolato, arcaico in cui non vigono le stesse regole del mondo di fondovalle, irto di pericoli che possono condurre chi vi si avventura e lo osserva senza il giusto sguardo, a smarrimento, perdizione e annientamento.

Musil insiste molto su questo aspetto di alterità che subito appare ad Homo quando, lasciata Pergine, (ricca e chiusa cittadina italiana) si inerpica per la difficile strada che lo porterà a Palù del Fersina. Qui Tempo e Spazio assumono valenze differenti da quelle conosciute fin lì da Homo e gli abitanti (lontanissimi dal “mito del buon selvaggio”) nel loro primitivismo ed esotismo divengono strane e sfuggenti divinità custodi dei boschi e delle montagne, che non rispondono ai richiami e alle leggi del mondo di sotto. E’ così che allora: gli zoccoli delle donne assomigliano a piroghe, sono vestite con calze blu e marroni come giapponesi, siedono in attesa al centro del sentiero tirando su le ginocchia come negri, hanno un cranio come quelli di un’azteca, il villaggio sembra un insediamento palafitticolo preistorico e via dicendo. Il tutto per sottolineare l’idea di stranezza e straniamento che avvolge il protagonista.

La contadina Grigia è la perfetta allegoria dell’atmosfera di incantamento che circonda la valle (e non a caso offre il titolo al racconto). Ella è una delle custodi di questo mondo,difficilissimo da comprendere, un mondo incorrotto e irraggiungibile, impossibile da afferrare per l’animo umano dove le sfere animale, vegetale e minerale vivono in una primordiale perfetta simbiosi, in un meccanismo autoregolatore, in grado però di difendersi da qualsiasi intromissione dall’esterno, “inghiottendo” nelle sue oscure viscere gli “impuri” e i profanatori. Un mondo dove regna la “morte fiorita”, quell’esperienza estatica di “scioglimento dei sensi” e ricongiungimento nella natura che prova Homo nel bosco di larici. Grigia è cioè sia ninfa che sirena dal pericolosissimo richiamo, custode e adescatrice allo stesso tempo: è l’anima nascosta e pura della Natura, di una natura matrigna cioè, di leopardiana memoria. Non appartiene a nessun mondo ben definito e appartiene a tutti i mondi: si chiamava Lena Maria Lenzi; questo nome suonava di ametiste di cristallo e fiori; ma ancor più volentieri la chiamava Grigia come la vacca ch’essa possedeva […] aveva la dolce naturalezza di un sottile funghetto velenoso. E sull’ambivalenza del ruolo della Natura: non ci si deve illudere perché la natura non è affatto naturale; sa di terra, è spigolosa, velenosa e disumana ovunque l’uomo non le abbia imposto il proprio giogo. E ancora, sulla descrizione della contadina: una bella mano come leggero terriccio da giardino […[ zoccoli da cui la figuretta spuntava come da radici selvatiche. E’ chiaro allora che l’innamoramento di Homo (che nel nome ambivalente richiama sia il termine humus, terra fertile in potenza per il cammino iniziatico, sia il nome comune della specie umana e cioè l’uomo qualunque, senza qualità, l’uomo della possibile ricerca) non è tanto cercato quanto subìto, in quanto vittima del magnetismo ipnotizzante della Valle (Poco tempo dopo egli era diventato l’amante di una contadina […] era successo un qualcosa da lui non voluto ma subìto) ed è un amore che supera i canoni, un’esperienza totalizzante e annientatrice (era un amore etereo e libero d’ogni altro aspetto terreno, in quella meravigliosa maniera che conosce soltanto chi deve chiudere con la vita e aspettare la propria morte). Grigia è sfuggente ed  evasiva (Da Grigia non si cavava nulla. Trovava delle scuse, la si incontrava più di rado, era guardinga con le parole come un contadino diffidente); rappresenta lo spirito indomito della Natura che non è disposta a lasciarsi “corrompere” e “civilizzare” dall’uomo; una natura che lotta (e vince) e resiste ad esempio al potere attrattivo del denaro e della speculazione, come è l’impresa mineraria avviata da Hoffingott. Una natura che si oppone tenacemente al tentativo di sottrazione da parte del capitalismo dei “tesori” nascosti nelle sue viscere recondite e che inghiotte e seppellisce i suoi profanatori. Grigia è l’anima della valle che si ribella a quell’ “economia di rapina” che fu l’attività mineraria in quei luoghi fino al XVII secolo la quale sottraeva agli abitanti la risorsa fondamentale cioè il legname (usato ad esempio per puntellare le gallerie) senza restituire un’adeguata contropartita ( si pensi che i concessionari dei diritti minerari importavano manodopera specializzata da oltre confine senza ricorrere cioè a maestranze lo cali e che quando cessava l’estrazione si smontava e si portava via tutto per andare a “bucare” altri luoghi). Ecco che allora “Grigia” può essere vista (anche) come una parabola ecologista e anticapitalista. Tra l’altro, tale lettura pare confermata dai diari e dalle annotazioni di Musil nel breve periodo di soggiorno a Palù in cui potè constatare come, a seguito dei movimenti e dei preparativi bellici, la valle fosse stata invasa e piegata agli scopi militari. Parliamo quindi di fortificazioni, disboscamenti, sfollamenti di parte della popolazione, requisizioni di bestiame ( al punto da dover sparare sui contadini che difendevano la loro proprietà), costruzione di strade più agevoli, ecc.

Nel denso simbolismo (una vera e propria selva di messaggi cifrati) di Musil allora, la sacralità e l’intoccabilità della Natura trovano appieno in Grigia la loro massima espressione in quanto la contadina prende agli occhi di Homo il nome della sua mucca. E la mucca non a caso rimanda alla dea egizia Iside, dea della maternità, della fertilità, della magia e della resurrezione (spesso rappresentata con le corna bovine). Anche qui ad avvalorare tale lettura due elementi: una poesia del ’23 di Musil dal titolo “Iside e Osiride” della quale dice nei diari che conteneva in nucleo il romanzo e il nome di battesimo del deus ex -machina (ovvero colui che innesca il processo narrativo e il cammino mistico di Homo) Hoffingott, cioè Mozart Amadeus che richiama alla grande opera del compositore salisburghese contenente la radice zauber (vero filo conduttore di “Grigia”) e cioè Zauberflote, “Il Flauto magico” ambientata nell’antico Egitto tra i culti esoterici dedicati ad Iside ed Osiride (di morte e rinascita) con prove ardue da superare per ottenere l’illuminazione finale, la purificazione dell’anima e la resurrezione a una nuova vita, ad una dimensione dell’Altrove.

Chiudiamo spendendo due parole sull’altro tema fondamentale del racconto, che aleggia come un convitato di pietra, e cioè la Morte di cui ne vogliamo offrire una lettura antimilitarista. Mentre inizialmente la morte (come nel caso della “morte fiorita”) è un qualcosa che non possiede un’accezione totalmente negativa, ma è una morte cercata che precede un’eventuale nuova vita, una morte interiore e un distacco definitivo dai valori borghesi, man mano che la novella si sviluppa ci troviamo di fronte non più ad una morte romantica con il fine di una fusione panica con la natura, ma ad una morte come terribile “angelo sterminatore” ( e qui non potevamo non fare almeno un pensiero all’omonimo film di Luis Bunuel). Le immagini che la riguardano non sono infatti più colorate, ma assumono tinte fosche come le scene della falsa impiccagione del ladruncolo, della macellazione del maiale e, più di tutte, della mosca catturata e uccisa nella carta moschicida nell’indifferenza dei commensali davanti la sua lenta agonia. E’ la morte non più solare, “fiorita”, ma la fine insensata che avviene al buio, al chiuso, lontano dai riflettori (come quella di Homo nelle viscere della terra). E’ l’annientamento di ogni residuo di umanità, la condizione di tutta la generazione coinvolta nella Grande Guerra, mandata al macello per la conquista di pochi metri di terreno. Siamo cioè di fronte ad una feroce critica al militarismo (così come già elaborata nel “Torless”) che ha condotto l’Europa intera a trovare la morte (di un mondo, di una serie di ideali) entro un oscuro baratro di cecità.

 

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Autore: ilprismadinewton

Blog indipendente di contaminazioni letterarie

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