Distruggere e reinventare / “Rayuela” di Julio Cortàzar

Può un (non) romanzo scriversi da solo? Beh, sì,certo; se l’autore si chiama Julio Cortàzar e l’opera in questione ha per titolo “Rayuela – Il gioco del mondo”. Dopo tanta (forse troppa) Europa nei nostri articoli, da poco abbiamo inaugurato il “filone sudamericano”, prima con Roberto Bolaño (su cui, siatene certi, torneremo) e ora con Cortàzar del quale affrontiamo l’opera-pilastro, il “romanzo controromanzo” del 1963, “Rayuela”. Libro che, come avverte l’autore nella iniziale Tavola d’orientamento, è molti libri, ma soprattutto due libri. Il primo, di lunghezza pari a circa la metà del volume, da leggere in modo convenzionale e in cui la restante parte è considerata prescindibile senza rimorsi di coscienza. Il secondo invece, modalità in cui l’abbiamo letta e in cui l’autore non fa mistero di rivelare sia il modo “giusto”, inizia col capitolo 73 e procede a salti seguendo uno schema riportato. Una lettura a zig-zag che ripercorre l’itinerario futuro-passato-presente del protagonista Oliveira. Il libro infatti, oltre alla suddivisione in capitoli, è costituito da tre blocchi: “Dall’altra parte” (Parigi), “Da questa parte” (Buenos Aires) e “Da altre parti”, che comprende i capitoli “facoltativi”.

Quello che appare, a prima vista (e per certi versi lo è) un aggregato di impressioni e immagini sparse attorno ad un ipotetico nucleo centrale (l’oggetto della ricerca metafisica di Horacio Oliveira, quello che lui chiama il “Centro”), un “accumularsi di strati di cose eterogenee”, è in realtà la “parcellizzazione” di un tessuto narrativo con tanto di trama (non sempre facilmente desumibile) e impianto ben calcolato: una nuova forma, costruita Cortàzar dice, abbastanza inconsapevolmente, casualmente, dall’atomizzazione della struttura del romanzo tradizionale. Un esperimento chimico, dove un “precipitato” di sensazioni sparse nel tempo e nello spazio, vanno lentamente a sedimentarsi e a “cristallizzare” man mano durante la scrittura: un nuovo modo di concepire la narrativa dove il vero e unico personaggio che mi interessa è il lettore, nella misura in cui quanto scrivo può contribuire a mutarlo, a dislocarlo, a stupirlo, ad alienarlo, dirà Morelli, alter-ego di Cortàzar nell’opera, scrittore tormentato che si interroga continuamente sul problema di scrivere un libro senza un nucleo tematico ben definito, senza schemi preconfezionati. Non una summa quindi, ma un lavoro di sottrazione implacabile, perché non possiamo afferrare l’azione ma solo i suoi frammenti eleaticamente ritagliati. Non esistono che gli attimi, (…) il transito dall’ieri all’oggi e occorre abolire tutte le strutture che costituiscono la specialità dell’Occidente, gli assi attorno a cui gira il raziocinio storico dell’Uomo. Fare cioè tabula rasa di tutto ciò che ha portato l’umanità a questo punto della Civiltà, in un momento storico cupo e ambiguo dove (siamo nel ’63) si va verso la guerra atomica, la rivoluzione cubana ha iniziato a creare le sue ripercussioni in tutta l’America latina, si prepara la guerra in Vietnam, viene ucciso Kennedy, scoppia la crisi israelo-palestinese, ecc., tutti cambiamenti decisivi sul cammino di formazione e sul dibattito interno alla gioventù mondiale, e latinoamericana in particolare, di cui Cortàzar è problematico portatore di istanze e riflessioni. Quando infatti un Mondo sembra vacillare, quando certezze consolidate sembrano entrare in crisi e non essere più in grado di fornire chiavi interpretative, si può reagire essenzialmente in due modi: tentare di chiudersi smettendo di interrogarsi ovvero scegliere la via “protezionistica” basata su paura e terrore, giocare in difesa (tanto per intenderci la strada scelta dalla nostra civiltà in questi anni) oppure provare a smantellare le “sovrastrutture”, distruggere le gabbie di pensiero e “rifondare” un nuovo pensiero (un nuovo modo di pensare), cercare di trovare una nuova “via”, che è quello che prova a fare Oliveira in “Rayuela” ed è quello che tentò di fare la gioventù negli anni ’60-’70. Bene, male, non importa, su questo i giudizi sono ancora oggi contrastanti; ma non dimentichiamo che tante cose che oggi diamo per scontate, furono dolorose e difficili conquiste di quegli anni, l’amaro frutto di durissime lotte. Sintetizzando, da un lato un’umanità di zombie, assuefatta e nichilista che ha smesso di voler “capire” e cercare; dall’altro un’umanità vivissima, in costante movimento, con la voglia di sperimentare, di confutare l’esistente e costruire un mondo “diverso”, un’onda travolgente, una generazione di cui faceva parte a pieno titolo Julio Cortàzar, coltissima ma mai saccente e appagata, perennemente assetata, una generazione di “Ulissi”, una generazione, lasciatecelo dire, di “giovani favolosi” (pur con tutti gli errori).

Perdonateci la digressione, forse è l’influsso che ancora esercita su di noi la lettura di “Rayuela”, un labirinto che ha cambiato la storia del romanzo moderno e che cambia ancora oggi il modo interiore di percepirlo di ogni lettore che vi si accosti, così come accadde più di 40 anni prima con l’ “Ulisse” di Joyce, altra incommensurabile “navigazione in mare aperto”. Chiaramente, anche stavolta, non ci troverete a ripercorrere una “trama” (sempre ammesso che di una vera trama possa parlarsi) che ad esempio la voce Wikipedia esplica in modo accuratissimo e, lo diciamo con un pizzico di cattiveria, risparmiando al lettore “affrettato” la “fatica” di leggere un testo che comunque conta più di 500 pagine e dove non è sempre agevole seguire le discussioni filosofiche, esistenziali, letterarie, ecc. di cui è infarcito a profusione. Soffermiamoci però su alcuni aspetti.

Innanzitutto, come già detto ed è importante ribadirlo, siamo di fronte ad un’opera rivoluzionaria nel vero senso della parola; nel senso cioè di un tentativo di ricominciare da zero fin dal livello linguistico, col fine di ricercare un nuovo linguaggio, una nuova “via alla conoscenza”, un “Centro” difficilissimo da individuare, perennemente ingannevole e sfuggente: il rifiuto della geometria, in altre parole, dello schema interpretativo usato finora, della verità assodata (Ma a che ci serve la verità che tranquillizza l’onesto proprietario! La nostra verità possibile deve essere invenzione, ossia scrittura, letteratura, pittura, scultura, tutte le ture di questo mondo). Tale ricerca si riverbera in una continua peregrinazione di Oliveira (l'”eterno studente”) per le vie di Parigi e Buenos Aires, attratto dall’ “incantesimo del tutto” rappresentato da un altro personaggio misterioso e fondamentale: Lucìa la “Maga”, una Circe terribile specchio, spaventosa macchina di ripetizioni, (…) una presenza inevitabile e naturale, una regina delle carte tutta di fronte, ma senza volume. Un’entità metafisica che rappresenta l’assenza di sovrastrutture (la liberazione da esse, tentacolare e baricentrica al contempo), un personaggio che non partecipa alle fervide discussioni del Club dei Serpenti, gli amici di Oliveira riuniti in estenuanti sedute notturne, tra alcol e sigarette ,sul senso della vita; un’ombra, una sensazione: l’incarnazione del sentimento nostalgico di ogni esiliato. Una semi-divinità che scomparirà improvvisamente e che farà dire a Ronald, uno degli amici, non so com’era, non lo sapremo mai. Di lei conoscevamo solo l’effetto che produceva sugli altri. Eravamo un po’ il suo specchio o lei il nostro. Impossibile da spiegare. Colei che, a Buenos Aires, Oliveira confonderà con Talita la moglie del suo amico Traveler. E qui diviene forte il tema del doppelganger, del doppio: Traveler di Oliveira e Talita della Maga come a formare un quadrato magico dal significato esoterico. Traveler che, a dispetto del nome, non ha mai viaggiato fuori dell’Argentina, personaggio statico che rappresenta l'”anima pacificata” di un Oliveira altresì irrequieto e smanioso. Quell’ “Oliveira senza Parigi”, l’uomo senza ricerca, l’uomo che non ha voluto o non è riuscito a “reinventare” un’altra realtà. Colui che ha abdicato alla missione di “passaggio” dell’Uomo; però anche qualcuno che sente di provare una “mancanza” ogni volta che crede di aver raggiunto tutto. Mentre Oliveira è colui che, nel tentativo di possedere, “afferrare” il tutto, poi si disfa e annulla ogni cosa: amore, lavoro, amici, patria, ecc., uno che cerca qualcosa che non sa di preciso cos’è, per cui A Parigi tutto per lui era Buenos Aires, e viceversa, che si rende conto ogni volta che tutto è falso qui. Quando mi avranno restituito la “mia” casa e la “mia” vita, allora troverò il mio vero volto, uno che si rende conto che il ritorno era in realtà l’andata. Un eterno ribelle, inquieto, un anti-aristotelico, uno scettico perennemente in crisi che, sportosi dal cornicione della finestra del manicomio in cui finirà per prestare servizio e da cui osserva “il gran gioco” del mondo e il movimento impazzito su ogni casella, in un momento di lucidità (o di follia) arriverà a dire meglio sarebbe stato sporgersi leggermente in fuori e lasciarsi andare, plaf tutto finito. Perché a volte la “tentazione del nulla” appare irresistibile ma occorre continuare a cercare, cercare, cercare una chiave, figura ineffabile. Una chiave. Un giro di chiave ed entrare in un’altra cosa, forse ancora.

 

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Autore: ilprismadinewton

Blog indipendente di contaminazioni letterarie

2 pensieri riguardo “Distruggere e reinventare / “Rayuela” di Julio Cortàzar”

  1. Rayuela è uno dei libri che ho acquistato da tempo ed è in attesa di essere letto! Mi hai motivata ad affrontarlo con questo scritto. Ne ero un po’ intimorita.

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