Democrazie marce e dittature in marcia / “La prima marcia su Roma” di Luciano Canfora

Si avvicinano i 95 anni (il 28 ottobre) dalla tristemente nota “Marcia su Roma” che un manipolo di furfanti vorrebbe trasformare in una ghiotta occasione di visibilità in una fase storica di preoccupanti rigurgiti razzisti e neo-fascisti. Ma sanno, quegli sciacalli (tra l’altro perseguibili penalmente in virtù dell’art. 4 della legge n.645 del 20 giugno 1952 in materia di apologia del fascismo) che il copyright dell’evento non fu di Mussolini ma di Ottaviano Augusto nel lontano 43 a.C.? Ci permettiamo di dubitarne fortemente. Lo snello libro del noto filologo classico Luciano Canfora, pubblicato dieci anni or sono, ha un duplice (ampio) merito secondo noi. Innanzitutto, fonti alla mano, quello di mettere a confronto le due grandi verità storiche che sempre si contrappongono: quella cioè dei vinti e quella dei vincitori. E poi, soprattutto, mostrare come da duemila anni a questa parte la debolezza della “cosa pubblica” abbia fornito le migliori opportunità per colpi di mano da parte di “uomini forti” presenti in ogni epoca. Di come, dietro lo spettro dell’emergenza, della solidarietà nazionale, dell’interesse comune, si siano sempre celate le mire dei singoli leader e dei gruppi in grado di supportarli, il tutto nel totale disprezzo verso ogni forma di governo condivisa e democraticamente eletta.

Riassumiamo brevemente il contesto storico nel quale emerge la “figura carismatica” di Ottaviano. Il 15 marzo del 44 a.C. un gruppo di congiurati pone fine al regime di Cesare uccidendolo. Ne segue una fase di instabilità politica e un’aspra lotta per la successione tra le varie fazioni. Antonio diviene il custode del “cesarismo” contro i cesaricidi in fuga (Bruto e Cassio) e la sotterranea “pars pompeiana” cioè repubblicana del Senato il cui esponente di spicco è Cicerone. Nasce una guerra civile (l’ennesima della storia romana) per il controllo della strategica provincia cisalpina tra Antonio e Bruto che vi accampano rispettivi diritti. In questa lotta si inserisce il giovane rampante Ottaviano.

In realtà il libro di Canfora inverte l’ordine cronologico degli eventi. Egli parte dall’incipit del Res Gestae Divi Augustii ovvero dalla “verità” dei fatti manipolata da Augusto e procede a ritroso smontandone pezzo pezzo la ricostruzione propagandistica. Il minaccioso documento testè citato è infatti importantissimo perché rivendica la legittimità (e la legalità) dell’azione augustea (e nonostante la mossa palesemente illegale di lui, ancora privato cittadino, di armare una personale milizia), il suo ruolo di triumviro (con relative proscrizioni) e di difensore della Patria dagli attacchi dei cesaricidi. Canfora confuta la frase del testo: rem publicam a dominatione factionis oppressam in libertatem vindicavi ricorrendo alla “parafrasi” che Tacito ne fa negli Annales (posteriori di un secolo circa) evidenziandone l’intento falsificatorio: la devozione per il padre e la situazione politica d’emergenza erano stati solo pretesti (…) per sete di dominio erano stati mobilitati i veterani con elargizioni di denaro (…) aveva corrotto e fatto disertare le legioni fedeli ad Antonio, il console in carica (…) aveva simulato simpatia per la parte pompeiana (…), e così via.

Ne vien fuori un ritratto del personaggio Augusto dalle tinte fosche, di un individuo privo di scrupoli che, inserendosi nelle lotte intestine con tempismo e abile doppiogiochismo e aiutato da scaltri manovratori che credevano di potersene servire e poi scaricarlo, come Cicerone, riesce a volgere a proprio favore gli eventi non esitando (come insinua Svetonio) a ricorrere all’eliminazione fisica degli avversari e ad un’ampia corruzione. La svolta cruciale sarà per lui costituita dalla “guerra di Modena” dove in un colpo solo si sbarazza dei consoli che fornivano aiuto a Decimo Bruto assediato così da mettere sotto il suo comando le loro legioni; a far logorare l’esercito di Antonio, allontanarlo e poi a ottenere che questi faccia fuori Bruto lasciato da solo a proseguire la guerra con pochi effettivi. E’ così che il 19 agosto 43 a.C., dopo aver prima inviato con toni intimidatori al Senato di Roma un gruppo di 400 fedelissimi per perorare la sua causa all’elezione di console, marcerà sulla capitale costringendo un Senato ormai indebolito e sconfitto a farsi eleggere dominus indiscusso e a dare così avvio alla sua folgorante carriera politica.

A questo punto Canfora non può esimersi dal paragone con l’altra storica “camminata”, quella del 1922, in cui il vecchio ceto politico (liberale e conservatore capeggiato da un Cicerone dell’epoca, lo statista Giolitti) cercò dapprima di usare per propri fini (contro il “pericolo rosso”) la demagogia e il paramilitarismo di Mussolini, sottovalutandone le sfrenate ambizioni e le vere mire, per poi dover constatare il tragico errore e vedersi costretto a cedergli tutto il potere “senza l’onore delle armi”. Così come Augusto, che aveva puntato sulla capitale scortato da un suo fedele esercito, si era fatto consegnare la massima carica atterrendo il Senato armi in pugno e imponendogli di avallare una procedura del tutto incostituzionale. Poi il ricorso a feroci repressioni (con la magistratura straordinaria) con cui sbaragliare ogni ombra di opposizione e l’avvento di un lungo regime dittatoriale chiamato “pax augustea”. Il libro di Canfora è allora la cronaca in presa diretta di un colpo di Stato e del tramonto di una democrazia. Un’esperienza che, afferma con ben pochi sottintesi, deve insegnarci moltissimo e soprattutto ci dovrebbe spronare a vigilare costantemente sui possibili “assalti alla democrazia”, a quella forma di governo, cioè, di per sé fragilissima e perennemente esposta alle più pericolose derive.

 

In alto, “La morte di Cesare” di Vincenzo Camuccini (1804-05), Museo Naz. di Capodimonte, Napoli.

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Autore: ilprismadinewton

Blog indipendente di contaminazioni letterarie

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