Divide et impera in salsa polinesiana / “Otto anni di guai” di R.L.Stevenson

Nel dicembre 1889 Robert Louis Stevenson sbarcò nelle isole Samoa. Era partito diversi mesi prima, con uno yacht scassato noleggiato con i soldi dell’eredità del padre morto, da San Francisco non per cercare, negli arcipelaghi polinesiani, l’innocenza pre-cristiana come Gauguin né obbedendo a qualsivoglia fascino esotico, ma semplicemente per curarsi i polmoni dalla tubercolosi. Giunto a Samoa dovette subito abbandonare tutti i luoghi comuni cari agli esteti del suo tempo riguardo all’Eden riconquistato: nel piccolo gruppo di isole, infatti, era in corso una cruenta “guerra civile” fomentata ed etero-diretta dalle tre grandi potenze coloniali della zona: Germania, Inghilterra e Usa. Una guerra tra varie fazioni di nativi con lo scopo di scalzare dal trono il legittimo ma debole re Laupepa e mettere al suo posto un sovrano fantoccio, Tamasese, maggiormente in grado di favorire gli interessi economici tedeschi e in particolare di un’azienda di Amburgo che lì produceva copra. Una situazione che andava a minare l’equilibrio fin lì venutosi a creare con la precedente spartizione in zone d’influenza sotto gli altri due consolati: quello inglese e quello americano.

“Otto anni di guai – Una nota in margine alla storia” è il resoconto di questi anni di tensioni, complotti, tradimenti, schermaglie, assassinii degni di un dramma shakespeariano di cui una parte vissuti da Stevenson in prima persona e l’altra ricostruita da lui tramite pazienti interviste e racconti dei vari attori in campo. Un lavoro insolito per il romanziere d’avventure che tutti conosciamo, che qui si fa storico e saggista etnografico come solo sa fare colui che si innamora della nuova terra d’adozione. E con lo sguardo di chi, fuori dai giochi politico-economici, riesce a cogliere in profondità la natura predatoria dell’imperialismo occidentale. E’ così che, mettendo in pratica il vecchio motto latino del “divide et impera”, le tre potenze, spalleggiate nelle loro ragioni dal potere del denaro e dal volume di fuoco delle relative cannoniere ormeggiate nella baia, possono assoggettare la popolazione nativa ai propri interessi economici ed estrarre “gratis” risorse preziose da rivendere nei ricchi mercati occidentali.

Stevenson diviene subito esplicito: “Un pugno di bianchi possiede tutto: i nativi camminano in una città straniera (…). L’unico porto e sede di attività del regno raccoglie e gestisce le entrate a proprio beneficio dalle mani di consiglieri bianchi e sotto la supervisione di consoli bianchi (…). Tutti i soldi, il lusso e gli affari del regno si concentrano in un unico luogo, quel luogo precluso al governo nativo e gestito dai bianchi per i bianchi. E i bianchi stessi non lo tengono in comune ma in campi ostili, così che si trova tra di loro come un osso tra due cani, ciascuno dei quali ringhia e si aggrappa alla propria estraneità”.

E’ chiaro che poi, le pregresse divisioni interne tra i vari clan e una certa indolenza tipica degli isolani, che Stevenson non manca di sottolineare, non fanno che agevolare il gioco dei “grandi”. All’estenuante lotta a colpi di “guerra fredda” (e non solo), porrà fine l’unica potenza dotata di assennatezza in tanta follia dell’ambizione: la Natura sotto forma di un improvviso uragano. Non è un caso infatti che S. citi tra le opere di Shakespeare esplicitamente il Macbeth e implicitamente La tempesta entrambe accomunate dal tema centrale del regno conteso (senza contare che secondo gli studi post-coloniali, in quest’ultima, Calibano lo schiavo di Prospero rappresenterebbe il nativo sottomesso dall’imperialismo). E allora, i “tre, fra tuoni, lampi e procelle” (Macbeth, atto I, scena I) si ritroveranno a seguito del poderoso uragano con le flotte distrutte e gli equipaggi decimati, costrette a sedersi loro malgrado al tavolo della pace. Con la Conferenza di Berlino del gennaio 1891, il legittimo re Laupepa dopo il lungo esilio viene reinsediato e gli viene affiancato in un ruolo di “primo ministro” Maatafa, il capo della ribellione contro i tedeschi, molto amato dalla popolazione. In più viene nominato un magistrato svedese super partes per risolvere le ultime controversie. Si va così verso una certa forma di indipendenza e autodeterminazione del popolo samoano, seppur sotto l’ala paternalistica delle potenze occupanti. La narrazione di Stevenson si interrompe nel maggio 1892 con un appello al recentemente proclamato Kaiser Guglielmo II per la conclusione definitiva della vicenda al fine di riconoscere a pieno diritto Laupepa.

Un testo inedito finora in Italia, dimenticato nella bibliografia stevensoniana sia nel passato che nell’odierno (e meritoriamente tradotto dall’editore Clichy nella collana Père Lachaise) per la “scomodità dei contenuti” e perché oggetto non “inquadrabile” e categorizzabile nella sua vasta opera. Un unicum però importantissimo sia per il racconto di una vicenda a margine della Storia sia per la biografia stessa di Tusitala (il “narratore” in lingua locale, come era chiamato Stevenson) per il suo legame divenuto indissolubile (vedi la tomba costruitagli apposta dai samoani sulla vetta del monte sopra Vailima) con Samoa dove decise di stabilirsi definitivamente e dove morì nel dicembre 1894 amato e compianto da tutta la popolazione locale.

 

In foto, Stevenson con famiglia e amici a Vailima

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Autore: ilprismadinewton

Blog indipendente di contaminazioni letterarie

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