Nascita di una Nozione (di romanzo) / “La crociera” – Virginia Woolf

Se dovessimo fornire in un lungo elenco tutti i motivi per cui riteniamo valga la pena (sia per gli amanti delle opere più note della W. sia per chi di lei non ha mai letto nulla) “salire a bordo” della nave de “La crociera” di Virginia Woolf, rischieremmo probabilmente di annoiare il “common reader” e svelare la nostra “partigianeria” verso una delle più grandi voci femminili della letteratura di tutte le epoche. Quello che però possiamo fare (e faremo), nel nostro piccolo, è rendere giustizia ad uno dei suoi testi più trascurati ma che, come notò l’amico scrittore Lytton Strachey dopo aver apprezzato la stesura dell’esordio narrativo della W., contenendo in una grande “summa” un po’ tutti i temi successivamente sviluppati nei singoli lavori di prosa e saggistica, è un po’ come “l’inizio di un romanzo enorme” che occuperà tutta la sua vita di scrittrice. E il primo passo della sua riflessione sul superamento del romanzo realista ottocentesco non più in grado, secondo lei, di rappresentare la coscienza inquieta dei diversi soggetti: l’uomo e la donna del Novecento. In altre parole e con un occhio allo stile: non siamo ancora approdati al flusso di coscienza continuo della Woolf matura, ma l’intreccio è già sfuggente, di relativa importanza e spezzettato da brevi parti di dialogo e lunghe riflessioni e monologhi interiori. Questo percorso di avvicinamento (stilistico e narrativo) ad una nuova letteratura si riverbera in un romanzo di formazione tutto al femminile (e vedremo perché) della giovane 24enne Rachel Vinrace (possibile alter-ego della stessa W.) chiamata alla propria “educazione sentimentale” e alla scoperta del mondo (il vecchio e il Nuovo). Imbarcatasi sulla nave del padre, la Euphrosyne, vaporetto adibito al trasporto merci e diretto in una non meglio geograficamente precisata località del Sud America insieme agli zii, i coniugi Ambrose, Helen e Ridley (studioso di letteratura antica che ricorda Leslie Stephen il padre dell’autrice), Rachel entra in contatto, sia sulla nave che sulla terraferma una volta sbarcati nella colonia di Santa Marina, con una giostra di personaggi che le apriranno gli occhi sulla visione parziale del proprio mondo personale, quello di una ragazza cresciuta da reclusa in un angusto ma confortevole salotto a Richmond in compagnia di due anziane zie zitelle.

Scortata in questa “esplorazione” dalla zia Helen (membro a pieno titolo della colta classe borghese dell’Inghilterra edoardiana, che rammenta Vanessa Bell la sorella, e pertanto abbondantemente scettica e disillusa ma ancora in grado di serbare le tracce di un’ironia e di una vitalità sorprendenti) avrà modo di assistere dal vivo alla fredda “guerra tra i sessi” delle varie coppie (diverse in apparenza eppure contraddistinte dalle stesse caratteristiche di fondo, dal ripetersi cioè degli stessi millenari rapporti di forza al proprio interno) che incontrerà, sperimenterà l’assurdità e la vacuità dei luoghicomuni dei tanti personaggi che le si affollano intorno e potrà farsi un’idea del dibattito della società inglese dell’epoca su temi come la condizione delle donne e la lotta delle suffragette (e su come le classi conservatrici le vedessero di cattivo occhio: “Se c’è un essere umano tanto illuso da credere che il voto gli dia qualcosa in più, dateglielo pure. Imparerà a sue spese”, dirà Ridley Ambrose, a cui farà eco Mr. Dalloway definendo quelle rivendicazioni: “assoluta follia e inutilità”).

Tra i personaggi memorabili de “La crociera”, è bene sottolineare, anche per la futura importanza che rivestirà dieci anni dopo in un’opera a lei interamente dedicata, ci sono i Dalloway, e in particolare lei, Clarissa Dalloway: “uno spettacolo affascinante (…) somigliava a un capolavoro settecentesco, a un Reynolds o a un Romney. Faceva apparire Helen e gli altri volgari e sciatti al suo confronto. Seduta leggera e diritta, pareva giocare col mondo a suo piacimento (..)”. Clarissa è uno dei due personaggi più importanti (oltre a Terence) per Rachel: la prima che le rivolgerà la parola instaurando con lei, così acerba e diversa, un rapporto femminile diverso dal solito, intimo, basato su una subitanea comprensione. Un incontro fugace il loro, ma fondamentale per la giovane Vinrace: da un altrettanto lampo, sotto forma di un casto e incauto bacio ricevuto dal marito di lei e dopo aver superato il momentaneo trauma, capirà che nel rapporto uomo-donna (e in quello donna-donna) a contare è soprattutto il non-detto, i silenzi, tutto ciò che c’è dietro, o meglio, dentro la facciata di una casa (immagine questa molto amata dalla W.). E questa “rivelazione” del guardare dietro le cose, sarà il compito che porterà su di sé la letteratura del ‘900. Su questo infatti sarà chiarissimo Terence Hewet incontrato da Rachel ed Helen, con l’amico John Hirst (ricalcato a pennello sulla figura forse più bizzarra del Bloomsbury Group, Lytton Strachey) nella comunità di villeggianti inglesi di Santa Marina e scrittore in erba che si interroga sul compito del romanzo e sulla centralità in esso della condizione femminile. Riportiamo allora un breve passo che rivela molto della futura teoria letteraria della Woolf:

“Sono passato spesso per le vie con le villette a schiera, dove una è uguale all’altra, e mi sono chiesto cosa facessero le donne là dentro (…) Scriviamo sempre sulle donne…insultandole o schernendole o adorandole, ma questo non è mai venuto dalle donne stesse. Credo che ancora non sappiamo minimamente come vivono, cosa sentono o cosa fanno di preciso (…) E’ il punto di vista dell’uomo che viene rappresentato, capisce?”. (Terence a Rachel)

“Che tipo di romanzi scrive?” (R. a T. ) “Voglio scrivere un romanzo sul Silenzio, sulle cose che la gente non dice. Ma la difficoltà è immensa (…) Vogliamo scoprire cosa c’è dietro le cose, non è vero?”

La storia d’amore tra Terence e Rachel, che conclude il rito di passaggio per quest’ultima dall’età giovanile a quella adulta, sarà però difficile e contrastata e in tal senso perfettamente emblematica  dell’incomprensione e dell’incomunicabilità di fondo tra uomo e donna (altra tesi che tornerà di continuo in tutte le opere di V.W. e che è un po’ il leitmotiv che sottende a tutte le coppie coniugali del romanzo, basti pensare ai Thornbury dove il matrimonio è divenuto vuota routine, agli Elliott dove è sfociato in intolleranza e tradimento o nei Dalloway con la soppressione consensuale della sfera sessuale sfociata in un rapporto unicamente basato su rispetto e amicizia): uomo e donna sono cioè destinati a “rincorrersi” per non incontrarsi mai o incontrarsi quando ormai è troppo tardi. Anche qui importantissime le parole di Hewet, il più lucido e consapevole dei personaggi de “La crociera” (quello che più di tutti parla con le parole dell’autrice): “Qualche volta penso che tu non sia innamorata di me e che non lo sarai mai(…) in te c’è qualcosa che non riesco ad afferrare (…) Tu hai sempre bisogno di qualche altra cosa” (Terence a Rachel). Questa tensione senza fine dell’animo femminile, apparentemente statico, lento e immobile ( a differenza del “dinamismo degli uomini”, impegnati nel “muoversi” tra il tennis, gli affari, le riunioni del club , ecc.) eppure votato all’incessante ricerca di ciò che si incontra solo all’orizzonte, dove cielo e mare si fondono, è allora il cardine attorno a cui ruota tutto il libro e la poetica della W.: qui sta la sua grande modernità, qui la sua grandezza nel raccontare meglio di chiunque altro la vitalità dell’animo femminile , la tempesta che si nasconde dietro l’immagine di un placido mare, di una tranquilla crociera tra amici. E qui il movimento senza fine della sua prosa, l’inseguirsi delle onde, la sensazione di avere tra le mani con “La crociera” un’opera sterminata, inconclusa, eterna.

 

LA CITAZIONE: “(…) uno strano, tragico libro la cui scena è un Sud America che non si trova su una mappa ed è raggiungibile solo con una barca che non galleggia su un mare qualsiasi, un’America i cui confini spirituali toccano Xanadu e Atlantide”  (E.M. Forster)

 

In alto, foto dei coniugi Woolf, 1912

 

La crociera – Virginia Woolf – Nobel edizioni – 448 pagg. , 2012 – 18,00 €

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“La cimice” / Majakovskij

Ci sono fotografie in grado di fissare nero su bianco abbaglianti momenti di vita poco prima che la luce si spenga per sempre. In grado, nonostante la posa affrettata, di condensare entro di sé un’epoca, una stagione irripetibile stroncata troppo in fretta dalla brutalità della Storia. Lo scatto in questione, datato 1928, immortala quattro grandi protagonisti della vita artistica e culturale della nuova Unione Sovietica: un giovanissimo Dmitrij Shostakovich al pianoforte; dietro di lui, con aria di incoraggiamento e approvazione, Vsevolod Mejerchol’d; in piedi a sinistra Vladimir Majakovskij e, al fianco di questi, Aleksandr Rodchenko. Tutti riuniti per preparare la pièce teatrale “La cimice”, a cui ognuno contribuirà a vario titolo e che sarà rappresentata per la prima volta a Mosca il 13 febbraio 1929 su musiche di Shostakovic, libretto di Majakovskij, scene di Rodchenko e regia di Mejerchol’d.

“La cimice” si inserisce all’interno della drammatica riflessione di Majakovskij sugli esiti del processo rivoluzionario seguita alla morte di Lenin il 21 gennaio 1924. Dopo la morte di questi, infatti, all’interno del Partito si scatenò una lotta durissima tra i sostenitori dell’internazionalismo (Trockij) e coloro che invece ritenevano che l’unica strada percorribile (dopo il fallimento delle agitazioni in Germania e Ungheria nel 1919) fosse quella del “socialismo in un solo Paese” (Stalin). Il 1929 è l’anno della definitiva sconfitta e dell’allontanamento di Trockij (e poi Bucharin e Zinov’ev schieratisi con lui) da parte dell’ “uomo solo al comando”, Josif Stalin, colui che diverrà l’ago della bilancia del destino dei quattro in foto (e dell’Unione sovietica tutta). Diciamo subito che la sorte peggiore sarà quella che toccherà a Mejerchol’d. Proveniente da una lunga carriera di attore e direttore sia a Mosca che a Pietroburgo, dove lavorò fino allo scoppio della rivoluzione nei due teatri imperiali l’ “Aleksandrinskij” e il “Mariinskij” portando in scena spettacoli sia di prosa che musicali, nel 1923 aveva fondato il “Teatro Mejerchol’d” a Mosca dove rivisitava in chiave rivoluzionaria classici russi ed europei. Sperimentatore e inventore infaticabile, nel campo anche della biomeccanica attoriale, sotto Stalin iniziò a cadere in disgrazia per l’accusa di trockismo e a vedere i propri spettacoli cancellati dalla censura. L’accusa formale parte per lui il 17/12/1937 sulla “Pravda” a firma di Kerzencev. Arrestato e torturato di lì a poco, febbraio 1940, verrà ucciso (e stessa sorte toccherà alla moglie). Majakovskij, entusiasta poeta cantore della Rivoluzione d’Ottobre, già futurista e personalità tra le più in vista del mondo letterario dell’epoca, mostrerà sempre maggiore scetticismo e una profonda delusione per la burocratizzazione, l’irrigidimento dogmatico e la svolta autoritaria che si stava compiendo in quegli anni. Accusato anche lui di allontanarsi dai dettami del “socialismo reale”, finirà il 14 aprile 1930 col suicidarsi sparandosi un colpo di pistola.


La morte di Majakovskij

Sulla fine di M. e sulle cause del suo suicidio si è detto e scritto tanto. Pur tuttavia, l’argomento continua a meritare un capitolo a parte. Recentemente Serena Vitale ha scritto sull’argomento un testo dal titolo “Il defunto odiava i pettegolezzi” rifacendosi ad una frase del poeta scritta nella lettera di commiato. Il libro è una specie di racconto epico a più voci dal tono lirico-investigativo che ricostruisce gli ultimi giorni e il post-mortem dell’ultimo dei “Byron russi”. Fondendo sapientemente vicenda poetica ed esistenziale, la Vitale mostra un M. in perenne lotta contro il “byt”, la normalità piccolo-borghese della vita quotidiana, in cui si apprestavano a sprofondare gli ideali e gli slanci primigeni della rivoluzione. Ripellino, infatti, parlava delle opere finali di M. come di lavori impregnati di una “corrosiva tanatomania”, costellati da tristi presagi di morte, particolarmente invisi al regime in quanto stridenti rispetto agli ottimismi e ai “futuri radiosi” destinati al proletariato russo. La parabola di M. assume allora particolare rilevanza in quanto specchio del tramonto del processo rivoluzionario: la sua poesia, che inizialmente possiede il ritmo e il rombo dell’impetuosa cavalcata rinnovatrice, diviene alla fine la marcia funebre della repubblica dei soviet, di un paese cioè sepolcrale. M. fu uno dei primi ad accorgersi del fatto che l’ “homo novus sovieticus” sarebbe divenuto uno squallido “homunculus philisteus” che avrebbe appaltato la direzione della propria esistenza alla catechesi del Partito-Moloch. Le ragioni più profonde allora della morte fisica di M. vanno ricercate nella sua morte spirituale di fronte a questa tragica deriva: M. in realtà morì di noia e non di amore non ricambiato da una delle sue tante muse (rivali) subito pronte dopo la morte a rivendicare ciascuna il proprio rapporto esclusivo col poeta (e neanche per il suggerimento fornitogli insieme ad una pistola da un qualche agente della Ceka come via di fuga onorevole alla caduta in disgrazia ufficiale).

Sull’impressione che fece la morte di M. nel mondo letterario dell’epoca, citiamo una pagina de “Il salvacondotto” di Pasternak che parla dell’apparizione di uno strano visitatore al funerale di M. (e fu questo estratto che ne fece censurare l’opera):

“E il nostro Stato fu il primo a venire a prendere il suo posto accanto al muro, il nostro imprevedibile e inverosimile Stato, che si è precipitato dai secoli, e che viene accolto da loro… La sua palpabile stranezza faceva pensare al defunto. La somiglianza era così sorprendente che sembravano due gemelli…E mi venne l’idea, quasi per incidenza, che quest’uomo era forse l’unico cittadino autentico di quello Stato…”.

Infine, la famosa lettera d’addio di M. dal grandissimo interesse umano e piscologico:

“A tutti.

Se muoio, non accusate nessuno. Niente pettegolezzi. Il defunto non li poteva soffrire. Mamma, sorelle, compagni, perdonatemi. Non è una soluzione (non la consiglio a nessuno), ma non vedo altra via d’uscita. Lilly voglimi bene. Camerata governo, la mia famiglia è Lilly Brik, mia madre, le mie sorelle e Veronica Polonskaja. Se darai loro il mezzo di vivere, grazie. Le poesie cominciate datele ai Brik, che vi ci sapranno raccapezzare.

Come si dice, / l’incidente è chiuso. / La vita ed io / siamo pari. / Non vale la pena di citare / le offese, / i dolori / e i torti reciproci. /

Siate felici.

                                                                                                                                V. M.  “.


 

Anche Shostakovic passò, a causa della censura, bruttissimi momenti. Il 29 gennaio 1936 la Pravda (che già nel ’29 gli aveva affibbiato la prima accusa di “formalismo”) commentò negativamente la sua ultima opera teatrale al Bol’soj, “Una Lady Macbeth nel distretto di Mcensk” definendola “caos anziché musica” e accusandola di “accarezzare il gusto morboso del pubblico borghese con una musica inquieta e nevrastenica”. Bollato come “nemico del Popolo” dovrà passare attraverso una lunga serie di interrogatori, abiure, accuse (la seconda arrivò nel 1948) fino al “perdono” finale giunto dopo la morte di Stalin. (Sulla sua drammatica vicenda consigliamo la lettura del recente “Il rumore del tempo” dell’inglese Julian Barnes). Rodchenko, altro esponente di spicco dell’avanguardia futurista e suprematista russa, fu soprattutto un grande innovatore dell’inquadratura fotografica, lontano però dai canoni di rappresentazione della realtà. Inviso anche lui alle autorità per il suo stile ed intimatogli di assecondare la retorica celebrativa di Stato, finirà per esaurire la sua vena creativa di designer e architetto delle immagini.

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Ed ora veniamo all’opera in questione, “La cimice”, (che in realtà costituisce con “Il bagno” del ’30 un duetto all’interno della biografia letteraria di Majakovskij) graffiante satira dell’utopia bolscevica accolta freddamente dalla critica ufficiale. Il protagonista, Prisypkin, è un operaio russo che, tradendo i compagni del partito e i suoi ideali, in cerca della scalata sociale, lascia l’amata Zoja, anch’ella operaia, per sposare Elzevira, cassiera dei Grandi Magazzini di ceto impiegatizio. Durante il loro banchetto nuziale scoppia un terribile incendio a seguito del quale tutti perdono la vita tranne P. che, a cusa dell’acqua gelida degli idranti dei pompieri, si ritrova ibernato in un cubo di ghiaccio. Dopo dieci piani quinquennali sovietici (siamo giunti al 1979), rinvenuto, viene scongelato dagli esperti dell’Istituto di Riesumazione, ritrovandosi nella nuova società sovietica definitivamente “realizzata”. Esaminato come retaggio di un’epoca lontana e arretrata, gli viene trovata addosso una cimice che come lui, contenendo ancora i “germi della malattia borghese” è pericolosa fucina di contagio nella società socialista. Isolati e catturati dopo che avevano provocato pericolose epidemie di derive piccolo-borghesi, i due “parassiti” vengono rinchiusi nello zoo e mostrati alla gente. Pungente parodia della società sovietica e della sclerotizzazione del Partito (con l’esilarante descrizione di un’interminabile seduta del Comitato Centrale), “La cimice”, residuo ultimo dei bisogni individuali di realizzazione al di fuori del paternalismo statalista, è anche la denuncia del clima di intolleranza e di persecuzione che di lì a pochi anni ( nel biennio delle purghe staliniane ’37-’38) finirà con l’impossessarsi della macchina del governo e la ridicolizzazione dell’eccessiva fiducia riposta nei piani quinquennali (stagioni di vere  e proprie “lacrime e sangue” per la popolazione) per l’edificazione dello Stato socialista. Va da sé pertanto che l’opera gli attirò gli odi dell’asservita critica di regime che non potè accusarlo formalmente in quanto M. era una vera icona amatissima dalla gente (Mandelstam invece non godrà dello stesso “trattamento-soft”) ma gli farà intorno “terra bruciata” isolandolo sempre più e relegandolo in disparte, destinandolo cioè ad una morte lenta ed ignominiosa alla quale egli si sottrarrà con l’atto estremo del suicidio. Riportiamo ora un estratto da “La cimice” e per la precisione il pezzo finale:

IL DIRETTORE: (…) Mi sono subito convinto, mediante un interrogatorio e in base ai principi della bestiologia comparata, che abbiamo a che fare con un pericoloso simulatore antropomorfo e con il più curioso dei parassiti. Non entrerò in particolari, tanto più che tra poco li osserverete direttamente in questa gabbia, straordinaria nel pieno senso della parola. Si tratta di due esemplari di diversa dimensione ma di uguale natura: i famosi “cimex normalis” e… e il “philisteus vulgaris”. Ambedue abitano negli ammuffiti materassi del tempo. Il “cimex normalis”, dopo essersi ingrassato e saziato del corpo di un solo uomo, cade sotto il letto. Il “philisteus vulgaris”, dopo essersi ingrassato e saziato del corpo dell’intera umanità, cade sopra il letto. La differenza è tutta qua!

(…)

IL DIRETTORE: Compagni, non c’è proprio di che avere paura: è addomesticata! Guardate, ora la conduco sulla tribuna. (va verso la gabbia, infila i guanti, controlla le pistole, apre la porta, spinge fuori P. e lo conduce sulla tribuna con la faccia rivolta agli astanti). Su, diteci qualcosa di breve, imitando l’espressione, la voce e la lingua umana.

PRISYPKIN: Cittadini! Fratelli! Da dove venite? Quand’è che vi hanno congelati tutti? Ma come mai nella gabbia ci sono solo io? Abbiate pietà di me! Per che cosa devo soffrire? Cittadini!

VOCI DEGLI INVITATI: I bambini, portate via i bambini! Una museruola!…Mettetegli la museruola! .. Che orrore!… Fate interrompere!

(Gli inservienti trascinano via P. e con dei ventilatori il direttore fa cambiare l’aria sulla tribuna. La banda suona una marcia. Gli inservienti ricoprono la gabbia).

IL DIRETTORE: Scusatemi, compagni… Scusate… L’insetto è stanco. Frastuono e luci l’hanno messo in uno stato d’allucinazione. Calmatevi. Non è nulla di grave, domani sarà tranquillo… Calma, potete tornare domani. E ora, musica, marsc!

Breve storia del tartufo

Il tartufo, tubero preziosissimo, non solo ha fama di essere delizioso al palato (e all’olfatto) e costoso, ma è anche circondato da un alone misterioso se non addirittura misterico. Anthelme Brillat-Savarin nel suo “La fisiologia del gusto” ,1825, (trattato ironico e filosofico sulla gastronomia, farcito, è il caso di dire, di aneddoti e raccomandazioni di un “pontefice della decolpevolizzazione dell’epicureo moderato”, così J.F. Revel) ne lamentava la natura di “merce volubile”: “visto che il prezzo è un po’ basato sul capriccio, forse si stimerebbero meno se se ne avesse una gran quantità a buon prezzo. <<Rallegratevi, cara amica!>>, dicevo un giorno alla signora di V…, <<alla Società d’incoraggiamento è stato presentato un telaio meccanico con cui si faranno merletti stupendi che non costeranno quasi nulla>>. <<Eh!>> mi rispose la bella signora con uno sguardo di sovrana indifferenza <<se i merletti costeranno poco, credete che vorremmo portare tali straccetti?>>”. Inoltre, il tartufo cresce sotto terra, come si diceva dell’oro che “maturasse” in giacimenti sotterranei; si credeva prodotto in seguito alla caduta di fulmini e gli venivano affibbiate doti afrodisiache. Lo si sente, lo si odora prima ancora di vederlo: la sua ricerca è come un percorso iniziatico di affioramento in superficie, dalle recondite e incomprensibili viscere della terra, della verità, del premio conquistato. Eppure il tartufo godette di alterne fortune. Apprezzatissimo nella cucina imperiale romana, aulica e opulenta, come testimonia il “De arte coquinaria” di Marco Gavio Apicio (I sec. d.C.) (che dedica il XXV cap. del I libro alla conservazione del tubero e il XXXI dello stesso libro alla salsa più opportuna con cui servirlo e cioè a base di pepe, coriandolo, ruta, miele e olio, mai crudo), visse un lungo interregno d’oblio da cui lo trarrà fuori la cucina del Rinascimento dove allietava i pasti delle ricche e sfarzose corti. E’ l’Ottocento, però, in Francia, il tempo e il luogo d’elezione dei tartufi (e di caviale, champagne, ostriche, ecc.), nelle tavole sia dei nobili che dei ricchi borghesi. Come dice Brillat-Savarin: “nessuno osa dire di essere stato in un banchetto ove non ci fosse almeno un piatto tartufato (…) insomma, il tartufo è il diamante della cucina”. E i migliori tartufi di Francia, ci assicura lo stesso, “provengono dal Pèrigord e dall’alta Provenza; verso la metà di gennaio hanno tutto il loro aroma”. Mentre quelli del Bugey, sempre buoni, sono poco conservabili e quelli della Borgogna e del Delfinato sono di qualità scadente: duri e poco profumati. Attenzione allora: “due cose non sono mai eguali, e così vi sono tartufi e tartufi”. La conclusione sulla dissertazione sui tartufi di Brillat-Savarin è la seguente: “è un alimento sano e gradevole e che, preso con moderazione, va giù come una lettera nella buca postale”. A meno di prestare poca attenzione alla masticazione, come nell’episodio del signor S…, gaudente e vorace ma anziano (e sdentato) amante dei piaceri della buona tavola che, invitato dall’autore ad una cena in cui “non avevo fatto economia di tartufi e questi apparvero sotto l’egida di un tacchino vergine che ne era abbondantemente imbottito”, rischia di lasciarci le penne, non per aver fatto indigestione di tartufi, ma per il fattoc he un grosso frammento di uno di questi gli era rimasto impigliato nel piloro. L’episodio, che è bene leggere nella sua interezza (come tutto il libro) per il suo spasso, è però indice di un certo grado di “democratizzazione” dell’uso culinario del tartufo, tipico della “grand cuisine” francese del Primo e del Secondo Impero: l’utilizzo eccessivo e spregiudicato impoverisce le tartufaie, abbassa qualità e pezzatura media del pregiato tubero e dà il via alle prime contraffazioni commerciali (sarà un caso se in francese “truffe” e in inglese “truffle” il termine tartufo suona simile alla nostra italiana “truffa”?) spacciando per pregiati esemplari locali i meno invitanti esemplari d’importazione. I tartufi perdono cioè la loro centralità (come nell’antichità di portata a sé stante per finire con l’essere come uno dei tanti elementi di una salsa o di un intingolo). A tal riguardo apriamo una (l’ennesima) parentesi. Abbiamo consultato l’opera “Il cuoco maceratese” di Antonio Nebbia (prima edizione, 1779, uno degli antesignani, in Italia, del più noto Artusi), fortemente debitrice della cucina dei nostri cugini d’Oltralpe. Qui tocchiamo con mano il fatto che il rinnovamento gastronomico del XVIII sec., rifiutando le combinazioni agrodolci (fino ad allora le uniche), abbia inventato la salsa a base grassa (con burro come elemento primario) anziché acida. Tra le numerose salse originali create dal Nebbia, spicca quella detta “princisgras” che poi in dialetto è divenuta “vincisgrassi”, il piatto forse più noto della cucina marchigiana. Tale ricca salsa (pensata per essere destinata al figlio primogenito, il continuatore della stirpe nobile), composta di farina, latte e tartufi affettati, serviva per condire le “lasagne di princisgras” insieme a burro e parmigiano. Di tale ricetta, nella regione stessa (e ne siamo testimoni diretti in quanto residenti) se ne sono perse totalmente le tracce in quanto soppiantata dalla più classica ed economica “lasagna alla bolognese”, la cui differenza macroscopica è l’utilizzo del pomodoro, la presenza del ragù di carne e la perdita del tartufo. Ritornando a noi, solo più tardi, la “nouvelle cuisine”, a dispetto del nome, donerà al tartufo l’antico splendore riscoprendolo come alimento a sé stante e isolandolo, presentandolo in modo più naturale possibile. Chiusa questa “stagione”, il re dei tuberi è tornato a presentarsi mimetizzato in una moltitudine di salse (che ne contengono solo una minima percentuale) come ingrediente di condimento per nobilitare piatti generalmente molto semplici.

Il “diretto Fermo-Oslo”: Luigi Di Ruscio

La storia letteraria di Luigi Di Ruscio (Fermo 1930 – Oslo 2011) è lunga e inizia nei primi anni ’50 quando pubblica la sua prima raccolta di versi “Non possiamo abituarci a morire” prefato da un giovane Fortini, il quale notava, nella commistione tra lingua parlata e lingua colta, oltre al tono rabbioso dell’invettiva, la ricchezza di accenti interni e l’ampio respiro di ogni verso, il tutto sovrapponendo biografia individuale a biografia “di classe (sociale)” e collettiva. La seconda raccolta, del ’66, “Le streghe s’arrotano le dentiere” è invece introdotta da Salvatore Quasimodo. Più di dieci anni dopo, “Apprendistati”, poi nel 1980 “Istruzioni per l’uso della repressione” e infine altre sillogi oltre ad autoantologie  e antologizzazioni varie, tra cui la più completa, “Poesie operaie” (2007, da quest’anno rieditata da Ediesse). Quattro i lavori in prosa: “Palmiro” (1986) dedicata allo storico leader del Pci, “Le mitologie di Mary” (2004) dal nome della moglie Mary Sandberg norvegese e da cui ebbe quattro figli, “Cristi polverizzati” (2009) e “La neve nera di Oslo” (2010). Trasferitosi per lavoro nell’industria metallurgica nella capitale della Norvegia dal 1957, poeta autodidatta con la licenza di quinta elementare (ma in grado di leggere da solo i grandi classici), militante del Pci, Di Ruscio costituisce probabilmente per stile e tematiche affrontate un unicum nell’ambito della produzione poetica marchigiana per la vis polemica e l’urgenza del contenuto mai secondari alla forma del verso e per la rinuncia a farsi cantore contemplativo del paesaggio collinare prediligendo invece i toni aspri dell’impegno sociale, civile e la denuncia delle storture della nostra società. La sua prosa è quindi in continuità con lo stile poetico, fluviale, comico, “politically scorrect”, eversivo e più che ricordare l’aggressività verbale di Cèline (come ebbe a dire Calvino), rammenta il malinconico anarchismo della tradizione letteraria ceca e in particolare il modo di scrivere e i contenuti di Bohumil Hrabal. Ne “La neve nera a Oslo”, Di Ruscio “chiude il cerchio” ripercorrendo il suo cammino biografico e letterario tappa per tappa e, cantando la propria difficile esperienza di emigrato, supera gli steccati di classe (operaia) approdando all’epos universalistico dell’ “homo migrans”, quello che meglio di tutti caratterizza, nel complesso, la condizione umana. Riportiamo alcuni estratti da quest’ultima opera.

 

[…] Divenni per forza neorealista anche se io mi consideravo poeta normalissimo, non è colpa mia se il mio mondo era quello poverissimo considerato indicibile in poesia e io non potevo rimuoverlo, se scrivi di certe cose s’incazzano tutti perché la poesia dovrebbe rimanere monopolio delle persone per bene, le persone per bene sono quelle della borghesia, la gente dei quartieri belli, poi occorre anche la laurea, ma dove ti presenti scravattato e disgraziato come ti ritrovi? […]  pag.21

[…]Ecco di nuovo il caporeparto che mi si presenta davanti e vorrebbe che faccio gli straordinari sabato e domenica e come potevo dirgli che non potevo fare gli straordinari perché dovevo iscrivere le poesie della mia italianitudine e se tutto questo casino non lo scrivo io non ci sarà al mondo un altro testa di cazzo a scriverle tutte e cominciavo ad enumerare tutti i miei mali, renella, mal di schiena, prostata arroventata. Aristotele nella sua morale ha scritto che agli schiavi la menzogna possiamo anche dirla io invece vi consiglio di non dire mai la verità ai vostri sovrapposti qualsiasi essi siano anche di tipo religioso, cercate di dire la verità solo ai vostri simili, fate vivere il nemico in un mondo inesistente, nella perenne incertezza, fateli vivere nella menzogna, dovete sistematicamente ingannarli, state certi che sarete tutti assolti, comunque il poeta vi assolve tutti, andate in pace.[…]  pag.61

[…] Il sottoscritto non guadagnava una lira, ero arrivato ad avere anni 26, ero rivoluzionario e mi manteneva la povera mamma. Comunista e disoccupato quando per trovare lavoro in fabbrica occorreva lettera di presentazione dell’arcivescovo e principe agrario che così poteva scrivere: Accogliete quest’anima, fatta oltremodo disperata dall’ozio della disoccupazione. Ed io, indiavolato com’ero, ogni volta che entravo nel reparto mi dicevo: partiti da costì anima viva, partiti da codesti che son morti e leggevo l’Inferno come fosse un reparto di fabbrica di Oslo nella seconda metà tutta intera del ventesimo secolo e come poeta italico residente in Norvegia sono una curiosità definitiva in un nord in preda a divinità terrificanti e disperate. Comincio a bestemmiare come un matto in tutte e due le lingue alle mie bestemmie nordiche mia moglie si ribella devi bestemmiare solo italiano e mai in norvegese, pare che il padreterno capisca bene solo il norvegese e il diavolo non capisce niente in nessuna parte ed inizia una bellissima cagnara, stretto in una morsa scalpitavo furiosamente, che potevo fare? […]  pag.88

 

Brani tratti da “La neve nera di Oslo” – L. Di Ruscio – Ediesse 2010, pag.168 – 10,00 €

Vita, morte e… miracoli degli insetti / “Le farfalle danzano e le formiche si ingegnano” – Lafcadio Hearn

Suddiviso in otto snelli ma intensissimi capitoli costituiti da estratti di saggi, racconti e lezioni sugli insetti dai suoi svariati scritti e apparso in lingua inglese solo nel 1921 col titolo “Insect literature”, il libro “Le farfalle danzano e le formiche si ingegnano” di Patrick Lafcadio Hearn è un interessante ripescaggio editoriale che Exòrma propone (tradotto per la prima volta in italiano) nella sua collana di viaggi “Scritti traversi”. E infatti, quanti scrittori (dimenticati) si prestano meglio di Hearn ad essere identificati con una scrittura e uno sguardo obliqui, “di traverso”? Già la sua biografia ci illumina sulla sua dote di “guardare dietro le cose”, così come il suo nomadismo fisico e letterario sono la prova inconfutabile di uno scrittore sempre teso verso nuove mète, “in fuga dal materialismo occidentale” (come dirà di lui l’amico Masanobu Otani curatore di “Insect literature”) fino all’approdo in un Giappone del quale come e meglio di tanti autori autoctoni riuscì a “penetrare l’essenza profonda della cultura locale”. Nato nell’isola dello Ionio Leucade nel 1850 da madre greca e da padre irlandese, in seguito alla separazione dei genitori, si stabilì fin dalla tenera età a Dublino. Da qui andò a vivere a Cincinnati (Ohio) a 19 anni dove intraprese, dopo un periodo di indigenza, la professione di giornalista per uno dei quotidiani locali. Dalla città del Midwest, in cerca di un clima più salubre per la sua salute malferma, si spostò a New Orleans occupandosi, oltre che di cronaca locale, di storia, cucina tradizionale e delle pratiche vudù della comunità creola. Inviato come corrispondente nel 1889 prima nelle Indie occidentali francesi e poi in Giappone, decisi di stabilirsi in quest’ultimo, trovandovi la sua patria definitiva. Vi trascorse gli ultimi 14 anni di vita, sposando la discendente di un’antica famiglia di samurai, Setsu Koizumi, e insegnando letteratura inglese prima nelle scuole medie e superiori, poi nell’Università Imperiale di Tokyo. Tra le sue opere più famose, quelle riguardanti la cultura nipponica: “Kokoro: hints and echoes of japanese inner life” (1896), “Japanese fairy tales” (1898), “Shadowings” (1900), “Kwaidan: stories and studies of strange things” (1903) e “Japan: an attempt of interpretation” (1904).

Il libro che abbiamo sotto mano testimonia invece la grande passione di H. per il “minuscolo pianeta” degli insetti e per la considerazione che questi hanno all’interno della cultura giapponese che li venera come spiriti benevoli. Rifiutando a priori l’approccio scientifico al tema (anche se spesso si dilunga in descrizioni e nomenclature) sceglie un punto di vista aneddotico, incentrato su ognuno dei gruppi descritti e cioè: farfalle, zanzare, formiche, una mosca, lucciole, libellule, cicale e infine insetti musicisti, pescando di volta in volta nel vastissimo repertorio del folklore e del credo locale in un mix molto riuscito tra racconto popolare e haiku sull’insetto in questione. La forma poetica di origine cinese dell’haiku, composta generalmente di tre versi per un totale di 17 sillabe, è infatti per Hearn la più capace di delineare al meglio la brevità, la leggiadria, l’eleganza e la potenza attrattiva di molti degli esemplari descritti. Quello che allora il lettore si trova sotto gli occhi è un finissimo ed etereo caleidoscopio di immagini rivelatrici dell’infinita magia e bellezza della natura, un invito appassionato rivolto agli occidentali a sposare l’approccio orientale di contemplazione e di felicità proveniente da tutto ciò che ci circonda e da cui abbiamo ancora tantissimo da imparare, spronandoci ad osservare il tutto in un modo molto simile a quello di bambini curiosi e felici.

Alternando così, con una prosa fluida e misurata, immagini struggenti (come quella del commercio delle lucciole e degli insetti musicisti) a “ghost-stories” (in cui insetti come le farfalle rappresenterebbero secondo il folklore locale l’anima del defunto), descrizioni del comportamento e dell’organizzazione comunitaria delle formiche (dalla cui società a differenza di quella umana, ci dice l’autore, è bandita qualsivoglia forma di egoismo e di proprietà privata) a descrizioni tassonomiche ad esempio come quelle delle molteplici varietà di libellule (insetto simbolo del Giappone, il cui antico nome era Akitsushima, “isola delle libellule”) ognuna con le proprie caratteristiche e peculiarità, Lafcadio Hearn ci introduce alla visione  e all’ascolto di un microcosmo,vicinissimo eppure lontano e ancora inesplorato per noi, che ci rifiutiamo di apprezzare nella sua purezza poetica e incontaminata ma la cui perdita rimpiangeremo amaramente quando “il nostro cieco e aggressivo industrialismo avrà cancellato il loro paradiso sostituendo ovunque a ciò che è bello, l’utile e il convenzionale e il volgare” e quando comprenderemo, troppo tardi, con senso di meraviglia frammisto a rimorso “il fascino di tutto quanto sia stato distrutto”.

Un testo, in definitiva, ricchissimo di immagini nella sua impalpabilità, che si legge come un haiku e dal quale, arrivati all’ultima pagina, permane un sapore agrodolce per il destino di un mondo che nella sua incontaminatezza va scomparendo e del quale abbiamo disimparato a leggere e a riconoscere simboli e codici che regolano la pacifica co-abitazione tra tutte le specie in un equilibrio precario ma perfetto. Un mondo del quale non possiamo che invidiare la libertà (noi ormai schiavi di denaro, merci e malvagità), come recita uno dei numerosi “illuminanti” haiku:

Ah, la tristezza dello sguardo

di un uccellino in gabbia –

come invidia le farfalle!

 

 

Le farfalle danzano e le formiche si ingegnano – L. Hearn – Exòrma 2017, 168 pag. – 14,50 €

 

In vino veritas / “Il buon vino del signor Weston” – T.F. Powys

Di Theodore Francis Powys (1875-1953), ignorato maestro della narrativa inglese e il più noto tra i fratelli scrittori Powys, Adelphi in occasione dei 90 anni della prima uscita, ha recentemente riproposto (dopo l’edizione italiana Longanesi del 1948), l’opera più rappresentativa, “Il buon vino del signor Weston”. Cantore della vita dei piccoli villaggi della campagna del Dorset, dove trascorse gran parte della sua vita, (l’antico Wessex del suo illustre ispiratore, Thomas Hardy) Powys è ormai riconosciuto come uno dei pochi autori metafisici del Novecento, le cui radici letterarie andranno sicuramente ricercate in due illustri predecessori: John Donne (1572-1631) e William Cowper (1731-1800), come lui fortemente influenzati dalla sfera religiosa e dall’antica tradizione “anti-urbana” del mondo latino e di Orazio in primis. Tema centrale, così come nell’altro suo grande libro, di tre anni precedente, “Gli dèi di mr. Tasker” (ora di nuovo rieditato da Adelphi), è “il male”, quello sfondo banale di storie svolte nella sordidezza gretta della profonda provincia rurale tra i lampi improvvisi di una violenza sempre in gestazione e un’ipocrisia strisciante nella sua malvagità, contrastati però sempre dai sogni e dai sentimenti più puri e inconfessabilmente umani che solo dalle più piccole e insignificanti cose possono nascere: quel fiore che sboccia, insperato, tra il fango e il putridume. Ed ora veniamo alla nostra storia.

Un pomeriggio autunnale, di quelli come tanti e in cui il tempo scorre a rilento (e qui vedremo quanta è l’importanza di questo trascorrere), un furgone Ford di quelli destinati alla consegna merci nei distretti rurali, arriva nel villaggio di Folly Down (nomen-omen) tra lo stupore degli abitanti per la strana scritta sul lato dell’automezzo: “Il buon vino di Mr. Weston”. L’evento ha per corollario alcuni strani fatti: l’apparizione in cielo di una gigantesca scritta luminosa, il terrore di un bambino spintosi improvvidamente a sbirciare all’interno del veicolo, il fermarsi degli orologi. In più si aggiunga che il bonario signor Weston, seguito dal suo fido aiutante Michael, genera in ognuno “l’impressione che fosse un proprio parente perduto”. Che ci fa un mercante di vino pregiato in una sperduta comunità metodista dedita al più a bere birra? Chi sono in realtà quei due? Quello che vogliono vendere è davvero vino? Eppure nel villaggio c’è un gran bisogno del “vino” del signor Weston: giovani vergini, traviate da una “perfida strega” si fanno possedere sotto la vecchia quercia dai “padroni” della comunità, i figli del ricco fattore Mumby , additandone la colpa al vecchio sagrestano e becchino Grunter; il loquace oste Bunce incolpa Dio di tutto ciò che accade; l’anziano e ormai malinconico decano Grobe dopo la morte dell’amata (e licenziosa) mogliettina ha smesso di riporre fiducia nell’Altissimo e ha iniziato a divenire un fedele adepto della bottiglia; l’ingenuo sempliciotto Luke Bird s’avvia sulla strada dell’eresia perché ha smesso di credere nella salvezza dell’anima degli esseri umani e ha iniziato a predicare ed evangelizzare tori, oche e scrofe convinto che Dio abbia a cuore solo loro. E’ tempo allora che l’Onnipotente riprenda in mano la situazione perché le tante forme del male hanno invaso il villaggio: lui, sotto le mentite spoglie di Mr. Weston deve donare alle “pecorelle smarrite” il suo vino e per far questo deve scendere in terra e calarsi nella parte ” come in una piccola vacanza dai nostri affari più impegnativi”, dirà all'”angelo” Michael. Per ognuno l’onnipresente e onnisciente Mr. Weston avrà pronto il proprio rimedio: per gli empi ci sarà una punizione spietata, per altri la possibilità di redimersi e per altri ancora la sospirata pace e il ricongiungimento familiare ad altitudini di gran lunga superiori. Non prima però di aver bloccato lo scorrere delle lancette e trasformato la vita reale del villaggio in un’atmosfera incantata, in un sussurro d’Eternità riparatrice, quella sospensione di un attimo capace di invertire anche le rotte più ostinate verso la perdizione (come nel caso dei diabolici fratelli Mumby salvati in extremis e convertiti con un possente ruggito e una macabra apparizione da balordi scavezzacollo in maritini-modello). Compiuta la missione non resta, al formidabile duo, che lasciare che il tempo riprenda il suo corso e una nuova normalità torni ad impossessarsi del villaggio emendato dai crimini. Altri luoghi come questo richiederanno un “trattamento speciale”. Favola allegorica contraddistinta dalla laevitas umoristica della miglior tradizione settecentesca inglese (come non citare Fielding, Swift, Pope, Johnson?) e mai appesantita dal moralismo religioso, è, nonostante tutto, un laicissimo inno ad ascolare le ragioni della “religione del cuore”, dove un “divino” e un “umano” mescolati ad arte, incontrandosi e riconoscendosi, possono sempre sperare in un cammino comune che dia un senso a vite che procedono meccanicamente per inerzia e dove “tutte le cose muovono al loro fine”.

 

Il buon vino del signor Weston – T. F. Powys – Adelphi 2017, 288 pag. – 22,00 €

In foto, la Gold Hill di Shaftesbury nel Dorset

Suicidio di classe / “Castle Rackrent” – M. Edgeworth

Oggi il nome di Maria Edgeworth dirà sicuramente pochissimo al lettore comune, ma ci fu un tempo in cui (il primo Ottocento) i suoi romanzi erano sulla bocca di tutti. Basti pensare che quando, nel 1811, Jane Austen pubblicò il suo primo romanzo, “Sense and Sensibility”, la fama della E. come maggior scrittrice in lingua inglese di romanzi era tale per cui riusciva a ricevere 2mila sterline di diritti per le sue opere quando la rendita media annuale di un gentiluomo con famiglia ammontava ad appena 500£. La stessa Austen riconoscerà il debito con la sua opera citandone la “Belinda” (1801) in “Northanger Abbey” così come sir Walter Scott (tra l’altro suo intimo amico da lei visitato nella tenuta scozzese di Abbotsford House) ammettendo la sua fonte di ispirazione per “Waverley” (1814). Per quei primi vent’anni dell’Ottocento la Edgeworth dominò incontrastata il panorama narrativo inglese con opere quali “Castle Rackrent” (1800), il già citato “Belinda”, “The Absentee” (1812), “Patronage” (1814), “Harrington” (1817, miracolosamente ancora presente in traduzione italiana per l’editore Belforte Salomone), ecc. e venne in contatto con scrittori quali Wordsworth e Byron, Jeremy Bentham e sir Humphry Davy. Il suo nome veniva ripetuto con continuità sia nei migliori salotti di Parigi che in quelli di Londra. Poi, un lungo periodo di oblio sia in patria che all’estero. In Italia, l’editore Fazi quasi vent’anni fa tradusse il suo esordio narrativo, “Il castello Rackrent” (letteralmente “Il castello arraffa-affitti”) che ora ripropone in una nuova e gradevole veste grafica per il 250mo della nascita dell’autrice. Un romanzo satirico scritto e pubblicato in segreto nel 1800 poco prima cioè che l’Irlanda venisse inglobata (fino al 1922) nel Regno Unito, quindi in un periodo di grandi cambiamenti e aspettative per la società irlandese. Nata nel 1767 nell’Oxfordshire, si trasferì a 15 anni al seguito del padre e della sua seconda moglie in Irlanda nella tenuta di famiglia ad Edgeworthstown dove ebbe modo di conoscere la società aristocratica autoctona e quella dell’Ascendancy protestante (la classe dei proprietari terrieri di origine inglese) e quindi di toccare con mano lo stile di vita dissoluto che le caratterizzava, tra alcool, debiti e gioco e soprattutto il regime vessatorio simil-feudale nei confronti dei lavoratori agricoli, legalizzato da una lunga serie di decime e clausole-capestro notevolmente sbilanciate a favore dei Lords.

“Il castello Rackrent” narra infatti le disavventure economiche lungo almeno tre generazioni di un’antica famiglia aristocratica irlandese dal punto di vista dell’anziano servitore, Thady Quirk, fedele e ingenuo al contempo, per nulla istruito ma istintivo e in grado di riportare i fatti così come visti e sentiti, senza i filtri dovuti alle necessità del romanzesco che il talento di un biografo di professione avrebbe opportunamente inserito. La scelta quindi di un narratore umile e popolare esterno alla classe dei padroni ma interno alla vita della magione e in grado di fiutare anzitempo l’arrivo della fine della famiglia. Il libro, che per la sua brevità e piacevolezza andrebbe letto tutto d’un fiato e col sorriso sulle labbra, è la minuziosa disamina dei disastri di più generazioni di gentiluomini irlandesi e dei loro goffi tentativi di conservare la proprietà della tenuta nonostante debiti stratosferici, pignoramenti e ricerche affannose di matrimoni vantaggiosi. Il racconto è esilarante fin dagli esordi quando viene descritto il primo degli O’Shaughlin (il nome dell’antica casata imparentata con i re d’Irlanda), sir Patrick, di cui il nonno di Thady era cocchiere, e di come si ritrova a divenire il nuovo proprietario della tenuta di Rackrent dei quali eredita anche la nuova denominazione. Con sir Patrick, noto per essere il “miglior uomo d’Irlanda, per non dire dei tre regni” a reggere l’alcool, iniziano le sventure della famiglia dopo la sua prematura dipartita a seguito di una colossale bevuta tra amici. Di colossale egli infatti ha anche i debiti, al punto tale che la sua salma verrà rapita dai creditori il giorno del funerale. Il nuovo erede, sir Murtagh, si farà subito notare per la decisione di non cedere al ricatto “per questioni d’onore”, di non pagare neanche uno scellino dei debiti del predecessore e per la taccagneria sua e della nuova moglie che li porta ad intentare centinaia di cause legali contro fittavoli e vicini al fine di racimolare soldi per andare avanti così da sfruttare i propri diritti feudali a scapito dei contadini. Consegnato anche lui ad una precoce morte dopo una fervente lite per questioni economiche con la consorte, la proprietà passa al suo fratello minore, ufficiale col vizio del gioco d’azzardo, sir Kit, morto in duello anch’egli molto presto. Infine, l’ultimo dei proprietari, sir Condy, costretto dai debiti mai più ripianati a vendere la tenuta al figlio di Thady, il rampante e spregiudicato procuratore-amministratore Jason. Il testo si conclude lasciando la parola all’autrice che rammenta come solo con l’opera “A Tour of Ireland” del 1780 di Arthur Young l’Inghilterra fosse venuta a conoscenza degli usi e costumi degli irlandesi e che quindi il mix di “astuzia, semplicità, disattenzione, dissipazione, arguzia, goffagine che in diverse forme con vario esito”  che ha caratterizzato il racconto riportato non appartiene al dominio della finzione ma a quello del mondo reale ed è in grado di delineare con buona approssimazione quell’insieme di tratti comuni di tali genti che va sotto il nome di “irlandesità”. Non a caso, infatti, W.B. Yeats definì l’opera “una delle cronache più ispirate mai scritte in inglese” e Giorgio Manganelli “un libro essenzialmente, unicamente irlandese” come riportato nel retro di copertina della nostra edizione. La Edgeworth chiosa allora domandandosi se il miglioramento socio-economico dell’Irlanda sarà uno degli effetti dell’Unione che di lì a sei mesi sarebbe avvenuta con l’Inghilterra, affermando allo stesso tempo con una frecciatina che in fondo i gentiluomini irlandesi nelle loro abitudini non sono poi così diversi dagli omologhi inglesi e che, male che vada, ci sarà “l’introduzione, al loro posto, di industriali inglesi”. Come a dire: è inutile che le classi popolari flagellate da carestie, epidemie, povertà e vessazioni si chiedano se sia meglio stare sotto padroni irlandesi o inglesi, tanto la morente aristocrazia sarà presto soppiantata da una nuova classe sociale in ascesa ovvero la borghesia industriale. Di certo, non meno rapace nei loro confronti, delle precedenti. E così dicendo la E. finisce con l’instaurarsi nello stesso (illustre) filone di critica sociale per le condizioni del ceto medio e basso irlandese di quello del Jonathan Swift di “Una modesta proposta”, mostrando come la definzione di certa critica di “Jane Austen d’Irlanda” le vada sicuramente molto stretta.

 

Il castello Rackrent – Maria Edgeworth – Fazi 2017, 144 pag. – 15,00 €

Nella foto, Edgeworthstown’s House nella contea di Longford