In vino veritas / “Il buon vino del signor Weston” – T.F. Powys

Di Theodore Francis Powys (1875-1953), ignorato maestro della narrativa inglese e il più noto tra i fratelli scrittori Powys, Adelphi in occasione dei 90 anni della prima uscita, ha recentemente riproposto (dopo l’edizione italiana Longanesi del 1948), l’opera più rappresentativa, “Il buon vino del signor Weston”. Cantore della vita dei piccoli villaggi della campagna del Dorset, dove trascorse gran parte della sua vita, (l’antico Wessex del suo illustre ispiratore, Thomas Hardy) Powys è ormai riconosciuto come uno dei pochi autori metafisici del Novecento, le cui radici letterarie andranno sicuramente ricercate in due illustri predecessori: John Donne (1572-1631) e William Cowper (1731-1800), come lui fortemente influenzati dalla sfera religiosa e dall’antica tradizione “anti-urbana” del mondo latino e di Orazio in primis. Tema centrale, così come nell’altro suo grande libro, di tre anni precedente, “Gli dèi di mr. Tasker” (ora di nuovo rieditato da Adelphi), è “il male”, quello sfondo banale di storie svolte nella sordidezza gretta della profonda provincia rurale tra i lampi improvvisi di una violenza sempre in gestazione e un’ipocrisia strisciante nella sua malvagità, contrastati però sempre dai sogni e dai sentimenti più puri e inconfessabilmente umani che solo dalle più piccole e insignificanti cose possono nascere: quel fiore che sboccia, insperato, tra il fango e il putridume. Ed ora veniamo alla nostra storia.

Un pomeriggio autunnale, di quelli come tanti e in cui il tempo scorre a rilento (e qui vedremo quanta è l’importanza di questo trascorrere), un furgone Ford di quelli destinati alla consegna merci nei distretti rurali, arriva nel villaggio di Folly Down (nomen-omen) tra lo stupore degli abitanti per la strana scritta sul lato dell’automezzo: “Il buon vino di Mr. Weston”. L’evento ha per corollario alcuni strani fatti: l’apparizione in cielo di una gigantesca scritta luminosa, il terrore di un bambino spintosi improvvidamente a sbirciare all’interno del veicolo, il fermarsi degli orologi. In più si aggiunga che il bonario signor Weston, seguito dal suo fido aiutante Michael, genera in ognuno “l’impressione che fosse un proprio parente perduto”. Che ci fa un mercante di vino pregiato in una sperduta comunità metodista dedita al più a bere birra? Chi sono in realtà quei due? Quello che vogliono vendere è davvero vino? Eppure nel villaggio c’è un gran bisogno del “vino” del signor Weston: giovani vergini, traviate da una “perfida strega” si fanno possedere sotto la vecchia quercia dai “padroni” della comunità, i figli del ricco fattore Mumby , additandone la colpa al vecchio sagrestano e becchino Grunter; il loquace oste Bunce incolpa Dio di tutto ciò che accade; l’anziano e ormai malinconico decano Grobe dopo la morte dell’amata (e licenziosa) mogliettina ha smesso di riporre fiducia nell’Altissimo e ha iniziato a divenire un fedele adepto della bottiglia; l’ingenuo sempliciotto Luke Bird s’avvia sulla strada dell’eresia perché ha smesso di credere nella salvezza dell’anima degli esseri umani e ha iniziato a predicare ed evangelizzare tori, oche e scrofe convinto che Dio abbia a cuore solo loro. E’ tempo allora che l’Onnipotente riprenda in mano la situazione perché le tante forme del male hanno invaso il villaggio: lui, sotto le mentite spoglie di Mr. Weston deve donare alle “pecorelle smarrite” il suo vino e per far questo deve scendere in terra e calarsi nella parte ” come in una piccola vacanza dai nostri affari più impegnativi”, dirà all'”angelo” Michael. Per ognuno l’onnipresente e onnisciente Mr. Weston avrà pronto il proprio rimedio: per gli empi ci sarà una punizione spietata, per altri la possibilità di redimersi e per altri ancora la sospirata pace e il ricongiungimento familiare ad altitudini di gran lunga superiori. Non prima però di aver bloccato lo scorrere delle lancette e trasformato la vita reale del villaggio in un’atmosfera incantata, in un sussurro d’Eternità riparatrice, quella sospensione di un attimo capace di invertire anche le rotte più ostinate verso la perdizione (come nel caso dei diabolici fratelli Mumby salvati in extremis e convertiti con un possente ruggito e una macabra apparizione da balordi scavezzacollo in maritini-modello). Compiuta la missione non resta, al formidabile duo, che lasciare che il tempo riprenda il suo corso e una nuova normalità torni ad impossessarsi del villaggio emendato dai crimini. Altri luoghi come questo richiederanno un “trattamento speciale”. Favola allegorica contraddistinta dalla laevitas umoristica della miglior tradizione settecentesca inglese (come non citare Fielding, Swift, Pope, Johnson?) e mai appesantita dal moralismo religioso, è, nonostante tutto, un laicissimo inno ad ascolare le ragioni della “religione del cuore”, dove un “divino” e un “umano” mescolati ad arte, incontrandosi e riconoscendosi, possono sempre sperare in un cammino comune che dia un senso a vite che procedono meccanicamente per inerzia e dove “tutte le cose muovono al loro fine”.

 

Il buon vino del signor Weston – T. F. Powys – Adelphi 2017, 288 pag. – 22,00 €

In foto, la Gold Hill di Shaftesbury nel Dorset

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Autore: ilprismadinewton

Blog indipendente di contaminazioni letterarie

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