Il realismo totale alla prova del tempo / “La cittadina dove il tempo si è fermato” – B. Hrabal

Due fratelli, contraddistinti ognuno a suo modo da una vena al fulmicotone, insieme a un corollario di personaggi secondari strampalati e spassosi, sono i protagonisti di questa opera del 1973 di Bohumil Hrabal, la seconda in ordine di pubblicazione all’interno della trilogia del cosiddetto “ciclo di Nymburk” iniziata con “La tonsura” e conclusa con “I milioni di Arlecchino”. Narratore è qui un Hrabal bambino/adolescente, osservatore acuto e fedele trascrittore (è importante sottolineare come egli si sia sempre definito appunto trascrittore e non scrittore) della vertiginosa sarabanda della cittadina alle porte di Praga (dove l’orologio del campanile ha da tempo smesso di compiere il proprio dovere), innescata da papà Franzin e da zio Pepin, ennesime declinazioni della figura del pàbitel (traducibile in italiano con “parabolano”, “gradasso” o “stramparlone”), maschera onnipresente nel “teatro” hrabaliano e attivatrice del meccanismo del “realismo totale” che ha reso la prosa del ceco famosa nel mondo. Una “fattografia”, un resoconto di fatti “reali” affidata al flusso di ricordi, caotici, ricchi di iperboli, ridondanze ed esagerazioni, che formano le miriadi di frammenti con cui viene riassemblato un passato sotto forma di eventi né del tutto veritieri né del tutto inventati, con il ricorso ad un surrealismo “spontaneo” dal linguaggio mutuato dall’oralità e come tale rimaneggiato, gergale, inaffidabile nella ricostruzione del vero. Un racconto però montato da un letterato colto in grado di elevare il parlato comune a rare vette liriche e letterarie, uno spettatore perennemente in bilico tra amore e scetticismo, malinconia e poesia.

La forza di Hrabal non è nella pretesa di voler capire e interpretare la vita fornendo chiavi definitive, ma nel voler solo occuparsi di raccontare, come una Sherazade, costruendo un insieme infaticabile di immagini e di piani narrativi (che ricordano i piani-sequenza della cinematografia) con cui fermare e ingannare il tempo. Nella “Cittadina”, infatti, H. ha bisogno, per raccontare la propria infanzia e l’adolescenza, di bloccare il fluire delle lancette dell’orologio con la tecnica del “ricordo che si fa racconto” e che quindi ricostruisce a posteriori una nuova realtà sulla base del vecchio mondo, ridonando nuova vita alla cittadina scomparsa con il passaggio alla dimensione mitica, dell’eternità che si ripete senza sosta. L’epica di Nymburk può così rivivere solo nei ricordi sfumati e indefiniti di un narratore che rimette in moto la vita del villaggio tramite aneddoti, spacconate, bevute e litigi colossali, che hanno il compito ognuno di fissare sullo sfondo un “carattere” appartenente a quel mondo ormai cancellato dalla Storia. Ecco che, dal buio del tempo, tramite il fluire continuo della lingua e delle sue varianti gergali, dialettali, militari, burocratiche, ecc., emergono le figure di zio Pepin che “come diceva la mamma, era venuto da noi otto anni fa per una visita di due settimane ed era tuttora con noi”, donnaiolo, bevitore e ballerino provetto dall’inseparabile cappello bianco da capitano di marina, il quale si muove nel romanzo come un debordante folletto combinaguai; del fratello Franzin, amministratore del locale birrificio, e diverso in tutto dall’agitato fratello ovvero calmo, misurato, praticamente astemio e immune dal fascino femminile ma con l’incredibile mania dello smontaggio delle parti meccaniche di moto e autoveicoli, operazione che compie tentando di coinvolgere nella manodopera parenti, vicini e colleghi tutti terrorizzati dalla titanica e interminabile impresa (vero pezzo da manuale di comicità è lo smembramento della Skoda 430 che “papà smontava solo per capire perché quella macchina funzionava in maniera così precisa, perché partiva, marciava così perfettamente, che per quanto era perfetta papà non ci dormiva”) ; della moglie del macellaio, la signora Bùrytkova, con la pessima abitudine di bere smodatamente e, contestualmente, di spogliarsi tutta davanti agli estranei; degli operai del birrificio che, con la nazionalizzazione, parlano con un’unica voce ripetendo gli slogan di regime e così via.

L’orgia paratattica della scrittura hrabaliana tiene assieme ogni registro: il comico, il lirico, il tragico, come egli scrive nella postfazione, “in modo spontaneo, per direttissima, e anche qui [come nel “Re”] ho solo cancellato”: la realtà di H. si costruisce per sottrazione , è formata da pochi elementi visivi che attraversano il tempo e concorrono alla ricostruzione complessiva del quadro; è nel flusso continuo e tra le sue pause (dettate dai ritmi della respirazione e non dalla scarsissima punteggiatura, come ci fa notare la traduttrice) che vanno scovati gli “oggetti” a-temporali che fissano la narrazione. Come ad esempio il berretto bianco di zio Pepin, “il simbolo dei vecchi tempi d’oro, e non solo per lo zio Pepin ma anche per papà”. Quel berretto che nella scena finale sarà lanciato al vento e, planato sull’acqua, trascinato via dalla corrente. Immagine che, per associazione, allude alla contemporanea morte nell’ospizio di Pepin che non viene raccontata ma solo lasciata intuire dall’allontanarsi dell’inseparabile copricapo che si perde alla vista. Un piccolo-grande libro da cui, chi è ancora a digiuno dell’opera di H., può iniziare a orientarsi nella sua vasta ed eterogenea produzione, dove pagine esilaranti si alternano ad altre di rara e toccante tristezza (specie nel finale e passando per la suspense a seguito della repressione per l’attentato mortale al Reichsmaresciall Heydrich) e dove l’improvviso e duraturo stop dell’orologio cittadino crea una “condizione di grazia” per lo sviluppo di un pezzo di grande letteratura.

 

La cittadina dove il tempo si è fermato – Bohumil Hrabal – e/o coll. praghese – 2014, 153 pag. – 17,00 €

 

 

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Johnson, Manganelli, Boswell: un triangolo / “Vita di Samuel Johnson” – G. Manganelli

Manganelli si cala nel grande e oscuro pozzo della Storia alla ricerca di un illustre antenato e lo trova in un “discinetico” e geniale trombone del Settecento inglese, in un uomo che incarna alla perfezione le contraddizioni della sua epoca: il grande polemista, lessicografo e critico letterario Samuel Johnson, “il Dottore”, per gli amici. Ma, siccome Manganelli è Manganelli, lo fa per interposta persona, pàrdon, per interposta biografia: quell’opera monumentale (1791) del confidente ufficiale di Johnson, lo scozzese James Boswell in quella che è considerata la prima biografia “moderna”, che “non è cronaca di eventi estrinseci né panegirico né saggio critico, ma la ricostruzione nella pagina di una figura complessa, la ricerca del ritmo, della qualità della sua vitalità; non il racconto delle fortune di uno scrittore ma il calco letterario fedele fino all’allucinazione della sua esistenza, del suo modo di essere (pag. 42)”. E qui il nostro “Manga” gioca a fare un po’ il Boswell (ma un Boswell fornito del mirabile dono della sintesi) e un po’ il Johnson (nella cui nevrosi e malinconia di fondo si riconosce fin troppo) regalandoci un lontano libricino (datato 1961 e pensato per un ciclo di puntate radiofoniche i RAI, altri tempi eh?) che è fondamentalmente tre cose in una: ritratto di una Londra sordida e sublime al contempo, discorso sul fenomeno del divismo e sulla nascita della “cultura di massa” e infine racconto in chiave psicanalitica dell’ “incontro” con un doppelganger o, meglio, con il suo fantasma vecchio di due secoli, una figura che ancora emana strani bagliori che gettano sinistre ombre sulla nostra epoca di follia.

Nel ‘700 inglese abilmente riportato alla luce da Manganelli, le fulminee e azzeccatissime pennellate del Giorgio nazionale delineano il contesto, fertile, da cui germinerà il romanzo moderno (che vede tra i suoi vessilliferi Defoe, Fielding, Richardson, Goldsmith, ecc.). Da una Londra torva e fetida, incredibilmente sporca e male illuminata, con strade non pavimentate, priva di rete fognaria e ricca di miseria e nei cui bassifondi brulicano ladri e Moll Flanders in pieno esercizio, spuntano, come per magia, figure memorabili di scrittori, giornalisti, intellettuali raramente apprezzati (e più spesso neanche in grado di permettersi un tetto sopra la testa per la notte) ma la cui “rapinosa vitalità”, le cui brillanti conversazioni, la cui giostra di caratteri, affascineranno fin da subito il neoarrivato Johnson, partito dalla provincia piatta e scialba delle Midlands per cercare fortuna letteraria nella capitale. L’insieme di una vita di ristrettezze economiche e di frequentazioni eccentriche e poco raccomandabili sarà per lui fucina inesauribile di storie e cartina di tornasole nel cammino di conoscenza dei recessi dell’animo umano: sarà cioè amore a prima vista tra il brillante giovanotto (partito solo con una scrittura teatrale in una tasca del panciotto e pochi spiccioli) e la “grandezza fisica, tangibile, dell’enorme cosa chiamata Londra”. Abituè di caffè, mescite e osterie e amico di scrittori falliti (come Richard Savage), impenitenti libertini dalla saggezza di antichi filosofi (come Topham Beauclerk) e fedeli ammiratori (come James Boswell), Samuel Johnson diviene, lui rigido moralista e paladino dell’inglesissimo buon senso e arguto conversatore di stampo conservatore, il portavoce “di una certa prensile passionalità” che gli consente di “afferrare, scorgere, annettersi ogni immagine di vita cattivante”. Incarnando più di una contraddizione J. è uomo solitario e socievole, abitatore di “tane” recondite nell’affollata metropoli, insicuro e angosciato latore di una miriade di tic e nevrosi (soffriva di un disturbo neurologico noto come sindrome di Tourette) terrorizzato dalla morte e, insieme, abile e sicuro oratore, “un provocatore che ama dar di zampa sull’avversario, un bravaccio. Quando discute, gli serve aver ragione e non vuole venire a patti con alcuno; <<se la pistola fa cilecca, gli dà in testa con il calcio dell’arma>> dicono di lui”. Un mix di “candore fantasioso e di innocente tracotanza” nel fondo della sua grande virtù: la sincerità, merce rara oggi come allora.

Come tutti i personaggi amati da Manganelli (e come il Buffone che abbiamo recentemente incontrato nella nostra recensione su “Encomio del tiranno”), J. abita sia una regione illuminata sia una zona d’ombra: ilare e rissoso è anche malinconico e triste, perennemente sull’orlo della fine, della morte, che per lui è innanzitutto fine della possibilità di esercitare l’intelligenza, nel tentativo estremo, nel proprio piccolo, di rischiarare il mondo dalla barbarie. Un uomo dalla volontà ferrea in continuo attaccato da una “strana ruggine dell’anima”: quella putredine generata da una vita stagnante a cui solo il movimento (culturale) può fornire un rimedio. Un Johnson tra l’incudine e il martello dell’eros e del thanatos, della “fascinazione erotica” per le lettere (con esemplare senso del dovere da parte dell’artista che incarna la coscienza della nazione) e del senso di morte annichilente che aleggia intorno a tutti e a tutto, il senso della fine, l’interminabile pausa del racconto, il peggiore degli incubi che può cogliere sia lettore che scrittore. Un Johnson drammaticamente, incommensurabilmente, incredibilmente uguale a Manganelli.

 

In alto, ritratto di Johnson, sir Joshua Reynolds – 1772 – Tate Gallery London

 

Vita di Samuel Johnson – Giorgio Manganelli – Adelphi, 2008 – 116 pag. – 11,00 €

L’incubo in forma di sogno / “Tempi felici” – Ferenc Karinthy

Se “Epepe” si presentava come un lungo e claustrofobico incubo, questo “Tempi felici”, sempre dell’ungherese Ferenc Karinthy, può a buon diritto essere definito come un breve e volatile sogno. Se il primo faceva di un realismo distopico a metà strada tra Kafka e Orwell la propria declinazione, questo piccolo libro apparso in Ungheria nel 1972 e da poco proposto in Italia da Adelphi, è una singolarissima utopia, nel senso della descrizione di una Budapest “irreale” calata però in un contesto storico più che reale. Una descrizione dettagliata e minuziosissima, in forma di “beffa”( nei confronti della Storia) delle avventure di uno “strano eroe” che la percorre nel periodo dicembre 1944/gennaio 1945 quando essa si trova tra due fuochi: da una parte le truppe naziste in ritirata e dall’altra le sovietiche in rapida avanzata. Nel mezzo, l’inerme popolazione civile in una capitale semi-distrutta dai pesanti bombardamenti alleati, l’interruzione delle forniture idriche ed energetiche e lo scarseggiare delle ultime derrate rimaste, il dramma della popolazione di origine ebraica, prima deportata verso i campi di sterminio ed ora (la rimanente) rastrellata dalle temibili “Croci frecciate” di Ferenc Szàlasi e brutalmente fucilata in riva al Danubio, infine la promiscuità e la vicinanza che costringe i civili a fraternizzare nei rifugi anti-aerei.

All’interno di questo “scarto atipico” tra l’orrore in cui tutto si svolge e la “rimozione spensierata” della tragedia da parte del protagonista, Jòzsi Beregi, giovane ebreo ungherese, vero “briccone divino” e demiurgo della narrazione karinthiana, si dipanano le vicende amorose e la ricerca spasmodica di cibo del protagonista, mirabile scansafatiche e seduttore che non distingue le donne certo in base ad età, condizione e classe sociale, ma dona a tutte, incondizionatamente, il proprio cuore ricevendo in cambio talvolta un posto letto, altre un pasto caldo (meglio se abbondante e innaffiato da un buon vino), altre ancora addirittura la vita, come nel caso della Mikucz l’apparentemente integerrima, solerte e ultra-disciplinata crocefrecciata. I “tempi felici” del titolo sono allora le sei settimane da incubo di una Budapest che non fu certo risparmiata dalla guerra ma anzi pagò un prezzo altissimo ad essa in termini di devastazione e di perdita di vite umane; momenti nei quali, però, Beregi riesce a districarsi egregiamente lasciandosi proteggere e coccolare da un gruppo di figure femminili/materne che vanno dalla prostituta Nelli alla rispettabile signora Ferenczy e figliola Adri fino alla miliziana nazionalsocialista Mikucz, lasciando, per la dubbia verosimiglianza delle sue vicende personali, al lettore il dilemma finale se il tutto sia una sua invenzione per esorcizzare il male e rimuoverlo dalla memoria, sostituendolo con una storia all’insegna della leggerezza più frivola e frizzante. Dubbio, tra l’altro, più che legittimo, vista la sola presenza, in una Budapest prossima alla resa dei conti con la popolazione superstite costituita essenzialmente da donne, vecchi e bambini, di un giovane e forte ebreo ungherese miracolosamente scampato a tutti i rastrellamenti e all’invio al fronte.

Ritornando agli amori clandestini del giovane Jòszi, non possiamo non notare che l’unico a lasciare una traccia duratura (nella fugacità dei rapporti) è quello che unisce i due outsider, i due emarginati della società: la prostituta e l’ebreo. E cioè tagliando fuori sia la mogliettina borghese con la fin troppo focosa figlioletta sia la soldatessa: l’amore allora si configura come riscoperta di un “vincolo di classe” che lega gli ultimi (e sui quali tenterà di fondarsi il nuovo stato socialista ungherese) ai quali è dedicato un finale colmo di speranza e di aspettative di ricostruzione: sia per Nelli, destinata all’impiego come sarta e cucitrice nella nuova amministrazione russa, sia per Beregi su cui “piomba” (lui, fannullone impenitente) l’incarico di gestire un negozio di generi vari i cui unici titolari sono ora due suoi lontani parenti e giovani orfani senza guida. Le loro strade sono destinate a separarsi, ma la “parentesi beata” li ha resi consapevoli che anche entro il peggiore degli orrori deve pur continuare la vita e che li attende un nuovo futuro, il nuovo impegno di un paese tutto da ricostruire.

<<Sì, mia piccola Nelli, è così>> sospirò Beregi. <<Il nostro tempo è finito. A quanto pare tutto sarà diverso d’ora in poi: bisognerà darsi da fare… Così è la vita, è quello che ci aspetta: lavorare, lottare e affannarsi dalla mattina alla sera…>>. (..) <<Come farò a vivere senza di te, pezzo di mascalzone?>>. <<Nelli, piccola mia, non sarò mai più felice come lo sono stato insieme a te>>. (pag. 108-9)

 

Tempi felici – Ferenc Karinthy – Adelphi, 2016 – 124 pag. – 12,00 €

Pazzi e disperati tra le maglie della Storia / “I sette pazzi” – Roberto Arlt

Passato attraverso le traduzioni di diverse case editrici italiane (per prima Bompiani nel ’71, poi e/o e Sur fino ad arrivare ad Einaudi nel 2013), “I sette pazzi” di Roberto Arlt (figlio di immigrati di lingua tedesca in Argentina) può considerarsi a pieno titolo uno dei romanzi fondativi della letteratura moderna argentina. Opporsi a questo dato di fatto equivale a mettere in discussione i giudizi più che positivi che diedero dell’opera autori del calibro di Cortàzar, Borges, Onetti, Sabato, ecc. Ed equivale anche a non voler rendere giustizia ad uno scrittore che, per il suo talento in grado di unire follia visionaria a realismo dal risvolto sociale, ha saputo raccontare la sua città, Buenos Aires, come pochi altri, evidenziando la vita e le aspirazioni dei suoi strati più dimenticati, di quel lumpenproletariat urbano, di quella fauna emarginata e cupa a cui egli, che ne era fine conoscitore, si accorgeva che era negata qualsiasi speranza di riscatto. In una Buenos Aires del 1929, in procinto di testare sulla propria pelle gli effetti combinati della Grande Depressione economica e di lì a poco di un golpe militare che porterà al governo una giunta di destra per almeno un decennio, una Buenos Aires che pare la Pietroburgo di Dostoevskij, si agita una folla di “vinti”, di dannati, tutti accomunati dalla volontà disperata, velleitaria, totalizzante, di inseguire un sogno rabbioso che per alcuni consiste nel raggiungere il benessere economico (l’ossessione per il denaro costituisce una costante comune a tutti i personaggi), per altri una pace mistica e per altri ancora una sgangherata rivoluzione globale di colore politico incerto ma di segno palesemente autoritario. In una città piovigginosa, melmosa, gravata da fortissime disparità sociali che ne accentuano l’immobilismo, Arlt vede per i sette protagonisti un solo gesto possibile (quello di chi non ha più nulla ormai da perdere): una ribellione eclatante, un atto estremo, solitario, individuale e pertanto destinato alla sconfitta. Ognuno infatti si trova, da solo, immerso nelle proprie ossessioni ed incubi tanto che il sonnambulismo si rivela essere uno stato fisico/mentale che li contraddistingue tutti, all’interno di un perenne sentimento di ansia, di angoscia di coloro che sanno di essere esposti senza protezione ai marosi della vita.

“A quest’atmosfera di sogno e di inquietudine che lo faceva muovere attraverso le giornate come un sonnambulo, Erdosain aveva dato un nome: la zona dell’angoscia. (..) era la conseguenza della sofferenza umana. Erdosain, come una nube di gas velenoso, si spostava pesantemente da un punto all’altro penetrando nei muri e attraversando le case senza perdere la sua forma piana ed orizzontale; angoscia bidimensionale che, ghigliottinando le gole, vi lasciava un lontano sapore di singhiozzo” (pag. 16)

Gli eventi si susseguono ad un ritmo non proprio vorticoso (quello che invece segnerà il prosieguo dell’opera, “I lanciafiamme” che, col nostro, costituisce un dittico), rallentati da riflessioni, sogni ad occhi aperti, farneticazioni, progetti del protagonista Erdosain (e non solo), i cui “vagabondaggi” per le vie infernali e caotiche di Buenos Aires sono isocroni con i tempi narrativi. Lasciato dalla moglie (che a lui preferirà la sicurezza economica di un capitano dell’esercito rivelatosi precocemente un pessimo partito), accusato di malversazione dall’azienda per cui lavora come esattore e frustrato nelle proprie aspirazioni di strambo inventore (un procedimento di galvanoplastica per rivestire di metallo dei fiori che ricorda, a dire il vero, alcuni tentativi di brevettare insolite scoperte da parte dello stesso Arlt), Erdosain finisce con l’incontrare una squinternata setta che mira a conquistare il mondo e che vede come ideologi tre personaggi che più inquietanti non si può: l’Astrologo, il Maggiore e Haffner il Ruffiano Malinconico. Uniti da velleità superomistiche di dominio sono alla ricerca del capitale iniziale (che troveranno grazie al suggerimento di E. assetato di vendetta nei confronti del cugino della moglie, Barsut) con cui impiantare una rete, nazionale prima e trans-nazionale poi, di bordelli con l’obiettivo di progetti criminosi per piegare le masse di tutto il mondo, con un mix di guerra batteriologica, uso spregiudicato dell’esercito e della repressione poliziesca e retorica salvifica dell’uomo forte in chiave di guida spirituale. Un’internazionale del crimine, cioè, che riecheggia in chiave parodistica lo slogan di Lenin “Proletari di tutto il mondo, unitevi!” qui fondata sulla mercificazione del corpo femminile, motore primo della “conquista dell’universo” dell’ Astrologo e soci il cui grido di battaglia potrebbe allora essere rivisto in: “Puttane di tutto il mondo, unitevi!”. Una setta di uomini falliti, che non trovano il giusto posto in una società escludente e lo cercano disperatamente, disposti a tutto pur di emergere dal grigiore della città portegna e che vedono nell’Astrologo il nuovo Messia da discepoli fedeli (ma vedremo ne “I lanciafiamme” che comparirà anche qualche Giuda non del tutto conquistato alla “causa”) affasciati dal culto della personalità di un personaggio-demagogo che fa di tutto per pizzicare le corde giuste, mostro partorito da una storia, quella di Arlt, che ricorda (e preannuncia) la Storia di lì a venire, segnata da una tragica e repentina infatuazione delle masse per certi leader (non a caso vengono nominati come “modelli” Lenin e Mussolini).Un personaggio, però, quello dell’Astrologo, che tra tanti sproloqui da pazzoide mostra di non essere del tutto disconnesso dalla realtà ma anzi di conoscere alla perfezione certi meccanismi sociali, come quando afferma:

“Lei crede che le future dittature saranno militari? Nossignore (..) I futuri dittatori saranno i re del petrolio, dell’acciaio, del grano (pag. 55)”.

E, di fronte ai dubbi postigli dal protagonista:

“E a lei pare logico che un’associazione rivoluzionaria possa avere come base lo sfruttamento del disonore della donna?”   così replica, supportato da Haffner (e come dargli torto!):

“Quello che lei dice non ha senso. L’attuale società si basa sullo sfruttamento dell’uomo, della donna e del bambino. Se vuol rendersi conto di quello che è lo sfruttamento capitalista vada a dare un’occhiata alle fonderie di ferro di Avellaneda, agli impianti di refrigerazione della carne, alle vetrerie, alle manifatture di fiammiferi e di tabacco (..) Noi, gli uomini del giro, abbiamo una donna o due: loro,, gli industriali, una moltitudine di esseri umani. Come si devono chiamare quegli uomini? E chi è più senza cuore: il padrone di un casino o la società di azionisti di un’impresa?”  (pag. 63)

Anche il Maggiore, latore di una visione elitaria degli alti gradi dell’esercito che ne porta a concepire il futuro ruolo di capi della nazione a dispetto dell’incapacità e della debolezza della classe politica liberale, rivela essere nell’analisi non da meno dei compari:

“Le elezioni presidenziali vengono fatte coi capitali nordamericani, dopo che sono state fatte promesse di rilasciare concessioni a ditte interessate a sfruttare le nostre ricchezze nazionali. Non esagero quando dico che la lotta dei partiti politici nella nostra patria non è nient’altro che una rissa tra commercianti che vogliono vendere il paese al miglior offerente” (pag. 189)

La setta va allora confermandosi nel romanzo come l’ideale antidoto a quel senso di terrore, di paura, di “angoscia”, ben descritto da Arlt in pagine di grande potenza emotiva, che prende come un nodo alla gola chi si accorge, arrivato ad un punto avanzato nella propria biografia, “di non avere una meta nobile nella vita, un sogno grande” e che ora crede, così, di averlo trovato. Di qui anche la profezia: “verrà un giorno in cui la gente farà la rivoluzione perché gli manca un dio”. E quando sarà riuscita a trovarlo (o così crederà, perlomeno) sarà “pronta a salire sulle nuvole, per rendere reali i paesi delle nuvole…ma come?”. Proprio su questo “ma come” si colloca, per concludere, il trait d’union de “I sette pazzi” con “I lanciafiamme”. Nel primo la chiusa con Erdosain che, rivolto all’Astrologo, gli confessa: “Lo sa che lei assomiglia a Lenin?” va a collegarsi con l’incipit del secondo con il Capo che risponde: Sì.. ma Lenin sapeva dove stava andando”. Questo è il punto: in questa metropoli, maledetta e decadente, nessuno sa dove sta andando e si muove d’istinto, come un “cane randagio” di bolaniana memoria tentando di seguire un’illusione, tentando una “fuga” impossibile con la lucidità degli ossessi e l’equilibrio degli alienati. Tentando di “scrivere” su di sé un’altra storia. Che è quello che Arlt compie con quest’opera sperimentale: cercare di trovare “nuove strade” per dare vita ad una nuova letteratura. E riuscendoci. In pieno.

 

“I sette pazzi” – Roberto Arlt – Sur, collana littleSur novembre 2015 – 336 pag. – 10 €

La virtù del vizio / “La favola delle api” – Bernard de Mandeville

Il sociologo Max Weber (1864-1920) ci ha spiegato che l’origine del capitalismo va ricercata nell’ethos protestante. Ma c’è chi, con molto anticipo rispetto alla prima rivoluzione industriale, ne aveva gettate le basi teoriche fondando la propria idea di sviluppo non su un mito positivo di operosità e virtù delle società bensì su una morale negativa dove vizio e rapina sono elementi imprescindibili nel concorrere a definire il grado di progresso della vita in comune. Questo singolare precursore era un medico olandese operante in Inghilterra, semi-sconosciuto ai più e dal nome di Bernard de Mandeville (1670-1733). L’opera in questione è “La favola delle api”, testo satirico composto nel 1705 e poi ampliato nelle successive edizioni. Pubblicata anonima, la prima edizione, riportava come titolo: “L’alveare scontento, ovvero i furfanti divenuti onesti”, per poi essere stampata nel 1723 col titolo: “La favola delle api ovvero vizi privati, pubbliche virtù”. Il pamphlet (che risente delle idee libertine in voga all’epoca), costruito come critica di una società ipocrita che vuol apparire virtuosa occultando quei vizi che, paradossalmente, sono ad essa necessari per prosperare, è il resoconto delle vicende di un alveare florido che prospera grazie al fatto che tutti i suoi abitanti sono dei ladri che si derubano a vicenda. Quando il senso di colpa per il loro stile di vita diventa per essi non più sostenibile, decidono di convertirsi all’onestà. Da questo momento le numerosissime attività artigianali, mercantili, proto-industriali spariscono in quanto impossibilitate a lucrare sulle altrui disgrazie e l’alveare va incontro ad un declino irreversibile.

Favola provocatoria, politicamente scorretta e paradossale, ma dall’inquietante fondo di verità, trovò subito, in Francia, l’interesse di Voltaire (che diede impulso alla traduzione nella sua lingua) mostrando la propria originalità nel ribaltamento della visione weberiana della forza propulsiva del capitalismo a partire dalle tesi di Lutero. Secondo Lutero, infatti, il lavoro materiale è un compito da Dio affidato agli uomini per la loro “ascesa” e in quanto tale in grado di acquistare pari dignità rispetto al lavoro spirituale, come quello contemplativo dei religiosi, o quello speculativo dei filosofi. Calvino, abbinando a ciò il concetto di predestinazione (secondo cui Dio ha già scelto a priori chi si salverà e chi sarà dannato) vede nel successo economico un indizio di “favore” divino da bilanciare però con una vita umile e parca (puritanesimo). Sono cioè gettate le basi per, non solo giustificare, ma incentivare l’accumulazione capitalistica in cui “lo sterco del diavolo”, il denaro, è visto come strumento di promozione individuale e sociale. Mandeville, riprendendo l’analisi di Giovanni Calvino, mostra nella “Favola” (e in altre sue opere) come in questo processo di “avanzamento” non ci sia nulla di virtuoso ma dietro si nascondano quegli “spiriti animali”, quelle pulsioni irrazionali, quel coacervo di appetiti e di vizi insaziabili tipici di un sistema capitalistico la cui ricchezza sarebbe comunque in grado di “sgocciolare” dalle classi alte verso le inferiori, destinate ad accoglierne le briciole e a vivere di “carità”. Mandeville non ha peli sulla lingua: guerra, furto, lussuria, alcool, droga, ecc. sono necessari al conseguimento del “bene comune”. Ovvio che le sue opere furono prontamente messe all’indice e bruciate nelle pubbliche piazze e il suo nome storpiato in “Man devil” (uomo diavolo).

Il discorso mandevilleano è così divenuto, tacitamente, pilastro su cui è fondata l’economia neo-liberista, quella cioè dei paesi a capitalismo avanzato e quella della nostra èra. “I furfanti divenuti onesti” non sono forse coloro che oggi si trovano perfettamente a loro agio con le arti sopraffine della speculazione, del falso in bilancio, dell’elusione fiscale, della corruzione, dello sfruttamento delle risorse ambientali e lavorative, coloro i quali, accantonando ogni scrupolo etico, sono magari convinti con tali pratiche di “far girare al meglio l’economia”? La diabolica provocazione di Mandeville venne successivamente “ripulita” dei suoi lati oscuri dai padri fondatori dell’ultra-liberismo economico: Adam Smith (1723-90) nel suo “La ricchezza delle nazioni” sostituirà, pudicamente, la parola “vizio” con il concetto di “auto-promozione” e rassicurerà i più renitenti creando la teoria della “mano invisibile” secondo la quale il mercato si regolerebbe da sé trovando, in quanto sistema chiuso, l’equilibrio delle varie e opposte pulsioni. Ma probabilmente ad Adam Smith e al successivo John Stuart Mill doveva essere sfuggito quel punto in cui Mandeville metteva in guardia su alcuni “effetti collaterali” che un tale sistema comportava, come ad esempio il sacrificio intrinseco di alcuni: il sacrificio dei poveri tramite fatica, duro lavoro e bassissimi salari per soddisfare piaceri, lussi e vizi di inoperosi e gaudenti ricchi. Ma si sa, “il fine giustifica i mezzi”. O no?

Un’ultima annotazione. L’occultamento di Mandeville nel Novecento è andato di pari passo con una poderosa accelerazione del liberismo economico (compresa la sua “declinazione” tedesca, l’ordo-liberismo) ed è stato utilizzato per nascondere il sottostrato perverso, diabolico di tale messaggio, il quale strideva e di molto con la facciata rispettabile, perbene, del mito produttivista, utilitarista, tecnicista delle nostre civiltà. Oggi non possiamo che prendere atto che questa maschera ipocrita è definitivamente caduta e che “il re è nudo”, visto che, sotto gli occhi di tutti, appare, enorme, l’insaziabile voracità della ricerca del profitto, la devastazione ambientale, la truffa e la mistificazione come prassi dell’agire comune. E ciò comporta, allora, anche il decadere dell’ultimo alibi dietro cui ciascuno di noi è abituato a rifugiarsi: “non sapevo”, “non credevo”. Non abbiamo quindi più scuse per rimanere inerti e per non combattere un sistema che fagocita sempre più le nostre vite di “api operaie” utili solo a rafforzare il potere dell’ “Ape Regina”.

 

In alto, frontespizio della seconda edizione, Londra 1723

La favola delle api – Bernard de Mandeville – Laterza, 2008 – XLI,296 pag. – 12,00 €

Colpa e malattia / “Morfina” e “La corona rossa” – M. Bulgakov

Il racconto breve “Morfina” fu l’ultima opera pubblicata da Bulgakov in Unione Sovietica (1927, sulla rivista “Il lavoratore medico”) con l’autore ancora in vita. Il che, detto in altri termini, sta a significare che per tredici anni (fino alla morte) egli fu condannato ad un lungo oblio. L’opera dovette essere considerata anche particolarmente sconveniente e dal contenuto riprovevole e disdicevole per venire riproposta, nello stesso paese, solo ad un anno dal crollo del Muro (a decenni cioè dalla morte di Stalin e dal “disgelo”). Ma cosa conteneva di così pericoloso e inaccettabile per il regime comunista? Semplice, la “cartella clinica”, in forma di memoria diaristica, di un tossicomane che nel racconto è il dottor Poljakov ma che nella realtà fu Bulgakov stesso. “Morfina” è infatti legato a circostanze autobiografiche: il dottor Bulgakov infatti divenne, a seguito di una reazione allergica scatenatagli da un vaccino antidifterico, morfinomane per alcuni anni tanto che dovette ricorrere ad un percorso di disintossicazione nel dicembre 1917 in una clinica moscovita di un collega.

La vicenda personale gli offrirà fin da subito il canovaccio per “Morfina”, dove si narra del medico Poljakov che lascia le sue memorie al compagno di studi e narratore, Bomgard, medico di guardia durante il suo ricovero per un colpo di browning che si è sparato (e che di lì a poco lo condurrà alla morte). Dal diario che Bomgard esamina (e che dopo 10 anni deciderà di pubblicare) veniamo a conoscere tutti i particolari della caduta nel tunnel della droga da parte di P., dipendenza causatagli dal tentativo di contrasto di un improvviso dolore addominale. L’escalation della dipendenza, segnata dalle tappe di un progressivo incremento del dosaggio di morfina iniettata, diventa, in una narrazione sempre più sincopata, febbrile e allucinata (fino all’estremo gesto), esemplare allegoria di quel “fenomeno malato” che per il medico e corrispondente di guerra di riviste “bianche” Bulgakov è la Rivoluzione russa. Non è un caso, infatti, che la prima iniezione di Poljakov avvenga (15 febbraio) una settimana prima dello scoppio dei tumulti di febbraio quasi a voler, con il ricorso alla droga, tentare di anestetizzare il “dolore” per l’inizio di una carneficina che avrebbe portato ad una lunga guerra civile e fratricida (in cui Bulgakov vedrà arruolarsi due fratelli nell’ Armata Bianca di Denikin e Wrangel): “Dopo l’iniezione, per la prima volta, negli ultimi mesi, ho dormito profondamente e bene”. Dopo blandi tentativi di sostituire la morfina con la cocaina, Poljakov decide di ricoverarsi (come B.) nella clinica di un amico a Mosca: siamo al 14 novembre 1917 una settimana esatta dopo la rivoluzione di novembre (l’Ottobre per il calendario giuliano allora in vigore in Russia). Poljakov “vive” i decisivi avvenimenti non da protagonista, da eroe, come parte attiva, (come avrebbe voluto la letteratura sovietica “edificante”) ma da malato, da dissociato. Anzi, ringrazia il destino per la sua dipendenza dalla morfina che gli evita di percepire appieno il bagno di sangue: “Ringrazio la morfina che mi ha fatto diventare coraggioso. Nessuna sparatoria mi fa paura. D’altronde, cosa potrebbe spaventare un uomo che pensa soltanto ad una cosa, ai magici, divini cristalli?”. Il restante periodo di permanenza nella Mosca in rivolta è quanto infatti di più anti-eroico possa esserci: sono narrate nel dettaglio le astuzie e gli imbrogli di un Poljakov “ladro” sempre più dipendente per procurarsi la sua droga, il suo anestetico alla realtà, il suo “paradiso artificiale” con cui tenere a debita distanza l’ “inferno reale”. Fino al ritorno nella sua sperduta condotta di campagna dove neanche la relazione clandestina con l’infermiera e amante Anna riuscirà a recuperarlo e dove nel febbraio 1918 si deciderà per l’ultimo atto.

Il percorso clinico viene, come spessissimo in B., a sovrapporsi col percorso letterario; la malattia è spunto romanzesco, alla degenerazione personale resta un’ultima àncora di salvezza: affidare la propria redenzione al potere salvifico della letteratura. Così infatti si conclude “Morfina”: “Ho il diritto di pubblicare gli appunti che mi furono regalati? Sì, ce l’ho. Li pubblicherò. Firmato dott. Bomgard”. Qui, è evidente, la malattia è il filtro, la chiave interpretativa con cui osservare gli avvenimenti della Storia e Bulgakov si rivela memore e discendente di una lunga tradizione (la migliore) russa dove il disturbo psico-fisico è fulgido pretesto letterario per raccontare la società. Basterà pensare, tanto per fare degli esempi, a certi racconti cechoviani, a “Le memorie di un pazzo” di Gogol (autore da egli molto amato), ai deliri de “L’idiota” di Dostojevskij fino al suo capolavoro tra i romanzi lunghi, “Il Maestro e Margherita”.

Malattia perlopiù nella sua variante costituita dalla follia, temporanea come in “Morfina” durante i periodi di crisi d’astinenza, o definitivo percorso di perdita del raziocinio come ad esempio nel racconto “La corona rossa” (dal sottotitolo in latino, eloquentissimo, di Historia morbi) uscito in rivista nel 1922 e anche questo fortemente autobiografico nel racconto dei fatti della guerra civile. Qui la follia si accompagna ad un altro importantissimo topos della scrittura bulgakoviana: la colpa collettiva di un’intera nazione che ha deliberatamente scelto di piombare nell’orrore e il conseguente peso (insostenibile) del rimorso di fronte ad un’impossibile riparazione. La narrazione segue il cammino del protagonista alla ricerca del fratello minore arruolatosi nelle truppe bianche per rispettare una promessa fatta all’anziana madre che così lo aveva pregato: “Non sopravviverò a lungo così. Vedo che è una follia. Tu sei il maggiore, e so che gli vuoi bene. Restituiscimi Kolja. Restituiscimelo. Tu sei il maggiore”. Lo troverà “fiero in sella, ma cieco e muto. Due macchie rosse stillanti erano là dove un’ora prima brillavano gli occhi luminosi”, colpito d auna scheggia e vicino alla morte. Terribile si fa il senso di colpa, il rimorso del fratello maggiore per la sorte del minore da lui stesso spronato a partire volontario e ad arruolarsi e la frase ricorrente che ne contraddistinguerà gli incubi: “Fratello, non posso lasciare lo squadrone”. L’ossessione, allora sfocia nella pazzia, in una caduta senza fine: “Non ho speranza (..) Il fardello non si dissolve. E di notte aspetto rassegnato che venga il noto cavaliere con gli occhi che non vedono e mi dica con voce rauca: <<Non posso lasciare lo squadrone>>. Sì, sono un caso disperato. Mi tormenterà fino alla morte”. Nessun alibi in sostanza (neanche verso se stessi o verso chi è rimasto a guardare) per chi ha permesso e si è speso per la distruzione del proprio paese, nessuna attenuante secondo Bulgakov. Siamo tutti colpevoli. Il prezzo da pagare è l’autodistruzione, la follia, la discesa agli Inferi.

 

Morfina – Michail Bulgakov – Passigli, 1999 – 63 pagg. – 7,50 €

La corona rossa – M. Bulgakov – in books.google.it  o nel Meridiano Mondadori, 2000

A caccia di ombre / “Via delle Botteghe Oscure” – Patrick Modiano

“Non sono nulla. Soltanto una sagoma chiara, quella sera, seduta all’esterno di un caffè”.

L’inizio della sesta opera di narrativa del Nobel 2014 Patrick Modiano (con cui vinse nel ’78 il Goncourt) mette subito in guardia il lettore che non ha confidenza con le sue tematiche: dal nulla ognuno di noi proviene e nel nulla è destinato a dissolversi. Come questa sua storia, sicuramente tra le migliori, che è storia di luci e soprattutto di ombre, mosaico di tessere dal color seppia che emergono faticosamente dal passato e che non troveranno nessuna definitiva ricomposizione. Un’amnesia che dura da più di dieci anni ha colpito il protagonista che ha ricevuto nuove generalità (quelle di Guy Roland). Lui che, ironia della sorte, è agente investigativo privato abituato a far luce sulle vite altrui, ha ora l’occasione di tentare di trovare il bandolo della matassa del proprio passato e di “costruirsi” la sua identità. Il romanzo è una coinvolgente e malinconica “ricerca del tempo perduto” tra brandelli di vecchie fotografie, di ricordi (scarsi), di sensazioni, sulle tracce di luoghi (a partire da una Parigi la cui topografia costituisce la descrizione fisica e metaforica di un personaggio a se stante) e persone improbabili (e non) che aiutano in alcuni casi e in altri complicano il viaggio nel passato di Guy e nelle sue mille identità. Volta per volta il lettore verrà condotto ad un passo dalla verità e poi di nuovo lasciato brancolare nella nebbia. Fino a quando, tra i tanti incontri inconcludenti per la sua ricerca, Guy non viene riconosciuto da una donna contattata: “Ma lei…lei non è il signor Pedro McEvoy?” (pag. 87). Ma poi altre “convergenze” ribalteranno questo punto d’arrivo e il narratore diverrà un altro Pedro, Stern, in un tale disorientamento che dovrà ammettere: “E non ricordo se quella sera mi chiamavo Jimmy, Pedro, Stern o McEvoy” (pag. 145).

Tra pianisti, maestri di sci, diplomatici dominicani, ballerine russe e trafficoni vari dai cui racconti ormai pende totalmente, si troverà catapultato dapprima nelle Alpi svizzere dove veniamo a sapere del tragico esito del suo tentativo d’espatrio con l’amata Denise in fuga dalla Francia occupata dai nazisti, fino alla Polinesia francese in uno degli ultimi tentativi di svelamento della “verità”. Cosciente che ogni vita è un insieme di brandelli caotici che affiorano all’improvviso con connessioni involontarie tra una storia e l’altra (tutte che si sfiorano senza mai toccarsi definitivamente), il nostro protagonista capirà che, in questo labirinto di ricordi sparsi aggrediti dalla furia del tempo (e dal dolore del rimosso), le tracce che sta seguendo con dedizione e affanno, forse, non sono neanche più le sue: “Ma si tratta della mia vita o di quella di un altro nella quale mi sono insinuato?” (pag. 190). Perché “le nostre vite sono così rapide a dissolversi nella sera” così come veloci sono apparse dal buio iniziale e quindi quella che si insegue non è una persona fisica, una memoria solida, ma una sensazione, un eco sparso nell’aria che le onde del tempo trasmettono a distanza di anni ma che può essere ingannevole oltre che sfuggevole. All’indagine, per la verità, manca solo un ultimo tassello: l’abitazione dello Stern a Roma in via delle Botteghe Oscure 2 (nomen-omen e, curiosità, via in cui Modiano abitò davvero alcuni anni. Connotazione biografica, allora?) dalla quale intuiamo però, proprio quando il romanzo di colpo si interrompe, non caveremo un ragno dal buco. La memoria non può produrre nulla di certo, di palpabile, è offuscata da un velo di indefinito. E’ come un sogno di cui rammentiamo solo qualche spezzone, sconnesso, come le vite la cui testimonianza del nostro passaggio su questa terra è affidata a qualche orma semi-cancellata e sparsa.

 

La frase: “Gli ingressi degli edifici conservano secondo me l’eco della gente scomparsa che vi transitava. Qualcosa dopo il passaggio di quella gente continua a vibrare: onde vieppiù deboli, ma che si possono captare, facendo attenzione. In fondo, poteva darsi che io non fossi mai stato Pedro McEvoy: forse non ero un bel niente. Ma onde mi percorrevano, ora lievi ora intense. Pian piano, gli echi sparsi nell’aria si cristallizzavano: ed ero io”. (pag. 100)

 

In alto, installazione dell’artista giapponese Kumi Yamashita che a partire da giochi di luci e ombre ricrea figure umane.

 

Via delle Botteghe Oscure – Patrick Modiano – Bompiani, 2014 – 210 pagg. – 17,00 €