Un racconto en plein air / “Kew Gardens” – Virginia Woolf

Virginia Woolf eccelse come poche nelle qualità narrative ed è per questo motivo che da un secolo circa si continuano ininterrottamente a ristampare le sue opere, che non videro mai alterne fortune. Le sue qualità profetiche, in special modo riguardo al successo o meno delle proprie pubblicazioni tra critici e lettori, invece, lasciarono sempre a desiderare (condizionate anche da un buon grado di sottostima). Prendiamo ad esempio una pagina del suo diario datata 12 maggio 1919, che comunica tutta la sua ansia di scrittrice e riferita alle prime prose brevi e in particolare al racconto “Kew Gardens”:

<<Ho letto da cima a fondo una copia rilegata di “Kew Gardens”: avevo rimandato il triste compito finchè non fosse completa. Il risultato è vago. Mi sembra glaciale e breve; non capisco come questa lettura abbia tanto impressionato Leonard. Secondo lui è la migliore prosa breve che io abbia scritto finora; e questo giudizio mi ha indotto a rileggere “Il segno sul muro” e ci ho trovato un bel po’ di difetti. (..) Sono quasi certa che per questo racconto [di elogi] non ne riceverò nessuno e che un poco mi dispiacerà>>.

Appena un mese dopo, sempre sul diario, nella pagina relativa al 10 giugno, annoterà:

<< (..) tornando da Asheham abbiamo trovato il tavolo dell’atrio cosparso, anzi coperto, di ordinazioni per “Kew Gardens”. (..) Tutte queste ordinazioni – circa 150 da librerie e da privati – nascevano da una recensione del “Times Literary Supplement”. (..) E dieci giorni fa mi preparavo stoicamente a un fiasco completo!>>.

Pubblicato dai coniugi Woolf alla Hogarth Press di Richmond, nella loro “tipografia casalinga”, “K.G.” uscì il 12 maggio del 1919 in 150 copie subito esaurite per poi essere ristampato il mese prossimo in 500. Il racconto era corredato da illustrazioni della sorella Vanessa Bell e confluì insieme ad altri sette nella raccolta “Lunedì o Martedì” del 1921, la sua unica pubblicata in vita. Gli altri tasselli erano: “Il segno sul muro”, “Un romanzo non scritto”, “Una casa stregata”, “Una società”, “Lunedì o Martedì”, “Quartetto d’archi”, “Blu&Verde” e “Kew Gardens”. Di importanza fondamentale all’interno della sua opera globale, questi racconti sono infatti esercizi di stile composti tra opere più impegnative, esperienze formative di scrittura sperimentale in cui la W. inizia ad elaborare quella che sarà “la nuova forma per un nuovo romanzo”. E di questa scoperta di qualcosa di nuovo saranno subito consapevoli critici ed amici:

Così E.M. Forster sul “Daily News” del 31 luglio 1919:

<<E’ il mondo dell’occhio ad essere svelato (..) è la superficie delle cose, non il loro nome o natura che conta per lei>>.

E sul “New Criterion” qualche anno dopo:

<<In “Kew Gardens” guarda degli uomini, a volte che guardano delle piante, e delle piante che mai guardano gli uomini. In entrambi i casi, riferisce la sua visione in modo imparziale; e procede divagando, sussurrando, errando, addormentandosi (..) invece della precisione dei suoi precedenti scritti ci troviamo di fronte a qualcosa di così elusivo, mai prima realizzato in inglese (..) la prosa woolfiana è un’ispirata apnea, un meraviglioso ronzio o affanno che s’affida alla fortuna (..) la sua impresa creativa è nel restituire il processo vero e proprio del pensiero>>.

Altri elogi arrivano da T.S. Eliot che parla, nel caso di “K.G.” e de “Il segno sul muro” di un talento controllato alla perfezione e da Katherine Mansfield che così rivela relativamente al nostro racconto in esame: “la tua Aiuola è bella. C’è un tremolio di luce ferma cangiante su tutto e un senso delle coppie che si dissolvono nell’aria luminosa che mi affascina”.

Veniamo ora al racconto “K.G.”, piccolo esempio di arte orafa prestata alla letteratura che in poche pagine contiene gran parte delle tematiche care alla scrittrice. Ma prima, però, soffermiamoci brevemente sull’ambientazione: i Royal Botanic Gardens di Kew, meglio noti come Kew Gardens.

I giardini della Kew House sono costituiti da un complesso di giardini, serre, orti botanici, padiglioni e pagode d’epoca e sono famosi per avere al proprio interno una delle più varie collezioni floreali al mondo. Sono elencati nella lista UNESCO come Patrimonio dell’Umanità dal 2003. Situati a sud di Londra, precisamente a Richmond, nascono nel XVIII secolo con il piccolo giardino della Kew House creato da Sir Capel Tewkesbury. L’area aveva già conosciuto un’intensa ristrutturazione sin dal XIV sec. per via del Palazzo Reale e successivamente del Richmond Palace di Enrico VII. La facilità del trasporto lungo il Tamigi portò infatti la nobiltà dell’epoca a scegliere la zona come sua nuova residenza. Fu così che ebbero inizio diversi passaggi di proprietà tra i nobili della zona, sino ad arrivare alla famiglia di Sir Capel e al piccolo giardino esotico costruito in onore della moglie. Prima della seconda metà del XIX sec. i giardini subirono diversi ampliamenti e sviluppi grazie alla Principessa Augusta di Hannover e a Giorgio III e nel 1840 furono dichiarati ufficialmente Orto Botanico della nazione. Già allora erano estesi ben 130 ettari. Sono divisi in varie aree: la zona dell’entrata lungo Broad Walk, l’ Orangery splendido edificio bianco costruito e disegnato da Sir William Chambers, il Nash Conservatory in stile neoclassico. Poi c’è la grande Pagoda del 1762 con 10 piani e 50 metri di altezza totale. Lo stile è quello tipicamente orientale con forme ettagonali, raffigurazioni di draghi, vetri e tetti pensili. Poi le serre in stile vittoriano, il Kew Palace,

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la serra più famosa cioè la Palm House simbolo dei giardini della metà del XIX secolo.

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Costruita dall’architetto Decimus Burton presenta all’interno collezioni rare di fiori e piante tropicali alcune delle quali in via d’estinzione. Lì vicino c’è la Waterlily House la serra più calda e umida del complesso, opera di Richard Turner. Nel 1852, anno della sua costruzione, era la più grande singola serra del mondo in quanto concepita per ospitare la gigantesca Ninfea Victoria amazonica la specie di ninfea più grande al mondo (3 metri di diametro e 8 di lunghezza). Altra serra importante è la Temperate House due volte più grande della Palm House (5mila metri quadrati di superficie). I Kew Gardens ospitano nel complesso oltre 40 mila varietà di piante e 14 mila alberi da tutto il mondo.

Essi inoltre costituiscono la cornice entro cui si svolge il quadro del racconto della W. L’assonanza in lingua inglese del sostantivo eye e del pronome personale I è il centro di gravità verso il quale convergono le “visioni” woolfiane di un caldo pomeriggio di luglio tra i viali e le aiuole di Kew. E’ l’occhio infatti il medium privilegiato per catturare la superficie delle cose, la fugace patina di consistenza degli “oggetti solidi”, reali, illuminati da un breve sipario di luce. Sguardo che coglie l’apparenza, il “momento di essere”, quello strano alone che emana da oggetti e persone che l’io del narratore, imparziale, registra e trasforma in sensazione, emozione, parzialissime, che la mente elabora.

In “K. G.” questo tentativo di registrare una serie di istantanee, di scene di vita, raggiunge tra l’altro livelli di quasi perfezione e “misura” nella resa lirica finale e nella corrispondenza discorsi/gesti e stati d’animo riflessi verso l’osservatore. Siamo di fronte alla trascrizione in prosa (con linguaggio mutuato dalla poesia) della coscienza interiore, di fronte cioè ad una serie di finestre che si aprono su altre finestre. La W. crea una forma narrativa costituita da rapidi piani in sequenza che hanno lo scopo di inseguire la volatilità delle percezioni soggettive senza fissarsi troppo a lungo su un’unica immagine, ma passando subito alla successiva così da “includere” tutto. Si domanderà infatti (sempre diario, data 26 gennaio 1920): ” Sono abbastanza padrona dei miei dialoghi per imprigionarcelo [il cuore umano] dentro (..) il cuore, la passione, l’umore, tutto dovrà ardere come un fuoco dentro la nebbia (..) una gaiezza, un’incoerenza, un lieve, brioso seguire il passo del mio capriccio (..) vedo immense possibilità nella forma in cui mi sono imbattuta, più o meno per caso, due settimane fa.”.

Nel racconto protagonista indiscussa è la luce che illumina, facendo esplodere i colori delle fioriture, le singole scene costituite da gruppi o coppie di figure umane e dal loro esile legame rappresentato dal lento e macchinoso percorso di una chiocciola nell’aiuola. Uomini e animali si fondono nel loro procedere irregolare, come farfalle bianche che procedono a zig-zag da un’aiuola all’altra. Dapprima a catturare l’attenzione dell’osservatore è una coppia marito-moglie con bambini al seguito. L’uomo precede di un passo la donna, immerso nei pensieri. In questo dettaglio già c’è tutta la distanza e l’incomunicabilità tra i sessi, leitmotiv dell’intera opera woolfiana. Lui ripensa a 15 anni prima quando nei giardini si vide rifiutare dall’amata la proposta di matrimonio. L’immagine del diniego riaffiora dal passato tramite due particolari: il moto impaziente e ribelle della scarpa con fibbia d’argento di lei al sentirsi rivolgere la fatidica richiesta e il volo, senza posa, libero, di una libellula tra di loro. La moglie invece conserva da un lontano passato di bambina l’immagine di un furtivo bacio ricevuto dietro la nuca mentre era intenta a dipingere ninfee rosse. Così come comparsa d’improvviso, la visione si dilegua repentinamente soppiantata da una coppia d’uomini, uno più giovane e uno anziano vacillante, nervoso, traumatizzato da ricordi di guerra (la Prima Guerra Mondiale da poco conclusa), affetto da allucinazioni. Anche qui l’occhio scarta di colpo e si posa come una farfalla su una coppia di donne anziane della minuta borghesia indaffarate nel “loro complicatissimo dialogo” basato su pettegolezzi spicci di cui l’osservatore capta solo qualche parola alla rinfusa. Ancora un giovanotto e una ragazza che si muovono a scatti e indecisi sulla direzione da prendere: lei vorrebbe vedere le orchidee e la pagoda cinese, lui, autoritario e sbrigativo, decide per entrambi di muovere verso la sala da tè. Su tutto, la calura diffonde un’atmosfera verde-blu. I corpi, pesanti, sprofondano nel calore, ma “le voci si staccavano da loro e fluttuavano nell’aria quasi fossero fiamme alte sopra i grossi corpi di cera”. Il racconto termina col borbottìo cittadino che sovrasta tutto, le ruote degli autobus e le grida alte della strada. E con “i petali di miriadi di fiori che schizzavano in aria i loro colori”. Così come tutto appare, tutto si dissolve bruscamente. La luce si spenge. Ma l’occhio è riuscito, anche solo per brevi istanti, a cogliere l’essenza, l’anima di quei corpi avvinghiati nel gran gioco della vita. E la W. con pochissimi tocchi ci ha parlato della solitudine dell’essere umano, dell’incomunicabilità, del ruolo della donna nella società dell’epoca, del dramma della guerra, del rimpianto del passato, della giovinezza, delle forti differenze di classe sociale, del rapporto tra uomo e natura, ecc. Leggera e veloce come una farfalla ha toccato con pochi battiti d’ali tutte le aiuole dell’animo umano.

 

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Autore: ilprismadinewton

Blog indipendente di contaminazioni letterarie

One thought on “Un racconto en plein air / “Kew Gardens” – Virginia Woolf”

  1. Quando leggo le vostre recensioni su racconti che hanno per protagonisti i giardini e il mondo botanico ad esso associato ho chiare le visioni che mi dava l’ascolto dei primi album dei Genesis quando divagano e sposano la musica e i testi con il mondo bucolico della tradizione inglese. Ottima ispirazione per rileggere anche “Gita al faro” che ho amato tanto.

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