A cup of tea

I britannici, lo sanno tutti, adorano i paradossi. E allora non se ne avranno a male se con uno di questi andremo a colpire uno dei loro “mostri sacri”. No, per carità, non tema alcunché la Corona, salda, anzi saldissima da innumerevoli secoli (ad eccezione della breve parentesi cromwelliana) e indiscusso (oltre che redditizio) marchio di fabbrica. Faremo di molto peggio: ce la prenderemo con la loro bevanda (non alcolica) più nota: il tè. Ed ecco il paradosso: che c’è di più domestico, di più “british”, di più comune di una tazza di tè e, nello stesso tempo, cosa c’è di meno inglese data la provenienza? Ma, allora… Sì, la bevanda-caricatura dell’inglesità nel mondo è il perfetto emblema di un qualcosa a cui non a caso gli inglesi tengono tantissimo: della loro storia (imperialista) di conquista dei quattro angoli del pianeta. Questa bevanda contiene infatti secoli di predominio, attraverso mari e terre di regioni lontanissime, nel commercio globale. Ma non solo: nella storia del tè, oltre alla politica economica vittoriana, c’è la produzione e il consumo di massa, la mutazione del paesaggio agricolo di vaste aree del pianeta, il trasporto marittimo mondiale, la volontà di irreggimentazione dei consumi alimentari nelle colonie (non è mica un caso che la rivolta delle colonie americane a fine ‘700 sia partita dalla distruzione a Boston delle casse da tè della Compagnia Mercantile Britannica). Il tè diverrà così, lentamente, da bene di lusso a bene essenziale, alla portata di tutti, ma solo più tardi. Prima fu appannaggio esclusivo della classe dei nobili. Fu verso il 1840 circa che la duchessa di Bedford introdusse il rito del tè pomeridiano perché all’epoca la cena era servita verso le 8 di sera così che tra questa e il pranzo intercorreva un tempo inaccettabile per l’insaziabile appetito dell’aristocrazia inglese. Ma la popolarità del tè tra le classi alte risaliva ad ancora prima: ai tempi di Carlo II e della regina Anna. Veniva dalla Cina, costava molto e si beveva amaro, in piccole tazze. Così diffuso che nel 1750 Samuel Johnson ne confessava la dipendenza definendosi “bevitore di tè incallito e spudorato”, “il cui bricco non fa mai in tempo a raffreddarsi”. Tasse governative elevate fecero all’epoca la fortuna dei contrabbandieri tanto che il tè introdotto illegalmente superava di gran lunga quello legale. Fino al 1785, quando i mercanti ottennero la drastica riduzione dei dazi. Nasce così il consumo di massa del tè, si avviano sale da tè e locali all’aperto, un florido mercato dei servizi da tè in porcellana e in argento per chi può permetterseli, fino ad arrivare ad uno sbalorditivo consumo medio pro capite di 3 kg/anno.

Un aspetto poco noto è quello della funzione sociale del tè: esso servirà infatti anche a garantire l’ordine pubblico. Le terribili e miserevoli condizioni delle classi lavoratrici britanniche nei sobborghi industriali avevano infatti dal ‘700 orientato queste verso il consumo scriteriato di alcool (si pensi alle stampe che documentano il dilagare di tale fenomeno da parte di William Hogarth), vera e propria piaga anche tra donne e bambini. Il tè allora fu promosso all’interno di una speciale crociata proibizionista anti-alcol per calmierare i disordini sociali. Una tazza di tè costava poco, non faceva male, con un po’ di latte donava energia e vigore ed era buona; un ottimo strumento di controllo sociale e il simbolo del nuovo carattere inglese: educato e rispettabile, scevro dell’antica e chiassosa allegria. Il tè, però, se salvò l’Inghilterra dalle tensioni interne, ne procurò (e di violente) nel sud-est asiatico, specie con la Cina che vendeva tè ed oppio prodotti in cambio dell’argento della Compagnia Britannica delle Indie Orientali. La Cina venne allora bypassata dal commercio inglese che, dal 1830, preferì coltivare “in proprio” la pianta nella regione indiana dell’ Assam. Altre piantagioni nacquero in seguito a Ceylon dove ettari su ettari furono riconvertiti e dove fu sfruttata (ancora oggi) moltissima manodopera locale a bassissimo costo.

Ma cos’è il tè? Che tipi di tè esistono in commercio?

Il tè appartiene alla famiglia delle camelie: Camelia sinensis e la sua varietà indiana, Camelia assamica. La coltivazione del tè, nata nella Cina meridionale, si è poi diffusa in tutte quelle aree del mondo che rispettano precise condizioni climatiche (di temperature e di precipitazioni). Generalmente viene classificato, in base alla lavorazione subita dopo la raccolta, in tre macrocategorie: tè nero (fermentato) il più consumato in Occidente e fuori da Cina e Giappone e dal colore ambrato; tè verde (non fermentato) dal colore giallo paglierino leggermente amaro e le cui foglie vengono solo fatte appassire e poi sottoposte a bagni di vapore per impedirne la fermentazione; infine l’oolong (semifermentato) tipico di Cina del sud e Formosa.

Ma come si riconosce un tè di buona qualità?

“Le foglie devono ripiegarsi su se stesse come gli stivali di cuoio dei cavalieri tartari, essere arricciate come le corna di un bue poderoso, srotolarsi come la nebbia che sale da un dirupo, brillare come le acque di un lago increspato dalla brezza, essere umide e dolci al tocco”.   (Lu Yu, VII sec.)

 

La lavorazione classica del tè nero

Quattro fasi: appassimento delle foglie tramite aria calda, poi lasciate avvizzire fino a 24h; poi arrotolamento tramite cilindri senza spezzare le foglie così da far fuoriuscire gli oli essenziali responsabili di profumi e colore finale; fermentazione tramite il contatto con un luogo freddo e umido per circa 4h; infine essiccazione con aria calda sì da bloccare il processo decompositivo.

A seconda delle foglie utilizzate i tè neri si dividono in Orange Pekoe (si usano la gemma terminale del ramo e solo la prima e la seconda foglia, le più tenere. Il nome deriva dalla famiglia reale olandese che introdusse tale metodo di classificazione) dalle foglie lunghe, ritorte e sottili ed è il più pregiato; Pekoe che usa anche la terza foglia, con foglie più aperte e il Pekoe Suchong con foglie grandi e spesse che arriva ad usare anche la quarta foglia.

La lavorazione del tè verde

Le foglie appena raccolte vengono poste su vassoi di bambù e lasciate al sole per qualche ora. Poi sono riscaldate in un largo wok di ferro (Cina) o a vapore (Giappone) per bloccare la fermentazione. A seconda delle varietà, diversa è la piegatura delle foglie per far uscire i residui d’acqua. Poi di nuovo riscaldate e piegate.

I tè aromatizzati trovarono il loro impiego già in Cina in epoca Ming (1368-1644). Generalmente venivano aggiunti petali di gelsomino, di crisantemo, di rosa o loto. In Europa gli scented tea entrarono in voga solo nell’800 spesso per mascherare qualità scadenti.

E infine una lista dei tè più diffusi, basata sull’areale di provenienza.

CINA

Tè verdi.

Gunpowder (a forma di palline arrotolate a mano, chiaro e aromatico); Chun Mee (forte e persistente); Lung Ching (riservato agli alti dignitari di un tempo. Foglie verdi smeraldo, dolci e aromatiche).

Tè neri.

Lapsang Souchong (grandi foglie con sapore forte e affumicato, colore molto scuro); Pu-Erh (postfermentato con una particolare lavorazione che gli conferisce un aroma di terra umida); Keemun (corposo ma dal delicato aroma di miele, color paglia).

Tè oolong.

Tè aromatizzati.

Jasmine (miscelato con fiori di gelsomino asiatico, gusto fresco e prolungato).

INDIA

Assam (caldo e pungente, sapore di malto, forte); Darjeeling (raffinato tè di montagna, aroma di miele e noci); Nilgiri (delicato e leggero).

AFRICA

Generalmente provenienti dal Kenia. Ricordano i tè di Ceylon.

CEYLON

Nuwara Eliya (leggero, brillante di colore e profumato)

FORMOSA

Famosa per i suoi oolong molto profumati

GIAPPONE

Matcha (ottenuto dalle migliori foglie della varietà gyokuro polverizzate); Sencha (il più popolare, dalle foglie arrotolate in fili sottilissimi); Bancha (dalle foglie più vecchie, con poca caffeina); Kuchica (prodotto con i rametti della pianta privati delle foglie, sapore leggero di nocciola. E’ il meno pregiato).

 

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Autore: ilprismadinewton

Blog indipendente di contaminazioni letterarie

4 pensieri riguardo “A cup of tea”

  1. Grazie per la puntuale e breve storia su questa bevanda a cui mi avvicino e mi allontano periodicamente. Ne porto però dei bellissimi ricordi come rito di comunicazione sociale soprattutto in una vacanza fatta a Istanbul dove ogni occasione è buona per farsi un bicchierino di tchai ( come loro lo chiamano).

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    1. E grazie a te per la pazienza di lettore 😉 Il tchai è la “bevanda nazionale indiana” , tè nero speziato, molto usato infatti in tutto il Medio Oriente . In Cina e Giappone, inoltre, vi è una vera e propria “cerimonia del tè”. Ne riparleremo, ciao!

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