La virtù del vizio / “La favola delle api” – Bernard de Mandeville

Il sociologo Max Weber (1864-1920) ci ha spiegato che l’origine del capitalismo va ricercata nell’ethos protestante. Ma c’è chi, con molto anticipo rispetto alla prima rivoluzione industriale, ne aveva gettate le basi teoriche fondando la propria idea di sviluppo non su un mito positivo di operosità e virtù delle società bensì su una morale negativa dove vizio e rapina sono elementi imprescindibili nel concorrere a definire il grado di progresso della vita in comune. Questo singolare precursore era un medico olandese operante in Inghilterra, semi-sconosciuto ai più e dal nome di Bernard de Mandeville (1670-1733). L’opera in questione è “La favola delle api”, testo satirico composto nel 1705 e poi ampliato nelle successive edizioni. Pubblicata anonima, la prima edizione, riportava come titolo: “L’alveare scontento, ovvero i furfanti divenuti onesti”, per poi essere stampata nel 1723 col titolo: “La favola delle api ovvero vizi privati, pubbliche virtù”. Il pamphlet (che risente delle idee libertine in voga all’epoca), costruito come critica di una società ipocrita che vuol apparire virtuosa occultando quei vizi che, paradossalmente, sono ad essa necessari per prosperare, è il resoconto delle vicende di un alveare florido che prospera grazie al fatto che tutti i suoi abitanti sono dei ladri che si derubano a vicenda. Quando il senso di colpa per il loro stile di vita diventa per essi non più sostenibile, decidono di convertirsi all’onestà. Da questo momento le numerosissime attività artigianali, mercantili, proto-industriali spariscono in quanto impossibilitate a lucrare sulle altrui disgrazie e l’alveare va incontro ad un declino irreversibile.

Favola provocatoria, politicamente scorretta e paradossale, ma dall’inquietante fondo di verità, trovò subito, in Francia, l’interesse di Voltaire (che diede impulso alla traduzione nella sua lingua) mostrando la propria originalità nel ribaltamento della visione weberiana della forza propulsiva del capitalismo a partire dalle tesi di Lutero. Secondo Lutero, infatti, il lavoro materiale è un compito da Dio affidato agli uomini per la loro “ascesa” e in quanto tale in grado di acquistare pari dignità rispetto al lavoro spirituale, come quello contemplativo dei religiosi, o quello speculativo dei filosofi. Calvino, abbinando a ciò il concetto di predestinazione (secondo cui Dio ha già scelto a priori chi si salverà e chi sarà dannato) vede nel successo economico un indizio di “favore” divino da bilanciare però con una vita umile e parca (puritanesimo). Sono cioè gettate le basi per, non solo giustificare, ma incentivare l’accumulazione capitalistica in cui “lo sterco del diavolo”, il denaro, è visto come strumento di promozione individuale e sociale. Mandeville, riprendendo l’analisi di Giovanni Calvino, mostra nella “Favola” (e in altre sue opere) come in questo processo di “avanzamento” non ci sia nulla di virtuoso ma dietro si nascondano quegli “spiriti animali”, quelle pulsioni irrazionali, quel coacervo di appetiti e di vizi insaziabili tipici di un sistema capitalistico la cui ricchezza sarebbe comunque in grado di “sgocciolare” dalle classi alte verso le inferiori, destinate ad accoglierne le briciole e a vivere di “carità”. Mandeville non ha peli sulla lingua: guerra, furto, lussuria, alcool, droga, ecc. sono necessari al conseguimento del “bene comune”. Ovvio che le sue opere furono prontamente messe all’indice e bruciate nelle pubbliche piazze e il suo nome storpiato in “Man devil” (uomo diavolo).

Il discorso mandevilleano è così divenuto, tacitamente, pilastro su cui è fondata l’economia neo-liberista, quella cioè dei paesi a capitalismo avanzato e quella della nostra èra. “I furfanti divenuti onesti” non sono forse coloro che oggi si trovano perfettamente a loro agio con le arti sopraffine della speculazione, del falso in bilancio, dell’elusione fiscale, della corruzione, dello sfruttamento delle risorse ambientali e lavorative, coloro i quali, accantonando ogni scrupolo etico, sono magari convinti con tali pratiche di “far girare al meglio l’economia”? La diabolica provocazione di Mandeville venne successivamente “ripulita” dei suoi lati oscuri dai padri fondatori dell’ultra-liberismo economico: Adam Smith (1723-90) nel suo “La ricchezza delle nazioni” sostituirà, pudicamente, la parola “vizio” con il concetto di “auto-promozione” e rassicurerà i più renitenti creando la teoria della “mano invisibile” secondo la quale il mercato si regolerebbe da sé trovando, in quanto sistema chiuso, l’equilibrio delle varie e opposte pulsioni. Ma probabilmente ad Adam Smith e al successivo John Stuart Mill doveva essere sfuggito quel punto in cui Mandeville metteva in guardia su alcuni “effetti collaterali” che un tale sistema comportava, come ad esempio il sacrificio intrinseco di alcuni: il sacrificio dei poveri tramite fatica, duro lavoro e bassissimi salari per soddisfare piaceri, lussi e vizi di inoperosi e gaudenti ricchi. Ma si sa, “il fine giustifica i mezzi”. O no?

Un’ultima annotazione. L’occultamento di Mandeville nel Novecento è andato di pari passo con una poderosa accelerazione del liberismo economico (compresa la sua “declinazione” tedesca, l’ordo-liberismo) ed è stato utilizzato per nascondere il sottostrato perverso, diabolico di tale messaggio, il quale strideva e di molto con la facciata rispettabile, perbene, del mito produttivista, utilitarista, tecnicista delle nostre civiltà. Oggi non possiamo che prendere atto che questa maschera ipocrita è definitivamente caduta e che “il re è nudo”, visto che, sotto gli occhi di tutti, appare, enorme, l’insaziabile voracità della ricerca del profitto, la devastazione ambientale, la truffa e la mistificazione come prassi dell’agire comune. E ciò comporta, allora, anche il decadere dell’ultimo alibi dietro cui ciascuno di noi è abituato a rifugiarsi: “non sapevo”, “non credevo”. Non abbiamo quindi più scuse per rimanere inerti e per non combattere un sistema che fagocita sempre più le nostre vite di “api operaie” utili solo a rafforzare il potere dell’ “Ape Regina”.

 

In alto, frontespizio della seconda edizione, Londra 1723

La favola delle api – Bernard de Mandeville – Laterza, 2008 – XLI,296 pag. – 12,00 €

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Autore: ilprismadinewton

Blog indipendente di contaminazioni letterarie

One thought on “La virtù del vizio / “La favola delle api” – Bernard de Mandeville”

  1. Ancora un libro e un autore che non solo non ho mai letto ma neanche sentito mai nominare. Bisogna che questa lacuna va colmata anche perchè trovo sempre piacevoli le favole per adulti che spiegano con leggerezza mondi e modi di vivere complessi.

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