Dialogo di Federico Ruysch e delle sue Mummie / Leopardi

Da “Le Operette Morali” di Giacomo Leopardi riportiamo il “Dialogo di Federico Ruysch e le sue Mummie”. Le “Operette” sono 24 componimenti in prosa di cui 17 in forma dialogica pubblicati in via definitiva nel 1827 presso l’editore milanese Stella. Quest’opera, sul modello classico dei dialoghi di Luciano e Platone, è una chiarificazione ed un’esposizione sistematica del pensiero leopardiano.

DIALOGO DI F. RUYSCH E DELLE SUE MUMMIE

Coro di morti nello studio di Ruysch

Sola nel mondo eterna, a cui si volve / ogni creata cosa, / in te, morte, si posa, / nostra ignuda natura; / lieta no, ma sicura / dell’antico dolor. Profonda notte / nella confusa mente / il pensier grave oscura; / alla speme, al desio, l’arido spirto / lena mancar si sente: / così d’affanno e di temenza è sciolto, / e l’età vote e lente / senza tedio consuma. / Vivemmo: e qual di paurosa larva, / e di sudato sogno, / a lattante fanciullo erra nell’alma / confusa ricordanza: / tal memoria n’avanza / del viver nostro: ma da tema è lunge /  il rimembrar. Che fummo? / Che fu quel punto acerbo / che di vita ebbe nome? / Casa arcana e stupenda / oggi è la vita al pensier nostro, e tale / qual de’ vivi al pensiero / l’ignota morte appar. Come da morte / vivendo rifuggia, così rifugge / dalla fiamma vitale / nostra ignuda natura; / lieta no, ma sicura, / però ch’esser beato / nega ai mortali e nega ‘a morti il fato.

Ruysch fuori dello studio, guardando per gli spiragli dell’uscio.

Diamine! Chi ha insegnato la musica a questi morti, che cantano di mezza notte come galli? In verità che io sudo freddo, e per poco non sono più morto di loro. Io non mi pensava perché gli ho preservati dalla corruzione, che mi risuscitassero. Tant’è: con tutta la filosofia, tremo da capo a piedi. Mal abbia quel diavolo che mi tentò di mettermi questa gente in casa. Non so che mi fare. Se gli lascio qui chiusi, che so che non rompano l’uscio, o non escano pel buco della chiave, e mi vengano a trovare al letto? Chiamare aiuto per paura de’ morti, non mi sta bene. Via, facciamoci coraggio, e proviamo un poco di far paura a loro.

Entrando. Figliuoli, a che gioco giuochiamo? non vi ricordate di esser morti? che è cotesto baccano? (..) Io m’immagino che abbiate avuto intenzione di far da burla, e non da vero. Se siete risuscitati, me ne rallegro con voi; ma non ho tanto, che io possa far le spese ai vivi, come ai morti; e però levatevi di casa mia. Se è vero quel che si dice dei vampiri, e voi siete di quelli, cercate altro sangue da bere; che io non sono disposto a lasciarmi succhiare il mio, come vi sono stato liberale di quel finto, che vi ho messo nelle vene. In somma, se vorrete continuare a star quieti e in silenzio, come siete stati finora, resteremo in buona concordia, e in casa mia non vi mancherà niente; se, no, avvertite ch’io piglio la stanga dell’uscio, e vi ammazzo tutti.

Morto. Non andare in collera; che io ti prometto che resteremo tutti morti come siamo, senza che tu ci ammazzi.

Ruysch. Dunque che è cotesta fantasia che vi è nata adesso di cantare?

Morto. Poco fa sulla mezza notte appunto, si è compiuto per la prima volta quell’anno matematico e grande, di cui gli antichi scrivono tante cose; e questa similmente è la prima volta che i morti parlano. E non solo noi, ma in ogni cimitero, in ogni sepolcro, giù nel fondo del mare, sotto la neve o la rena, a cielo aperto e in qualunque luogo si trovano, tutti i morti, sulla mezza notte, hanno cantato quella canzoncina che hai sentita.

Ruysch. E quanto dureranno a cantare o a parlare?

Morto. Di cantare hanno già finito. Di parlare hanno facoltà per un quarto d’ora. Poi tornano in silenzio per insino a tanto che si compie di nuovo lo stesso anno.

Ruysch. Se cotesto è vero, non credo che mi abbiate a rompere il sonno un’altra volta. Parlate pure insieme liberamente; che io me ne starò qui da parte, e vi ascolterò volentieri, per curiosità, senza disturbarvi.

Morto. Non possiamo parlare altrimenti, che rispondendo a qualche persona viva. Chi non ha da replicare ai vivi, finita che ha la canzone, si accheta.

Ruysch. Mi dispiace veramente (..) Mille domande da farvi mi vengono in mente. Ma perché il tempo è corto, e non lascia luogo a scegliere, datemi ad intendere in ristretto, che sentimenti provaste di corpo e d’animo nel punto di morte.

Morto. Del punto proprio della morte, io non me ne accorsi.

Gli altri morti. Né anche noi.

Ruysch. Come non ve ne accorgeste?

Morto. Verbigrazia, come tu non ti accorgi mai del momento che tu cominci a dormire, per quanta attenzione ci vogli porre.

Ruysch. Ma l’addormentarsi è cosa naturale.

Morto. E il morire non ti pare naturale? mostrami un uomo, o una bestia, o una pianta, che non muoia.

Ruysch. (..) Ma dunque tornando al sodo, non sentiste nessun dolore in punto di morte?

Morto. Che dolore ha da essere quello del quale chi lo prova, non se n’accorge?

Ruysch. A ogni modo, tutti si persuadono che il sentimento della morte sia dolorosissimo.

Morto. Quasi che la morte fosse un sentimento, e non piuttosto il contrario.

Ruysch. E tanto quelli che intorno alla natura dell’anima si accostano col parere degli Epicurei, quanto quelli che tengono la sentenza comune, tutti, o la più parte, concorrono in quello ch’io dico; cioè nel credere che la morte sia per natura propria, e senza nessuna comparazione, un dolore vivissimo.

Morto. Or bene, tu domanderai da nostra parte agli uni e agli altri: se l’uomo non ha facoltà di avvedersi del punto in cui le operazioni vitali, in maggiore o minore parte, gli restano non più che interrotte, o per sonno o per letargo o per sincope o per qualunque causa; come si avvedrà di quello in cui le medesime operazioni cessano del tutto, e non per poco spazio di tempo, ma in perpetuo? Oltre di ciò, come può essere che un sentimento vivo abbia luogo nella morte? anzi, che la stessa morte sia per propria qualità un sentimento vivo? Quando la facoltà di sentire è, non solo debilitata e scarsa, ma ridotta a cosa tanto minima, che ella manca e sia annulla, credete voi che la persona sia capace di un sentimento forte? anzi questo medesimo estinguersi della facoltà di sentire, credete che debba essere un sentimento grandissimo? Vedete pure che anche quelli che muoiono di mali acuti e dolorosi, in sull’appressarsi della morte, più o meno tempo avanti dello spirare, si quietano e si riposano in modo, che si può conoscere che la loro vita, ridotta a piccola quantità, non è più sufficiente al dolore, sicchè questo cessa prima di quella. Tanto dirai da parte nostra a chiunque si pensa ad aver di morire di dolore in punto di morte.

Ruysch. Agli Epicurei forse potranno bastare coteste ragioni. Ma non a quelli che giudicano altrimenti della sostanza dell’anima; come ho fatto io per lo passato, e farò d’ora innanzi molto maggiormente, avendo udito parlare e cantare i morti. Perché stimando che il morire consista in una separazione dell’anima dal corpo, non comprenderanno come queste due cose, congiunte e quasi conglutinate tra loro in modo che costituiscono l’una e l’altra una sola persona, si possano separare senza una grandissima violenza, e un travaglio indicibile.

Morto. Dimmi: lo spirito è forse appiccicato al corpo con qualche nervo, o con qualche muscolo e membrana, che di necessità si abbia a rompere quando lo spirito si parte? o forse è un membro del corpo, in modo che n’abbia a essere schiantato o reciso violentemente? Non vedi che l’anima in tanto esce di esso corpo, in quanto solo è impedita a rimanervi, e non v’ha più luogo; non già per nessuna forza che ne la strappi, e sradichi?(..) Abbi per fermo che l’entrata e l’uscita de l’anima sono parimenti quiete, facili e molli.

Ruysch. Dunque che cosa è la morte, se non è dolore?

Morto. Piuttosto piacere che altro. Sappi che il morire, come l’addormentarsi, non si fa in un solo istante, ma per gradi. Vero è che questi gradi sono più o meno, e maggiori o minori, secondo la varietà delle cause e dei generi della morte. Nell’ultimo di tali istanti la morte non reca né dolore né piacere alcuno, come né anche il sonno. Negli altri precedenti non può generare dolore: perché il dolore è cosa viva, e i sensi dell’uomo in quel tempo, cioè cominciata che è la morte, sono moribondi. Può bene esser causa di piacere: perché il piacere non sempre è cosa viva; anzi forse la maggior parte dei diletti umani consistono in qualche sorta di languidezza.

Ruysch. (..) Sia come dite (..) Ora ditemi: nel tempo della morte, mentre sentivate quella dolcezza, vi credeste di morire, e che quel diletto fosse una cortesia della morte; o pure immaginaste qualche altra cosa?

Morto. Finchè non fui morto, non mi persuasi mai di non avere a scampare quel pericolo; e se non altro, fino all’ultimo punto che ebbi facoltà di pensare, sperai che mi avanzasse di vita un’ora o due: come stimo che succeda a molti, quando muoiono.

Ruysch. Così Cicerone dice che nessuno è talmente decrepito, che non si prometta di vivere almanco un anno. Ma come vi accorgeste in ultimo, che lo spirito era uscito dal corpo? Dite: come conosceste d’esser morti? Non rispondono. Figliuoli, non m’intendete? Sarà passato il quarto d’ora. Tastiamogli un poco. Son rimorti ben bene: non è pericolo che mi abbiano da far paura un’altra volta: torniamocene a letto.


 

Federico Ruysch nacque il 28 marzo 1638 e fu un importante scienziato olandese, famoso per gli studi di anatomia e per l’invenzione di un procedimento di mummificazione dei corpi umani che ne impediva la corruzione quasi avesse donato loro l’immortalità. Con preparati da lui messi a punto, R. evitava che le mummie avessero rughe, pelle secca, membra rigide e coloriti pallidi ma, anzi queste sembravano vive. Le espose in un suo studio pregevolmente arredato che fu visitato anche dallo zar Pietro I di Russia nel 1697, il quale ne rimase estasiato fino ad arrivare ad acquistarlo, completo, e a portarselo dietro fino a San Pietroburgo. Ruysch morì, stimatissimo, alla veneranda età di 93 anni. Leopardi lo conosceva tramite l’ “Eloge de monsieur Ruysch” di Bernard de Fontenelle e nel suo “Dialogo” decise di parodiare la sua figura restituendocelo come uno sciocco e materialista personaggio da Commedia dell’Arte e non come il valente e sapiente scienziato che fu. Il Ruysch di Leopardi è un meschino e pedante pseudofilosofo che si diverte a citare Epicuro e Cicerone, svegliato dal Coro (e ignaro del “magnus annus”) e che teme per la sua incolumità e per i suoi averi ritenendo che i morti, ora vivi, esigano da lui spese di mantenimento sotto forma di cibo e vestiti. Siamo al cospetto di una farsa brillante di un R. che vorrebbe farli tacere arrivando perfino a minacciarli.  Tra le mummie, quella che parla, con la sapienza di un (vero) filosofo e voce leopardiana, è il corifero; le altre sono il coro che lo asseconda.

Il tema del “Dialogo” è la ricerca del piacere umano, quella chimera da tutti continuamente inseguita e mai raggiunta. Secondo L. il piacere degli uomini non nella ricerca vana e affannosa in vita ma risiede nell’assenza di vita: in quel torpore, languore, sonno dalle tinte crepuscolari, nel riposo dagli affanni, in quel momento cioè in cui l’anima si perde mentre il corpo si avvicina alla grande notte. In altre parole, il massimo piacere è la morte. Perché nella morte, non essendoci nulla di vivo, non c’è neanche nulla che porti dolore e afflizione. Nel dialogo serrato tra il corifero e Ruysch (che chiede lumi sulle sensazioni che si provano in punto di morte) il primo smonta pezzo per pezzo il credo assodato del secondo, che vede nella morte l’apice del dolore in base alla filosofia di Cicerone che ha un’idea di corpo e anima come di due elementi saldamente uniti la cui separazione sarebbe portatrice di un “travaglio indicibile”. Il corifero ribatte a questa idea con il più moderno Buffon de “L’Histoire naturelle” secondo cui l’anima non è attaccata al corpo tramite nervi, muscoli, ma è solo ospite di un involucro che può lasciare in maniera dolce e naturale così come entrata. Inoltre, l’uomo non si accorge del momento della sua fine (come del suo inizio), non ne ha coscienza e quindi memoria. Il dialogo si interrompe però bruscamente sulla domanda di Ruysch: “Come vi accorgeste di esser morti?”, ma questi non se ne cruccia più di tanto, lieto solo di essersi liberato di queste presenze scomode e sconvolgenti per le loro rivelazioni; tasterà le mummmie e dirà sollevato: “Sono rimorti ben bene”. E’ il ritorno di R. alla sua mediocritas di pseudo-scienziato, il rifiuto di interrogarsi ulteriormente, il ritorno al suo sonno (della ragione)

 

In alto: “La lezione di anatomia di Frederick Ruysch” di Jan van Neck (1683)

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Autore: ilprismadinewton

Blog indipendente di contaminazioni letterarie

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