Ombre sull’ultimo valzer / “In viaggio con la zia” – Graham Greene

Al di là di Latimer Road (Londra, tra i più che rispettabili quartieri di North Kensington e Chelsea) si apre tutto un altro, insospettato, mondo: è la sconvolgente scoperta che un cinquantenne ex funzionario di banca, Henry Pulling, con il tranquillo hobby di coltivare dalie nel giardino di casa, fa grazie alla vulcanica zia Augusta Bertram che lo coinvolge in una sarabanda di avventure in giro per il pianeta, tra personaggi talmente improbabili da risultare credibilissimi. In quello che Greene definì “il solo libro che abbia scritto per il divertimento di scriverlo”, datato 1969, infatti, il taglio umoristico (black humour, per la precisione) si palesa come quello certamente preponderante rispetto ad altri indirizzi e come d’altronde accadeva nell’altro suo notissimo testo (debitore della sua fama alla riuscita trasposizione cinematografica), “Il nostro agente all’Avana”, 1958, fino al punto da rendere indimenticabili personaggi del calibro del Reverendo Curran, fondatore di una Chiesa per cani in quel di Brighton, del “cameriere” di colore Wordsworth, il cui nome anagrammato rivela tutt’altre doti, del donnaiolo Monsieur Dambreuse e dei suoi tentativi da equilibrista nel districarsi tra le numerose fiamme, del colonnello Hakin e del misterioso Visconti, capace di travestirsi da monsignore per sfuggire alle truppe alleate nel ’45 in Italia, tutte figure del passato/presente di zia Augusta che travolgono come un’onda la vita che più abitudinaria e monotona non si potrebbe del nipote.

La forza del romanzo, narrato in prima persona dal tranquillo e compassato Pulling, sta proprio nei tentativi, tutti riusciti da parte della sempreverde zia (che il protagonista scoprirà strada facendo essere qualcosa di diverso della sorella della madre) di scombussolare i ritmi quotidiani di un nipote che finirà per lasciarsi “convertire” fino ad arrivare al punto di rammaricarsi delle brevi pause di stasi tra un viaggio a Istanbul e uno ad Asunciòn in Paraguay (“Avevo perduto ogni interesse per le dalie; quando spuntavano le erbacce, mi veniva la tentazione di lasciarle crescere”, pag. 194). Tanto Henry è l’emblema del mondo piccolo-borghese di provincia, protetto dagli scossoni della vita, conformista, ripiegato nelle proprie manie e ossessioni (per lui le dalie, per l’anziano vicino, ex maggiore dell’esercito, la dose di cibo da dare ai propri pesci rossi), autorepressivo e schematico dell’Inghilterra che proprio in quegli anni era agitata dal turbine degli “Swinging Sixties” londinesi, tanto zia Augusta è libertina, disinibita sessualmente, incurante del rispetto dei codici comportamentali british e delle leggi in generale, camaleontica e sfuggente, capace di cavarsela in ogni circostanza e con ogni mezzo, perennemente protesa verso il futuro nonostante l’età, 75 anni. E c’è da dire che questo taglio narrativo che fa a pezzi gran parte dei mostri sacri dello stile di vita anglosassone, regge bene le 300 complessive pagine dell’opera; però il lettore non tarda man mano ad accorgersi che l’humour viene progressivamente sostituito da ben altri registri, due in particolare: quello, consueto delle altre opere di Greene, di denuncia delle politiche internazionali specie degli Usa e quello malinconico che trova la propria epifania nella scena finale del ballo dove Henry vede la zia e Visconti, come “due vecchi avvinti nell’assoluto inguaribile egocentrismo della passione. Avevano spento le luci, e nella grande stanza illuminata solo dall’esterno, tra una finestra e l’altra, si annidavano pozze di oscurità” (pag. 317). La seconda parte, le ultime cento pagine, non a caso è tutta ambientata nel Paraguay del “Generale” Alfredo Stroessner, il capo della più longeva dittatura latinoamericana, supportata dalla Cia, che dal 1954 al 1989 fece dello stato sudamericano il rifugio dorato di criminali nazisti, terroristi, contrabbandieri, ecc. Un Paraguay che è il perfetto mix di illegalità, corruzione, connivenze europee, diseguaglianze sociali e pacificazione forzata dalla minaccia dei carri armati perennemente schierati a protezione del regime. Ma “In viaggio con la zia” è anche e soprattutto, nonostante le apparenze, una riflessione sulla vecchiaia e sulla morte: si apre con una cerimonia funebre e si conclude con un omicidio e con una “danza macabra” di due irriducibili che si tuffano, ballando, nella “zona d’ombra”, osservati da lontano, nella citazione di una coppia di versi del poeta vittoriano Robert Browning, da un Dio che “sta nel suo Paradiso” e lascia “che tutto vada bene sulla terra!”, incurante cioè del fatto che la giustizia (terrena e non) abbia da tempo interrotto il proprio corso. In altre parole, proprio quando la “liberazione” dal conformismo di Henry è ormai realizzata e la zia può finalmente ricongiungersi con la vecchia fiamma italiana raggiungendo il sogno dell’amore a lungo inseguito e ora realizzato, le luci calano e le ombre si preparano ad inghiottire la scena donando al finale un tocco di triste patetismo e l’idea che neppure la vita più piena e vissuta all’insegna di un continuo movimento possa nascondere i “buchi” del vuoto, dell’ambiguità, dell’infelicità, dell’insensatezza che minacciano le nostre esistenze.

 

In viaggio con la zia – Graham Greene – Mondadori, 2004 – 326 pagg. – 10,00 €

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Autore: ilprismadinewton

Blog indipendente di contaminazioni letterarie

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