Le Georgiche a Sissinghurst Castle? / “Il giardino” – V. Sackville-West

Parte di un dittico con “The Land” (1927), “Il giardino” (1946), tradotto per la prima volta in Italia 5 anni fa da Elliot edizioni, è un poema di circa 2500 versi, diviso in un proemio e in quattro parti una per ogni stagione, di argomento “pastorale” e dal profondo significato simbolico-filosofico. Iniziato nel ’39 e concluso nel ’45, nello stesso lasso temporale della II Guerra mondiale, è un inno alla contemplazione delle meraviglie della natura pervaso però da un angoscioso sentimento di trapasso, di una caducità amplificata dall’orrore della tragedia bellica. Come è possibile, in tale contingenza, pensare a quel lusso superfluo costituito dal giardinaggio? Ebbene, Vita Sackville-West risponde così nei versi iniziali: “Piccoli piaceri devono emendare grandi tragedie, / dunque di giardini nel pieno della guerra / io con coraggio parlo”. Semplice evasione, allora? Ovviamente, no. Sempre Vita, in una lettera al marito Harold Nicolson: “Conterrà molto più del semplice giardinaggio – tutte le cose in cui credo e quelle in cui non credo”. E’ infatti la mappa di un “giardino dell’anima” quello che in questo gioiello editoriale la scrittrice inglese tenta di delineare; una riflessione sul senso della vita e sulla comunione uomo-natura, sul potere auto-rigenerante di quest’ultima; un invito a guardare sempre avanti, a non arrendersi mai, con quello stesso spirito con cui la popolazione civile di Coventry, di Londra, dell’ Inghilterra del sud resisteva alla minaccia degli ingenti bombardamenti della Luftwaffe; un mix di ripiegamento introspettivo e di spinta ad osare, nel giardinaggio come nella vita di tutti i giorni.

Opera anti-moderna e non convenzionale per i tempi, lontana anni luce dalle funamboliche sperimentazioni di W.H.Auden e T.S.Eliot nella poesia e dell’amica Woolf e di J.Joyce nella prosa, tanto per rimanere nell’ Inghilterra degli anni ’20-’30, “Il giardino” si riallaccia indubbiamente all’illustre tradizione pastorale sei-settecentesca, figlia a sua volta della riscoperta classica del registro bucolico per esempio virgiliano delle “Georgiche”. Proprio con questo testo “Il giardino” (e il precedente “The Land”) trova apparentamenti cospicui (anche se il figlio di Vita, Nigel, curatore nell’ 89 della prefazione, nega ogni “coinvolgimento”) sia nella struttura sia in un certo intento didascalico (già presente nel precedente letterario fornito dal greco Esiodo de “Le Opere e i giorni”) depurato però, rispetto all’incensatore augusteo, di un’aperta esaltazione delle attività agresti in funzione di palestra di virtù del perfetto civis romanus. Nella Sackville-West, fiera aristocratica controcorrente, questo sentimento di autopromozione sociale è del tutto assente; negli appunti ai margini del manoscritto, che fissano i temi dell’opera, è così riportato: “Disprezzo della vita moderna e della volgarità; amore per le cose belle della vita e per la solitudine”. In altre parole, un buen retiro agreste in dispregio ai negotia cittadini, il ritorno ad una dimensione incorrotta, ad una vicinanza d’intenti con i ritmi della natura, il rifiuto di una visione economicista della campagna come spazio sussidiario ai bisogni dell’urbs.

Con una poesia misurata, che cerca e trova sempre l’equilibrio dei suoni, ricca di termini desueti alternati con perizia e raffinatezza a parole di semplice umiltà, in un tripudio di immagini policrome guizzanti tra fauna e flora, imprendibili non per la difficoltà di decifrarne le figure retoriche ma per la leggiadra mobilità a cui l’occhio e la mente del lettore sono costretti, in un’effervescenza sempre pianificata e sotto controllo, come una bordura mista di erbacee all’inglese contornata da un vialetto di ghiaia che apre su un illuminante punto di fuga prospettica, la Sackville-West ci conduce per mano nella difficile e paziente arte del giardinaggio (“uno sforzo in miniatura / per conservare grazie e gentilezze / contro un orrido deserto”, pag. 29) i cui segni (“geroglifici ricchi di significato”) appaiono indecifrabili per gli occhi di chi non sa guardare, e la cui affinità elettiva non può che essere con l’arte della poesia (“Ma tu, o giardiniere, poeta che non sei altro, / seppure inconsapevole, ora usa i tuoi semi come parole / e falli cantare melodiosamente spargendo con grazia i colori / dove i colori servono, come colibrì leggeri”, pag. 105).

In questo raffinato, come avrete capito, gioco di parentele (giardinaggio-poesia, natura-uomo, stagioni-età della vita), del ruolo centrale è investito l’estro:

“Dunque lasciate che l’inventiva insorga. Osate, / l’eterodosso; siate sempre audaci; siate sovrani; / questo è il vostro regno; che la fantasia sventoli ed esploda; / fallite, se dovete, da eretici oltraggiosi; / ma fallite gloriosamente: il sogno, la spavalderia, / non una prudente prosa, ma una facondia lirica” (pag. 209)

che si esplica al meglio in quella stagione, l’estate, che è esplosione sfrontata di luci e di vita, dove è bene giocare il tutto per tutto in attesa dell’autunno, “preparazione per il rinnovamento”, “estremo e struggente gioiello di tarda bellezza”, l’ultima delle parti del libro, la più malinconica e consapevole, la più crepuscolare: “E l’ombra mostra in quale mondo andiamo. / E presto o tardi deve andarsene tutto” (pag. 251).

Un autunno che, mostrandoci nella sua fase culminante i colori più opulenti (i rossi, gli ori, i bruni delle varie sfumature viranti delle foglie), proprio mentre ci stiamo avviando verso la vecchiaia, ci svela “il senso in questo giorno che muore”:

“come potrebbe una tale bellezza passare nella via di tutti?” (verso finale).

E qui, lo scarto tragico: la natura muore e poi rinasce in un ciclo infinito. All’uomo non è concesso, “la mobile lancetta divora il nostro giorno piccolo / fino a quando è consumato quasi tutto / e nulla ci resta se non l’ultima briciola” .

Infine, riportiamo uno dei passaggi più celebri, toccanti e lirici dell’opera, legato alla crudezza della guerra che descrive la morte di un’allodola a seguito dei bombardamenti:

“Una forza così sproporzionata, così poderosa, / così truce per annientare una cosa minuscola. / – Quei crateri nei poveri campi del Kent! // C’è voluto un quintale di ferro per uccidere questa allodola / questa leggiadra cittadina del giorno. / Tutto nel suo destino fu sproporzione. Giace / minuta tra mostruosità di argilla, / piccola solinga vittima del buio”. (pag. 171-73)

 

Il giardino – Vita Sackville-West, trad. Silvia Bre – Elliot 2013, 256 pagg. – 22,00 €

 

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Autore: ilprismadinewton

Blog indipendente di contaminazioni letterarie

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