Nuove donne e vecchi uomini. L’autodeterminazione femminile / “Gilgi, una di noi” – Irmgard Keun

Vita e Letteratura possiedono in genere ritmi ben distinti che solo raramente si riesce a far coincidere. Portare la vita, nei suoi frammenti e nella sua interezza, all’interno delle pagine di uno scritto è stato, è, sarà sempre il cruccio (e il grande scoglio da superare) di tutti gli scrittori. Ci riuscì, ad esempio a cavallo tra gli anni ’20 e ’30 del Novecento, in Inghilterra Virginia Woolf (autrice che non citiamo a caso) dando il via al romanzo moderno. E ci riuscì, in un contesto letterario e politico non certo altrettanto favorevole, la molto meno nota Irmgard Keun, nello stesso periodo in Germania e in particolare con il dittico di opere “Gilgi, una di noi” (1931) e “Doris, la ragazza di seta artificiale” (1932), entrambi rieditati da poco da L’orma editore nella collana Kreuzville Aleph. Oggi parleremo del primo dei due, romanzo dal subitaneo successo di critica e pubblico ma considerato, di lì a poco dai nazisti saliti al potere, una delle tante forme di “arte degenerata” (entartete Kunst) e bruciato nel rogo dei libri di Berlino del ’33. La vicenda editoriale (riportata a margine dell’edizione italiana) dell’opera non terminò lì. La combattiva Keun fece causa al governo per il danno subìto con la conseguenza di venir addirittura incarcerata e di dover pagare un’esorbitante cauzione (qualcosa come 200mila marchi) per tornare libera. Tra le cinque lingue in cui il libro aveva fatto in tempo ad essere tradotto c’era anche l’italiano; nel ’34 arrivò, emendato opportunamente dalle parti considerate scabrose dalla censura fascista, per i tipi di Mondadori. Poi di nuovo l’oblio. Fino alla riscoperta dell’autrice negli anni ’70 col movimento femminista. “Gilgi, una di noi” riappare, nella versione integra, solo nel novembre 2016 da noi in prima assoluta. Se la copertina dell’ edizione in questione può apparire (e lo è, secondo noi) in un certo qual modo fuorviante, nella rappresentazione di una giovane donna che si avvia, al militaresco passo d’oca, con la testa reclinata in segno di rassegnazione e con dei lacci ai polsi, verso un poco promettente futuro (a meno di voler allegoricamente rappresentare una “neonata” Germania sotto il giogo nazista), la materia trattata e la vita della protagonista pongono il lettore, fin da subito, sulla giusta direttiva, quella di una storia che trasuda voglia di cambiamento, volontà di indipendenza e carica di vitalità da ogni poro.

La “nuova donna” per la “Nuova oggettività” (Neue Sachlichkeit, la corrente artistico-letteraria nata in risposta agli eccessi soggettivisti dell’espressionismo, in funzione di un ritorno ad un realismo più spontaneo, pregno di antiretorica e al nobile servizio delle istanze sociali) è Gisele Kron, Gilgi per gli amici, “ragazzina” ventenne che si troverà a dover crescere in fretta la quale si aggira come un turbine tra le strade di una Colonia di zombie in attesa messianica e che rivendica fieramente il diritto a vivere la propria vita senza legami, costrizioni di sorta, a testa alta, respingendo convenzioni e ipocrisie piccolo-borghesi, consapevole della fortuna di avere (in tempi di magra) un lavoro onestamente retribuito come stenotipista e degli amici che la sostengono e dei quali si può ciecamente fidare: una giovane donna libera, indipendente, anticonformista che reclama il proprio ruolo sociale, in una società weimariana al collasso:

“Gilgi è sul tram (..) Accanto a lei, volti scontenti. Si assomigliano tutti. La monotonia delle giornate e delle emozioni ha impresso su di loro un unico stampino (..) Sono grigi, stanchi e apatici. E se non sono apatici aspettano un miracolo. Gilgi non è apatica e non crede ai miracoli. Crede solo in ciò che riesce a fare e in ciò che guadagna. Non è soddisfatta, ma è contenta” (pag. 15-16).

Quando le sue (poche) certezze inizieranno a vacillare (per via di un’inaspettata rivelazione in seno alla propria famiglia, di una relazione che le sfugge di mano con un navigato flaneur del mondo, Martin Bruck, e di un ritorno del passato in veste di tragedia d’interni della precarietà) ecco che Gilgi sarà costretta a dare un’ulteriore accelerazione alla sua vita e ad optare per scelte dolorose; sarà chiamata a divenire “una di noi”, una donna cioè che ha salda in mano la propria vita, libera di porre una seria ipoteca su un fumoso futuro. La sua fuga finale, lontano dal “vero” amore Martin (per il quale lei aveva rinunciato all’indipendenza economica, tra una claustrofobica vita al di sopra delle possibilità chiusa nell’eterno presente del vivere alla giornata il cui silente conflitto dei caratteri esploderà spazzando via ogni contraddizione), dal “povero diavolo” Pit (l’amico ridotto a sbarcare il lunario suonando il piano in squallide bettole, socialista convinto e rassegnato della propria impotenza, terreno fertile per un’inconcludente rabbia sociale), dalle “tre famiglie” che scoprirà di avere (và detto, una peggio dell’altra per vari motivi), da una città che sente sempre più estranea e che sa non potrà più offrirle nulla, in direzione di una Berlino dove ritroverà l’idolatrata amica Olga che aborre le vite tutte ben risolte “come un problema di matematica” rallegrandosi per le opportunità che offre ogni imprevisto (“Non è legata a niente e a nessuno; è l’essere più indipendente che Gilgi riesca a immaginare”, pag.23), da ragazza madre che ora ha il dovere, oltre al diritto e non solo per lei stessa, di guardare avanti, diverrà una fuga dalla realtà e dai suoi fantasmi ma anche e soprattutto una fuga verso una realtà migliore. “Perché davanti alla locomotiva c’è…” (pag.231).

Un romanzo frizzante (con molto di autobiografico da parte della Keun), tutto giocato, nella perfetta costruzione dei fatti e delle continue deviazioni imposte a Gilgi, sui ritmi dei roaring twenties con uno stile palpitante che provoca più di un affanno (respiratorio) al lettore, in cui la protagonista non ha tempo per riflessioni troppo lunghe, continuamente catapultata com’è in avanti e con la continua ansia di dover scegliere il più in fretta possibile prima che lo tsunami degli eventi si abbatta sui tranquilli lidi della Renania travolgendo tutto e tutti. Un’opera dove la sintesi di laevitas e gravitas, auspicata dal Calvino delle cinque “Lezioni americane” come condizione indispensabile per la perfetta riuscita del romanzo odierno, è raggiunta dalla Keun in maniera esemplare e con estrema naturalezza accompagnata dal pregio di parlare di sentimenti e di agognate e legittime ricerche verso la felicità senza incorrere mai in banali e patetici sentimentalismi, ma solo con la forza delle idee e della grande letteratura.

 

Gilgi, una di noi – I. Keun, traduz. A. Pelizzola – L’orma, 2016 – 240 pagg. – 16,00 €

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