Il falso mito delle lotte locali

Il concetto di auto-organizzazione delle singole comunità locali, in nome di una lotta contro le decisioni prese dall’alto da parte di una lontana elite politica e subite da un territorio, è una forma di rappresentanza (di “democrazia diretta”, “dal basso”, per usare termini tanto di moda oggi) che viene da un tempo molto lontano. Saul Alinsky (1909-72), figlio di immigrati russi ebrei, nell’ America anni Trenta del Novecento, fu l’ideologo e l’inventore della community organizing con la quale riuscì a portare a termine vittoriosamente diverse battaglie sul piano lavorativo, ambientale e dei diritti civili. Ma cos’è la community organizing? E’ un metodo di lotta radicato in un ristretto quartiere o territorio, in cui un’avanguardia di “organizzatori” raccoglie il malcontento sociale fungendo da collettore, elabora con la comunità una strategia di intervento tramite riunioni, assemblee partecipate e votazioni e dà il via ad azioni non violente come flash-mob, campagne di sensibilizzazione, volantinaggi, picchetti, dimostrazioni, ecc. per portare alla ribalta la propria causa che può essere il contrasto ad un inceneritore, alla chiusura di una biblioteca pubblica, una manifestazione pacifista, ecc. Alinsky accantona i temi generali (come ad esempio la lotta alle diseguaglianze, la sanità pubblica, la salvaguardia ambientale globale, ecc.) per concentrarsi sulle preoccupazioni immediate della comunità, in modo da cementare in breve tempo il consenso attorno alla figura di un leader carismatico (il futuro “capo” delle rivendicazioni) e su una piattaforma programmatica reale, tangibile, tarata su obiettivi alla portata. Dice Alinsky: “lasciate che la gente decida, non importa cosa decida, l’essenza della democrazia è il poter decidere”. Il che equivale ad ammettere la sussistenza di un programma di lotte pensato solo sul presente e sull’immediato futuro di una singola area, una visione a “corto raggio” che non ambisce a farsi blocco né proposta politica, ma solo ad ottenere l’ottenibile secondo la logica del “massimo risultato col minimo sforzo”.

Alinsky creò la sua prima community nel 1938 a Chicago partendo da un comitato di quartiere, il BYNC (Back of the Yards Neighborhood Council), in una zona operaia soggetta a forti tensioni. Qui, unendosi a un sindacalista locale e a un vescovo cattolico, riuscì a fare gruppo portando alla luce le rivendicazioni sociali degli eterogenei gruppi etnici attorno a istanze comuni e a creare delle figure di portavoce in grado di dialogare con le istituzioni per ottenere da esse ascolto e tutela dei propri interessi in un gioco di compromessi dall’una e dall’altra parte. In un’epoca in cui l’Europa appare irrimediabilmente preda dei fascismi e degli egoismi nazionalisti, l’America tutta vede in questo esperimento (che poi verrà replicato nelle lotte dei braccianti agricoli stagionali in California) un piccolo-grande miracolo di partecipazione popolare che contrasta sfiducia e rassegnazione e di vera democrazia. Ma questa è solo la prima battaglia: per vincere le altre Alinsky ha bisogno di “istituzionalizzare” questo “spontaneismo”: ecco, allora, che nel 1940 nasce la IAFI (Industrial Areas Foundation Institute), una specie di sua università privata, una scuola per quadri finanziata dalla Chiesa cattolica, da banchieri filantropi e da liberali di varia natura, da quell’establishment, in pratica, contro cui le lotte dovrebbero essere indirizzate. Il mix di pedagogismo da parrocchia di quartiere e l’evidente riformismo politico dello IAFI (quindi la rinuncia alla radicalità delle rivendicazioni, al tentativo vero di arrecare danno al “sistema”) permette all’ “organizzazione di organizzazioni” di allargarsi a macchia d’olio e di riscuotere anche il consenso di ex-hippie ed ex-rivoluzionari che hanno già da tempo abbassato l’asticella del proprio orizzonte politico e lo slancio verso i grandi temi universali in favore di poco più che beghe condominiali. Con la svolta neoliberista di inizio anni ’80 tali comitati e comitatini pullulano in quanto incentivati e ben tollerati da un potere che si accorge, con essi, di poter prendere i proverbiali due piccioni con una fava: da un lato far credere al popolino che esso è perfettamente in grado di decidere le politiche territoriali e di autodeterminarsi, dall’altro, appurata la non volontà di nuocere in profondità, sfruttarne la capacità penetrativa a livello locale, in un regime di relazioni clientelari buono in sede di elezioni, a prezzo solo di qualche piccola/minuscola concessione.

Se quindi l’organizzazione di comunità, in un’epoca di sfiducia da parte della gente verso sindacati e partiti tradizionali con i loro rappresentati asserragliati nei palazzi del potere, si rivela forse l’unico esempio di vera rappresentazione della volontà democratica e popolare, è anche vero che il rifiuto ideologico sempre professato da A. unito ad un forte pragmatismo, riconduce ognuna di queste battaglie spesso nel campo della pura negoziazione e nella creazione di piccoli contropoteri locali che non mettono in discussione schemi e logiche del centro. In altre parole, il combinato tra forte radicamento territoriale delle lotte e leadership autoctona teorizzato da A. consente la nascita di piccoli cacicchi locali, veri e propri capibastone atti a mobilitare (importante è per A. anche il tema del linguaggio e della propaganda per smuovere le masse) il “popolo” ad essi fedele e i quali sono a loro volta facilmente controllabili e inquadrabili dall’alto (basti pensare che A. prevedeva fino a tre anni di affiancamento dei futuri dirigenti locali con suoi uomini di fiducia).

Rispetto alle dinamiche testè accennate, di un esperimento sociale che come in America non ha mai ambito a farsi potere e proposta unitaria preferendo diluirsi all’interno delle varie correnti dei Democratici (non è un caso se Obama iniziò negli anni ’80 la propria carriera di avvocato nei BYNC di Chicago e la Clinton scrisse una tesi di laurea su Alinsky sposando in pieno il metodo), l’Italia rappresenta un caso a se stante e un po’ particolare. Da noi il movimentismo post-’77 e la giungla di comitati e associazioni locali erano stati corteggiati da una sinistra radical che vedeva in essi il modo per risorgere politicamente e cos’ riaccostarsi ai bisogni della gente e sembrava che questa parcellizzazione avesse trovato un certo collante (come in Ows in America) nella lotta “del 99% contro l’ 1%” e in quella contro il capitalismo globalizzato col Genoa Social Forum. La soppressione violenta e l’esaurirsi della spinta propulsiva di quella stagione ha ricondotto le reti locali a difesa (spesso identitaria) del proprio ristretto territorio (No Tav, No Grandi Navi, No Muos, No Triv, ecc.) e a perdere di vista il bersaglio primario: il capitalismo estrattivo. Poi il salto di qualità: ridotti a Nimby (acronimo per “Not in my backyard”) questi comitati spontanei sono stati tenuti d’occhio e “coltivati” da un movimento, il M5s (volutamente anti-partitico e anti-ideologico ma contraddistinto da una forte leadership, come predicava Alinsky) che, privo di una propria base in quanto neonata formazione, con queste lotte dal basso ha creato un bacino di attivisti, militanti, dirigenti in un percorso ormai quasi ventennale, ottenendo una fiducia tra le popolazioni sempre più ampia fino a giungere alla ribalta della politica nazionale e vincendo le recenti elezioni con ampio margine su tutti i partiti tradizionali.

In questo caso, probabile apripista per modelli da esportazione in altri paesi specie europei, il contropotere locale, la forza “anti-sistema” parte dal basso per arrivare (lo vedremo) a governare e quindi a farsi “sistema”; un movimento eterogeneo che, raccogliendo le istanze dei singoli territori e delle più disparate fasce sociali (dal disoccupato, al piccolo imprenditore, dal giovane studente al pensionato fino alla casalinga), si fa esso stesso establishment contraddicendo gran parte di quelle battaglie (per rimanere all’attuale il dietrofront torinese sul no alle Olimpiadi invernali), basti pensare al neo-europeismo e al neo-atlantismo di Di Maio e allo stesso ideale di democrazia partecipativa se rammentiamo che gli iscritti “decidenti” alla Piattaforma Rousseau sono circa 30mila a fronte di 11 milioni di voti. Il M5s è un caso esemplare cioè della difficoltà di sintetizzare verso obiettivi “alti”, universali (ad esempio come la lotta allo strapotere capitalista, alle diseguaglianze sociali, allo smantellamento del welfare state, ecc.) le lotte particolari, interessate, egoistiche se vogliamo, di difesa del proprio orticello coordinandole tutte verso un’idea diversa, davvero alternativa e “rivoluzionaria” di società e affrancandole da un destino di vittorie di Pirro.

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