Utopia e ristrutturazione dell’uomo / “Saggio sulla liberazione” – H. Marcuse

Dopo “Eros e civiltà. Un’indagine filosofica in Freud” (1955) e “L’uomo a una dimensione. Studi sull’ideologia della società industriale avanzata” (1964), con “Saggio sulla liberazione” (’69) Marcuse completa il suo percorso filosofico di teoria critica della società approdando alla disamina delle linee-guida per una liberazione dell’uomo dal dominio del Capitale, sottraendolo cioè, ad un apparato che, soddisfacendone i bisogni superflui, ne perpetua le molteplici forme di schiavitù. Consapevole del sussistere di sempre minori speranze di affrancamento perché la società industriale del capitalismo avanzato è totalitaria, unidimensionale e in grado di avvalersi del progresso tecnologico come di un’efficace strumento per creare nuove forme di vincolo, mascherate dalla confortevolezza e dalla piacevolezza dei beni prodotti, con cui attuare la sua “tolleranza repressiva” (concessione di libertà apparenti che non minano in profondità gli interessi delle classi dominanti ma uniformano e rafforzano la pervasività del controllo e dell’omologazione), Marcuse (di cui quest’anno tra l’altro ricorrono, il 19 luglio, i 120 anni dalla nascita) vede nel grande rifiuto” allo stato di cose esistente l’unico piccolo spiraglio che apra verso nuove sensibilità” e nuove alternative a società (sia di mercato che socialiste) che hanno bandito la dimensione utopica dove per utopia non si intende ciò che non succede e non può succedere nell’universo storico ma “quel qualcosa il cui prodursi è impedito dalla forza delle società stabilite”. All’interno di questo nuovo territorio semantico che riguarda la sfera individuale, schema di valori e bisogni” (che è lecito soddisfare senza che essi contribuiscano a riproporre la nostra dipendenza dall’apparato sfruttatore), su cui edificare un concetto “altro” di società (rivoluzionariamente opposto all’unico spacciato per possibile dall’establishment che difende lo stato presente), è la dimensione estetica” ad avere il ruolo maggiore restituendo al potere sensuale dell’immaginazione la centralità che gli spetta per una società liberata dagli imperativi etici e politici al servizio della ragione repressiva.

La riconquista di uno spazio ludico, in cui il calmo, il bello, l’arte, l’eros divengano le strutture portanti di una forma di vita sganciata dal pragmatismo del “possedere e consumare” del mito lavorista depurato dal valore sociale e visto solo come strumento sussidiario all’acquisto di merci superflue e all’accumulazione capitalista. Su quali classi sociali contare per questo radicale ribaltamento di paradigma ovvero, a chi rivolgere l’appello alla ricerca di una via per la liberazione? Superando la vecchia teoria marxiana (efficace in molti punti ancor oggi ma in tanti altri non più capace di interpretare i mutamenti sociali in atto), Marcuse intravede questa nuova coscienza politica non nel proletariato operaio, che nei paesi a capitalismo avanzato è sempre più passivo e integrato nel sistema e vede con sospetto e astio ogni vettore di cambiamento che possa minarne il raggiunto “benessere” di semplice consumatore, ma in quelle forze “che operano dal di fuori” come gli studenti, gli emarginati come la popolazione nera dei ghetti americani, i guerriglieri terzomondisti e il lumpenproletariat urbano, quei settori dove la protesta può raggiungere forme di radicalità tali da insidiare seriamente le basi su cui poggiano le democrazie borghesi che fanno dell’obbedienza cieca ai loro dettami il presupposto imprescindibile per essere considerati appartenenti alla comunità. Tutte le forme di dissidenza e rivolta che partono da dentro il sistema sono destinate, non solo ad essere tollerate e riassorbite, ma rischiano anche di legittimare la facciata di democraticità di società dal volto totalitario. Dagli emarginati, dai non-garantiti, dagli outsiders, dagli intellettuali non asserviti può venire invece la vera minaccia all’establishment che, non a caso le ha sempre represse duramente (“L’uomo a una dimensione” terminava con la citazione da Walter Benjamin: <<è solo per merito dei disperati che ci è data la speranza>>) perché non ricattabili nel senso di non coartabili all’interno della società del consumo o perché la rifiutano o perché non ancora integrati in essa. Il carattere non ortodosso di questa opposizione priva di un blocco sociale tradizionale che è ribellione assoluta, anarchica, morale, quasi non-politica e istintiva (e che assume forme di dissidenza spesso paradossali e clownescamente provocatorie tanto da dare sui nervi agli arcigni difensori del sistema dei politici mestieranti, prediligendo la satira, l’ironia, lo sberleffo al fine di rendere “il re nudo”) ne limita però anche efficacia e raggio d’azione. Di questo il filosofo tedesco ne è ben consapevole nel momento in cui riassume tale paradossalità con queste parole:

“(..) La situazione è assurda: la democrazia stabilita costituisce ancora l’unico quadro legittimo entro cui operare i cambiamenti e deve perciò essere difesa contro tutti i tentativi della destra e del centro di restringere questo quadro, ma al tempo stesso la conservazione della democrazia stabilita protegge lo status quo e reprime i cambiamenti. Un altro aspetto della stessa ambiguità è che il cambiamento radicale ha bisogno di una base di massa, ma ogni passo avanti nella lotta per un cambiamento radicale isola l’opposizione dalle masse e provoca una repressione sempre maggiore diminuendo in tal modo le possibilità di un cambiamento radicale. (..) l’opposizione radicale va inevitabilmente incontro alla sconfitta nella sua azione diretta, extraparlamentare, di disobbedienza non-civile, ma vi sono situazioni in cui essa deve correre il rischio di questa sconfitta se nel far così può consolidare la sua forza e smascherare il carattere distruttivo dell’obbedienza civile a un regime reazionario” (pag. 82-83).

Su una questione, però, Marcuse non nutre dubbi: il carattere spontaneo e la sensibilità antirepressiva allergica alla dominazione (risultato di educazione, illuminazione e pratica politica) saranno elementi decisivi di una nuova forza antagonista che avrà tra le priorità la redistribuzione del lavoro e del tempo necessario a svolgerlo verso settori socialmente necessari e incompatibili con termini quali profitto e prestazione; non una “decrescita felice” e una regressione a civiltà pre-industriali ma un progredire verso stadi di effettiva civiltà “in cui l’uomo avrà finalmente imparato a domandarsi per chi e per che cosa organizza la sua società (..) , non già l’arresto o la riduzione del progresso tecnico ma l’eliminazione di quegli aspetti di esso che perpetuano la soggezione dell’uomo all’apparato”. Solidarietà, cooperazione, comunità, sono queste allora alcune delle parole-chiave con cui rimutuare il linguaggio del cambiamento verso una società davvero libera in cui, per la prima volta, gli uomini saranno liberi di pensare a ciò che dovranno realizzare e in cui non dovranno demandare ad altri il compito di farsi rappresentare e di scegliere (quello che oggi chiamiamo “democrazia diretta” e all’epoca si definiva “autonomismo”).

In alto, Marcuse con Angela Davis

 

L’edizione che abbiamo consultato è quella coeva del 1969 per Einaudi collana Nuovo Politecnico purtroppo fuori catalogo ma che non dovrebbe essere troppo difficile reperire sul mercato dell’usato.

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Autore: ilprismadinewton

Blog indipendente di contaminazioni letterarie

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