La sottile arte di combinare matrimoni / “Emma” – Jane Austen

Miss Emma Woodhouse, “avvenente, intelligente e ricca” eroina dell’omonimo grande romanzo di Jane Austen non teme un futuro da spinster essenzialmente per due ragioni: in primis perché sa che “solo la povertà rende il celibato spregevole agli occhi d’un pubblico generoso (cap. X)” e lei povera non lo è di sicuro, in secundis perché è impegnata in mille occupazioni che vedono come tratto comune il combinare l’unione, nel sacro vincolo del matrimonio, di cuori affini tra quelli dei suoi amici e conoscenti. Attivatasi anzitempo con estrema dedizione per trovare un buon partito a Miss Taylor, l’amata governante con cui divideva il proprio tetto insieme all’ipocondriaco genitore, Mr. Woodhouse, Emma prende sotto la sua ala protettiva la “figlia illegittima di non si sa chi”, la 17enne Harriet Smith e, convinta più che mai della “generosità” del proprio “progetto”, concentra tutte le sue energie per sistemare la pupilla con un matrimonio che ne valorizzi i natali che lei ritiene non proprio umili in base alla rendita a diposizione della giovane. Come un revenant torna il vecchio fantasma dell’eterno dissidio austeniano tra ragione (buon senso) e sentiment (immaginazione). Emma, agendo in perfetta (e ingenua) buona fede, come la Catherine Morland di “Northanger Abbey”, vede una realtà distorta perché filtrata da un immaginario iper-attivo che la porta ad intraprendere un cammino costellato di errori ed equivoci che ne mineranno le indubitabili certezze. Mr. Elton prima, Frank Churchill poi, saranno eletti dalla sua fervida fantasia a candidati ideali all’unione con Miss Smith, della quale era riuscita a bloccare in tempo la relazione col troppo plebeo Mr. Martin. Le cocenti delusioni per i falliti tentativi culmineranno, ironia della sorte, proprio con la realizzazione finale della coppia costituita da Miss Smith e da Mr. Martin e con quella tra lei stessa, la domina di Hartfield con il dominus di Donwell, l’unico uomo alla sua altezza, l’incarnazione di ponderatezza, buon senso e rispetto delle regole (e gerarchie) sociali, che aveva tentato fin dall’inizio di metterla in guardia per la sua avventatezza di giudizio. La zitella d’oro trova così il suo impalmatore come il giusto premio per il pentimento e per la compiuta espiazione (a proposito, sarà un caso se “Espiazione” di Ian McEwan si apre proprio con un passo di “Northanger Abbey”, opera che in comune con la nostra ha il tema cardine del dissidio buon senso/immaginazione?); certo, ci impiega 47 capitoli (su un totale di 55) per giungere all’illuminazione finale: “le trapassò la mente, con la rapidità di una freccia, l’idea che Mr. Knightley non poteva sposare altra donna che lei!”, ma la “nuova” Emma impara bene a smettere le vesti da “apprendista stregona” con un sentimento, l’Amore, che è sempre un qualcosa di incontrollabile nelle mani di un qualunque essere umano che sia sprovvisto dell’antidoto per eccellenza alla sua notoria bizzosità e ritrosia alle regole, ovvero il “buon senso”, quella miscela di comportamenti intraducibili nel passaggio all’italiano dall’inglese sense e che rappresenta il viatico per l’appartenenza alla rispettabilità borghese settecentesca e cioè il senso della misura, la conformità alle gerarchie sociali, l’ assennatezza, quelle qualità generalmente carenti negli spiriti giovani e indomiti indotti a pessime e sconsiderate azioni dalle pulsioni irrazionali del cuore.

Unico romanzo della Austen con titolo dal nome della protagonista, “Emma” brilla di luce propria anche grazie all’apparente solitudine e incomunicabilità di Miss Woodhouse la cui stella si staglia fulgida nel firmamento della produzione dell’autrice inglese e che ne costituiscono i tratti fondamentali di una nuovissima figura femminile: agiata, indipendente, che non ha paura di prendersi dei rischi nelle sue scelte, libera, nonostante il matrimonio “predestinato”, (“Mr. Knightley non poteva sposare altri se non lei”) di continuare ad essere la signora di Hartfield e in più di acquisire anche le prerogative di Donwell. In altre parole, il matrimonio finale di lei, zitella impenitente, non è un ribaltamento o una contraddizione delle dichiarazioni iniziali in cui rivendicava il proprio status di nubile, ma una più che degna e decorosa conclusione di un percorso di maturazione che, pur tra cantonate e malintesi (tutti, ad onor del vero, da lei riconosciuti), la porta a consacrare la propria posizione sociale di donna in grado di auto-determinarsi nonostante continui a muoversi in regime di “conservazione della specie” (cioè nella staticità di un matrimonio tra membri della stessa classe sociale) e senza pertanto minare l’ordine costituito delle convenzioni. Il matrimonio perfetto , capace di unire amore e ragionevolezza; forse ancor di più delle altre due unioni “secondarie” del romanzo, quelle tra Jane Fairfax e Frank Churchill e quella tra Harriet e Mr. Martin, dove i gap di ceto sociale sono stati accantonati in favore della fatale precisione delle frecce scagliate da Cupido e dove l’assemblaggio è sì riuscito ma non proprio perfetto, secondo la visione dell’inscalfibile zitella di Steventon che, a dispetto delle diverse proposte ricevute, non trovò mai il suo Mr. Knightley.

 

Emma – J. Austen traduz. Mario Praz – Garzanti 2014, XVII-380 pagg. – 9,00 €

In alto, Thomas Gainsborough, “Mr. e Mrs. William Hallett, The morning walk”, 1785, National Gallery, Londra

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Il perturbante fascino dell’altalena

“Das Unheimliche” (Il Perturbante) è un saggio psicanalitico di Sigmund Freud del 1919. Il perturbante è “quella sorta di spaventoso che risale a quanto ci è noto da lungo tempo, a ciò che ci è familiare”. E cosa c’è di più “perturbante”, nel senso di un ambiguo e contraddittorio ma pur sempre riconoscibile spaesamento, di un’immersione nelle immagini archetipiche del mito? Le origini dell’altalena affondano nella notte dei tempi e basterà leggerne il mito greco riportato da Robert Graves per afferrare tutti i tòpòi insiti nella sua “sacra rappresentazione”. La storia è pressoché questa: un pastore di nome Icario riceve da Dioniso il segreto del vino e decide di farne dono ad altri pastori dimenticando di avvertirli di tagliarlo con acqua. Costoro, credendosi avvelenati per il subitaneo senso di stordimento provato al primo assaggio, lo uccidono. La fedele cagna Maira corre a cercare la figlia Erigone che, scoperto il cadavere sotterrato del padre, lancia una terribile maledizione prima di impiccarsi per il dolore: da quel giorno, ad ogni anniversario del gesto da lei compiuto, tutte le vergini si sarebbero dovute impiccare fino al ritrovamento degli assassini paterni. Colpiti dall’ondata di suicidi, gli ateniesi chiedono aiuto all’oracolo delfico che suggerisce loro di ricorrere ad un gesto che, pur celebrando la ricorrenza dell’impiccagione, abbia natura non mortale: nasce così il rito dell’altalena. Rileggere un mito significa renderlo attuale, consegnarlo all’eterno ciclo della Vita, la zoè che tutto rigenera, comprese le storie narrate, in opposizione al suo contrario, thànatos, la morte. “Nulla si crea, nulla si distrugge. Tutto si trasforma” diceva il chimico Lavoisier. Ecco: non esiste una storia primigenia, assoluta, ma solo delle storie che mutano da una cultura all’altra, da un’epoca all’altra, che passano indenni al vaglio dei tempi variando la forma esteriore ma non i nuclei tematici che si trascinano dietro. Cosa c’è dietro, allora, l’innocente gioco sacro dell’altalena? La vertigine. Intesa come ebbrezza che, sollevandoci dal mondo reale e dalla sfera razionale ci porta in quella “terra di mezzo” sospesa tra cielo e terra, umano e divino, sull’orlo di un imponderabile abisso nel cui buio appare solo il gorgo della Vita. L’altalena è come un pendolo che si muove oscillando tra due estremi (nascita-morte) fissi e con un periodo (il tempo dell’oscillazione) costante che si ripete ciclicamente. Il suo movimento “lunare” si svolge attraverso le “fasi” della Vita che è tale proprio in quanto moto incessante generato dal principio femminile della zoè (l’esistenza indifferenziata e incondizionata), la Dea Madre da cui originano tutte le forme di vita terrene. Zoè, thanatos ed eros. Perché il moto ondeggiante è anche quello, ammiccante, del bacino dei corpi, l’eccitazione che mira alla fecondazione: l’altalena è quindi anche erotismo del dondolìo, rito orgiastico che, spinto, all’estremo, può divenire pericolo, morte.

taurocatapsia

Ma, tornando alle varie “fecondazioni” del mito di Erigone, chiediamoci, quali passaggi culturali ha subìto? Spostiamoci nel XV sec. a.C. nella civiltà cretese-minoica con il gioco della taurocatapsia in onore della Dea Madre. Nei tre momenti significativi di acrobazia compiuta dagli umani (sopra, dipinto a secco su stucco con scena di taurocatapsia rinvenuto a Cnosso e ora al Museo di Heraklion) nei confronti del toro e cioè l’afferrare l’animale per le corna, eseguire su di esso un doppio salto mortale e ricadere a terra restando in posizione verticale (movimenti compiuti sia da uomini che da donne) si specchiano i tre princìpi e rispettivamente eros, thanatos e zoè. Il salto, rischiosissimo, tra le corna del toro, ripete la vertigine dell’altalena e il suo moto oscillatorio. Ripete l’esorcizzazione della morte in favore della vita ripetuta, la continua rinascita. Sempre a Cnosso ciò è esemplarmente e figurativamente rappresentato da quell’altro mitologetico congegno che è il labirinto che, visto dall’alto, è niente altro che una spirale che si ripete all’infinito. Qui la “sacerdotessa” che sovrintende al culto è Arianna, la sola che ne conosce segreti e vie di fuga e che presiede all’ “altalena” cioè il ciclico disporsi, nella ripetizione, di passaggi obbligati e barriere. Abbandonata da Teseo che aveva fatto evadere, troverà la morte (guarda caso) nel suicidio, impiccandosi, come Erigone. Il numero tre torna anche nei Misteri eleusini, i più antichi riti religiosi misterici dell’antica Grecia, nati sulla scorta di un’antica celebrazione agraria dalla ciclicità tripartita tra discesa, ricerca e ascesa all’interno del rapimento di Persefone da parte del re degli inferi, Ade: zoè, il ciclo eterno, non può subire interruzioni e passa attraverso eros (il rapimento a sfondo erotico) e thanatos, l’aldilà.

Ritornando al mito (originario?) greco, ci rendiamo facilmente conto di come i tre concetti finora ripetuti nelle varie tradizioni siano tenuti assieme da quello di ebbrezza esemplato da Dioniso, la divinità del vino, il dio che muore e rinasce, il cui culto è di natura orgiastico-iniziatica perché prevede un “perdersi” e un successivo “ritrovarsi”, un’ erranza che è quella, angosciante, dell’Erigone che vaga alla ricerca del corpo del padre. Se zoè è Dioniso, Erigone è colei che infonde l’anima alla vita indifferenziata, il soffio che anima la materia inplasmata: due facce della stessa medaglia, dello stesso principio. Il gioco sacro dell’altalena, nato per ricordare il sacrificio di Erigone, si sovrappone quindi con la festa del risveglio della natura, col passaggio dall’inverno alla primavera. Nel rito romano degli oscilla, che a questi si riallaccia, effigie delle divinità sono appese a pini sacri e lasciate oscillare: ciò avveniva in onore di Bacco (il Dioniso romano) durante le feste della semina. Nel successivo passaggio al cristianesimo, permane la centralità del tralcio di vite e del vino simbolo della resurrezione e quello della figura femminile, la Madonna, colei che sotto la croce depone il corpo del Figlio e che permette il nesso, tutto matriarcale, tra vita, morte e rinascita e che rappresenta la pagana Madre Terra.

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Saltando nei secoli, dai miti all’arte, non possiamo non citare il famoso quadro di Jean-Honorè Fragonard, “L’altalena” (1767, anche noto come “I fortunati casi dell’altalena” e visibile alla Wallace Collection di Londra) in cui, a distanza di tempo e rimaneggiamenti, si conserva la natura essenziale del mito. Tre persone, una donna, centrale, (zoè), il Principio animatore, sull’altalena; un uomo che la spinge (thànatos) e un altro uomo sdraiato a terra e intento a sbirciare tra le gonne (eros). Ad unire i nostri tre cardini, lo sfavillante cromatismo cioè l’ebbrezza, la vertigine del sovraccaricamento rococò, una festa per gli occhi. Qui il ciclo della rinascita è ben rappresentato dal forte dinamismo della composizione, accentuato dalle diagonali della luce e del movimento oscillatorio. Fragonard non intende raccontare alcuna storia ma esprimere una sensazione di libertà, di vitalità, di rinascita. L’ “investimento emozionale” che immettiamo nel gran gioco della vita e che la rende appagante, degna di essere vissuta, stimolante. “Vitale”. Come il brivido che ogni volta dona, anche per gli adulti, salire su un’altalena.

Anniversari: Valentino Zeichen – Tre poesie

Esattamente due anni fa moriva a Roma (sua città adottiva dal ’50) Valentino Zeichen, nato a Fiume nel 1938, poeta “parasurrealista” (per sua stessa definizione), “neo Marziale contemporaneo” (così Moravia e così una sua raccolta poetica del 2006), un “Gozzano dopo la Scuola di Francoforte” (secondo la definizione di Elio Pagliarani), impertinente folletto che attraversò decenni decisivi per la poesia italiana sull’onda del suo anti-lirismo iconoclasta ma sempre lieve e giocoso. Abile nello sfruttare linguaggi “altri” e “misti”, come quelli mutuati dal dominio dei mass-media, Zeichen (“segno”, in tedesco) ebbe sempre fama di anarchico squisitamente e raffinatamente irregolare, di bastian contrario dell’interrogazione metafisica che volge quasi sempre in burla dissacrante ma mai volgare. Fu sempre Pagliarani (tra i fondatori della Neoavanguardia del Gruppo ’63) a coglierne il tratto essenziale e cioè quello di un palazzeschiano omino di fumo, sospeso “tra neo-liberty e neo-crepuscolarismo”, un Perelà evanescente e tangibile, ludico e significante. Tra le grani ossessioni della poesia di Zeichen c’è il Tempo, con i suoi ravvolgimenti e paradossi, la sua relatività, linearità e discontinuità, inceppamenti e ritorni; l’ Amore e le donne con le esilaranti peripezie di un tombeur de femme metropolitano perennemente còlto nel (vano) tentativo di agganciare e comprendere l’universo femminile; i piccoli oggetti d’uso quotidiano e la loro risemantizzazione filosofica; il degrado ambientale; l’abitudine a convocare un quadro dentro una sua poesia per svelarne il messaggio cifrato e la visualità sghemba. Valentino Zeichen fu tutto questo e molto di più: un poeta impossibile da catalogare, un giocoso e malinconico latore di uno sguardo straniato e straniante sul mondo e sulla sua farsesca rappresentazione. Qui proponiamo tre sue poesie da altrettanti celebri raccolte.

Da “RICREAZIONE” (1979):

 

NIZZA

Sulla Promenade des Anglais a Nizza / una ragazza dal profilo tonchinese / siede davanti al mare / e compila un cruciverba sul giornale; / lo orienta con sapienti aggiustamenti / affinché la tavola enigmistica collimi a distanza / con l’intersezione di longitudine e latitudine. // Vedendola inattiva mi avvicino per suggerirle / qualche parola, seguo per qualche istante / la posa delle lettere fiero dell’apporto / quando m’investe una salva d’insulti / che sollevano colonne d’acqua / l’abbandono e corro, corro al riparo / presumendo che si tratti di battaglia navale.

 

Da “METAFISICA TASCABILE” (1997):

 

DOMANDE

Che genere di polvere / si vuole diventare dopo / il congedo dal mondo? / Di marmo? Per sentire / l’intrinseca vanità / delle opere monumentali? / Di pepe? Per far sternutire / gli altri spiriti? / Se certi stravaganti / cultori di dottrine esoteriche / si rappresentano nel dopo / come polveri al vento, / noi che siamo cattolici / rimarremo polvere sepolta / e non ci diletteremo / al gioco dei venti. / E’ inevitabile che alcuni / cambino religione.

 

Da “NEOMARZIALE” (2006):

 

POETI

Siamo poeti logici / di buon ragionamento, / volubili d’argomento; / arricchiti dal sapere / ma di scarsa sapienza. / Quale ne sarà la causa? / la latitanza dell’oracolo / o l’ermetismo del mondo?

poesie tratte dall’ Oscar Mondadori dedicato a Valentino Zeichen, cur. Giulio Ferroni  “Poesie 1963-2014”, ristampa del 2017

 

Il Black Panther Party

Fondate nel 1966 da Huey Newton e Bobby Seale per evitare che gli agenti continuassero a perpetrare violenze arbitrarie nei confronti degli afro-americani di Oakland in California e sciolte negli anni ottanta, le Black Panthers rappresentano ancora oggi una fonte di ispirazione per giovani e movimenti di contestazione come il “Black Lives Matter” perché i problemi e le tematiche affrontate sono ben presenti nella società americana. Newton e Seale, ex-studenti del Merritt College, conosciutisi ad una manifestazione pro-Cuba durante la crisi dei missili, organizzarono da zero un gruppo armato di auto-difesa pattugliando di notte la Bay Area per evitare le violenze dei poliziotti bianchi nei confronti dei neri. Viste come un importante momento di unione degli afro-americani della classe operaia degli Usa, che già cominciavano a sentirsi traditi dagli esiti del movimento non-violento di M.L. King, avevano tra gli obiettivi la rivoluzione, il black power e il controllo della comunità di colore e come modelli le guerre di liberazione del Terzo Mondo e maestri come Guevara, Mao, Lumumba e Malcolm X. I membri delle BP si sentivano così parte di una colonia interna allo stato imperialista per eccellenza; si sentivano, cioè, di condividere o stesso destino di segregazione e sfruttamento dei loro fratelli d’oltreoceano. Forte di un numero di affiliati tra le 5 e le 10mila unità, il BPP contava anche sull’appoggio esterno alle proprie rivendicazioni da parte della comunità bianca di sinistra (quei radical-chic alla Bernstein di cui il recentemente scomparso Tom Wolfe offre un parodistico ritratto nell’omonimo romanzo breve), del movimento studentesco e di quello femminista, a testimonianza, quindi, di un’influenza molto più ampia dell’effettivo numero dei militanti. Inoltre, nonostante all’inizio non ci fosse alcuna saldatura con i gruppi religiosi, già dai primi anni ’70 le BP tentarono di raggiungere i credenti e per i loro “breakfast programs” trovarono facilmente ospitalità nelle chiese dei pastori più progressisti, in un’alleanza che aiutava il lavoro di comunità e che forniva un vero e proprio, gratuito, servizio sociale. In risposta alle ronde armate, l’allora governatore della California, Ronald Reagan, limitò il porto d’armi per i privati. Il movimento non rimase a guardare: per protesta alcuni attivisti, armati, ripresi dalle telecamere con un’abile mossa mediatica, fecero una sortita nel tribunale legislativo della capitale dello stato, Sacramento. Nacque così il mito a cui un certo fascino estetico contribuì in maniera non trascurabile: vestiti con giubbotti di pelle nera, con berretti e baschi neri, con occhiali da sole scurissimi, armati, le BP si sedimentarono nell’immaginario afro nel ruolo di giustizieri sociali e di avanguardie della rivoluzione contro ricchi e bianchi. A nulla valse, inoltre, nel settembre ’67, l’arresto del leader e ideologo Newton: le sedi del BPP aumentarono esponenzialmente così come ronde e programmi di assistenza sociale e sanitaria gratuita auto-organizzati in una piattaforma comune che coinvolgeva gran parte della comunità nera. Da non trascurare anche il ruolo femminile che, nonostante sessismo e misoginia interni al movimento, ebbe un ruolo di primo piano sia nell’attivismo che nei numeri delle militanti. Dal ’68 iniziò la controffensiva del capo indiscusso dell’FBI, J. Edgar Hoover, con arresti sommari, omicidi, depistaggi, infiltrazioni per sgominare la rete dell’organizzazione nei suoi punti nevralgici. Un movimento che rivendicava, infatti, allo stesso tempo le idee marxiste-leniniste e quelle di emancipazione dei neri, era per l’America dell’epoca, ancor intrisa di maccartismo e in piena guerra fredda, la peggior quinta colonna che ci si potesse aspettare. Declino e discredito travolsero così rapidamente il movimento, dilaniato per altro già da faide interne per la leadership e governato da una struttura rigidamente verticistica non in grado di adattarsi a minacce non previste. Newton, uscito dal carcere già nel ’70, non riuscì a tenere saldo il gruppo e qualche ano dopo, per paura di un nuovo arresto, riparò a Cuba lasciando il ruolo-guida alla fidata Elaine Brown che però non riuscì a contrastare la rapida dissoluzione dell’organizzazione. Oggi, quello che rimane del BPP è, nonostante il fallito sovvertimento del sistema, la capacità di infondere una coscienza fatta di orgoglio di appartenenza alla black community (e non più di vergogna, come era nel passato) e di impegno politico (come testimonia il Blac Lives Matter) nel contrasto ad una questione razziale che, col trumpismo, continua ad essere sempre materia incandescente.

Per un percorso di letture, consigliamo:

– Pantere nere. Storia e mito del Black Panther Party – P. Bertella Farnetti – ed. ShaKe, 2010, 253 pag., ill., 16,00 €

– Ho fatto un sogno, cambiare il mondo. La rivolta delle Pantere Nere – A. Davis – ed. Pgreco, 2017, 275 pag., 18,00 €

– Vogliamo la libertà. Una vita nel partito delle Pantere Nere – M. Abu-Jamal – ed. Mimesis, 2018, 224 pag., 18,00 €

Per quanto riguarda il cinema, consigliamo il recente documentario, tratto dall’opera di James Baldwin, incompleta e dal titolo “Remember this house”, del regista haitiano Raoul Peck sulla secolare questione “nera” in cui viene mescolato materiale d’archivio con testi letti da Samuel L. Jackson. Il titolo del film è “I am not your negro” ed ha vinto il afta 2018 come miglior documentario. Nonostante Baldwin (nato nel ’24 ad Harlem e morto in Francia trent’anni fa) non si riconobbe mai nella violenza delle BP, Peck elabora dai suoi materiali, non tanto un film contro il razzismo ma un lavoro, attraverso le epoche, sull’immaginario connaturato al “diverso” e un manifesto di condanna alle politiche di non-accoglienza e non-integrazione con più di una strizzata d’occhio ai muri di Trump (e predecessori) e dei suoi sodali europei di cui in Italia sperimentiamo, oggi, tutto il carico di violenza e inumanità.

Al bivio tra amore e dovere, piccole eroine crescono / “Anna delle cinque città” – A. Bennett

Dimenticato maestro del romanzo edoardiano (tant’è che sul mercato editoriale italiano è attualmente disponibile solo un suo romanzo, quello che andiamo a presentare oggi), Arnold Bennett (1867-1931) studiò alla miglior scuola naturalista francese apprendendo da essa l’ “unità di visione” (cioè l’unicità del sentire filtrata dalla sensibilità del personaggio principale) e superandone il relativo realismo totale con l’esaltazione della sfera emotiva. Lontano anni luce dai fronzoli lessicali, Bennett è scrittore delle piccole cose, dei particolari minimi, acerrimo nemico di qualsivoglia tipo di divagazione modernista e altresì amante della perfezione del meccanismo narrativo e della sua auto-sussistenza al netto di ogni superfluo e di ogni scivolamento fuori dall’involucro dei fatti. “Anna delle cinque città”, opera giovanile del 1902, riflette queste idee proponendosi come un ponte dell’evoluzione, compiuta in quegli anni, dell’idea di romanzo: dal realismo all’estetismo (alla de Goncourt o Pater, per rimanere in patria) fino al neo-protagonismo femminile e alla sua sintassi letteraria che di lì a poco troverà massima espressione nella narrativa di Virginia Woolf. Se il debito di questo lavoro con l’ “Eugenie Grandet” di Balzac è più che evidente così come l’eterno dissidio tra padri e figli per quanto riguarda Turgenev, meno scontato è vedere il panorama su cui apre la “finestra” bennettiana: quello di un’eroina razionale e sentimentale, tiranneggiata d auna figura paterna ingombrante ma pronta a prendere in mano il proprio destino, risoluta ma mai cinica ed egoista, capace sempre di scegliere il dovere di fronte alle bizze dell’amore puro.

Siamo all’interno della bigotta e opprimente comunità wesleyana metodista di Bursley (nella realtà, Burslem) una delle cinque città dello Staffordshire ovvero del cosiddtto “distretto della ceramica” in quel nord-ovst inglese fortemente industrializzato che forma “un insieme cupo e poco gradevole” dove dominano i fumi degli altiforni che hanno bruciato ogni idea di idillio campestre quale quello di un sud prevalentemente agricolo alla Thomas Hardy, poetico e contemplativo. Qui, a differenza, l’uomo ha da tempo piegato la natura ai suoi scopi e la trasfigurazione del paesaggio originario è il riflesso esteriore della mutazione antropologica del ceto sociale costituito da imprenditori e affaristi senza scrupoli dediti al culto del “denaro per il denaro”. Tra questi emerge il papà di Anna, Mr. Tellwright (quasi un nomen-omen), “il bisbetico avaro di Manor Terrace”, ricco e rapace ma ancora in grado di provare un briciolo di umanità, senza cioè che la sua smisurata parsimonia sfoci nella sanguigna patologia del Grandet di riferimento. Padre-padrone di Anna e Agnese (la figlia minore), esemplari femminili dotati di una “innata riservatezza” e messi al servizio del dovere filiale, Mr. Tellwright è anche l’oculato (fin troppo) amministratore del patrimonio della maggiore, intento alla riscossione delle pigioni e al far fruttare al massimo rendite e investimenti. Al raggiungimento della maggiore età, Anna si fidanza con Mr. Mynors astro nascente della fiorente industria, opportunista animato da smanie di successo imprenditoriale che vede in Anna una rapida scorciatoia (grazie alla sua rendita) per la scalata alla ricchezza. Tra convenzioni sociali rigidissime, destini secolarmente affibbiati alle donne e cinismo dilagante, solo Anna, sensibile e “umana”, conserva quella pietas cristiana a parole tanto decantata nel pulpito della locale chiesa ma nei fatti ampiamente trascurata. Preoccupata per la sorte dei Price, affittuari prima del padre e ora suoi, coperti dai debiti e perennemente in ritardo nei pagamenti, scoprirà troppo tardi che quel che prova per il figlio, Willie, è ben più di semplice commiserazione. Ma la tragedia, che nei misuratissimi romanzi di Bennett è episodio raro, non tarderà a farsi largo in un coinvolgente sussulto narrativo finale.

L’eroina Anna non è una sfrontata ribelle, ma è colei che si oppone con tenacia e coraggio all’autorità paterna tentando (purtroppo senza riuscire) di salvare il salvabile anche ricorrendo a bugie e atti poco ortodossi rischiando più volte gli anatemi della puritanissima comunità. Da questa cappa soffocante del metodismo, che avevamo già incontrato tempo fa nel metafisico e contemporaneo T. F. Powys, emerge questa piccola-grande figura femminile che finirà ingabbiata in un matrimonio di interesse ma che tenta fino all’ultimo di tenere testa al decadente strapotere maschile dell’Inghilterra dell’epoca. Senza atti estremi, senza una feroce critica sociale (anzi, usando toni nel complesso bonari verso le genti dello Staffordshire), senza scossoni né stilistici né degli eventi, a parte il finale affrettatamente liquidatorio, Bennett ci regala una splendida e non banale “new woman” pronta, ormai, a navigare da sola, in mare aperto, nel pieno Novecento.

Anna delle cinque città – A. Bennett, traduz. B. Boffito Serra – Elliot 2016, 250 pag. – 17,50 €

Don Gastone e le “sue” signore / “Il prete bello” – Goffredo Parise

Ci sono autori il cui percorso letterario procede lineare come un binario ferroviario. Altri, tra cui quello che ci apprestiamo a presentare oggi, invece procedono a zig-zag, lasciandosi guidare dall’imprevedibilità dell’ispirazione. Scelgono cammini defilati, sentieri meno scontati e meno diretti, abitano quella caotica e disorientante metropoli che è la Letteratura, come flaneur (come dice Zanzotto nell’introduzione al Meridiano Mondadori sul nostro), o meglio, come cani randagi, solitari e schivi. Goffredo Parise, vicentino classe 1929 (morto nel 1986), è uno di questi. Incanalabile in nessuna corrente, attraversò uno dei periodi d’oro della nostra letteratura senza cristallizzarsi mai: assorbì il neorealismo ma non se ne fece assorbire, si trovò in pieno nella temperie avanguardistica degli anni Sessanta senza farsene travolgere, fu influenzato dal filone industriale e di analisi della società massificata dei consumi e del boom ma non ne rimase imprigionato. Sempre pronto, con un guizzo, ad andare avanti, oltre. Una penna malinconica, inarrestabile nella sua urgenza, inquieta, che fin dagli esordi narrativi mostrò il proprio talento spaziando tra i generi, tra il filone fantastico e quello realista. A quest’ultimo campo appartiene senza dubbio “Il prete bello”, grande successo editoriale del ’54, ottenuto subito dopo il suo arrivo dalla provincia veneta in una Milano con cui intrattenne sempre rapporti burrascosi.

Accantonando i toni fantastici e pirotecnicamente onirici delle prime due opere (“Il ragazzo morto e le comete” e “La grande vacanza”), ne “Il prete bello” il reale parisiano è contaminato con una sotterranea ma riconoscibile forza caricaturale e un humour nero (anticipatori de “Il padrone”, 1965, da noi già recensito) tali da arricchire il consueto bozzetto di provincia un po’ manierato, di un che di torbido e di pulsione repressa tipico di quell’Italia democristiana e che ci ha ricordato molto un testo di cui ci siamo d apoco occupati ovvero “Le due zittelle” di Landolfi. Elemento comune ad entrambi è infatti, oltre all’ambientazione, quella vena sessuofoba e quasi anticlericale che scorre tra le righe ad “inquinare” un quotidiano di stantia miseria e di piccoli rancori entro una comunità “autosufficiente”. Ambientato nella Vicenza popolare del 1940 in un cortile di vecchie zitelle in odor di sagrestia, aristocratiche decadute ridotte a scaldarsi concentrando esigui raggi solari attraverso lenti focali, di funzionari statali fedelissimi al regime e ai loro riti di ostentazione di una fervida mascolinità italica riverberantesi nella carcerazione filiale, di ladri-gentiluomini abituè delle patrie galere ma con la mania del calcolo matematico, di prostitute dalla particolare “manualità”, di un banda di ragazzini (tra cui il protagonista, Sergio, 11 anni quasi compiuti) un po’ ladruncoli un po’ ruffiani un po’ accattoni, “Il prete bello” è la storia dell’intreccio tra le vite di questi personaggi e il “motore primo” del romanzo: don Gastone Caoduro, prete naif, giovane ed aitante ex-cappellano militare di ritorno dalla Spagna franchista, che attrae come il polline le api le comari in un rapporto che supera (e di molto) la semplice devozione religiosa per sfociare in una sorta di morbosa attrazione divistico-sessuale. Unico gallo del pollaio, don Gastone è idolatrato e coccolato più di tutti, dalla padrona zitella del fatiscente caseggiato, la signorina Immacolata, disposta a tutto pur di ingraziarsi questo “farfallone in tonaca” che, nonostante gli ambigui atteggiamenti intrattenuti con tutto il microcosmo femminile, pare disporre di una castità inviolabile fino a quando arriva Fedora ( dalla certo non intonsa morigeratezza), la nuova inquilina ed è costretto ad alzare bandiera bianca. Opportunista e vanesio, capace di ricorrere ad ogni stratagemma pur di finanziare i progetti della sua chiesa e le sue ambizioni letterarie che consistono nel memoir filo-falangista “Spagna fucina di Fede e Ardimento”, don Gastone precipiterà come gli altri protagonisti (non sveliamo nulla) nel climax altamente drammatico del finale di romanzo, temperato dal metaforico e comicissimo crollo del gabinetto pensile, unico status-symbol nella miseria dilagante, del cav. Esposito, lo “Squadrista W.C.”, macchietta del cialtrone fascista, durante il passaggio in visita ufficiale a Vicenza del corteo del Duce. Il punto di vista scelto, quello di Sergio, figlio di n.n., monello truffaldino ma sempre animato da buoni sentimenti, iniziato alla vita dai primi furti col compagno Cena, che coltiva il sogno di pedalare sereno e libero in sella alla sua nuova bicicletta rossa, regala all’opera un registro picarescamente scanzonato pur nella tragedia personale e collettiva, un tono di pasoliniana nostalgia per un mondo di sottoproletari, nonostante tutto buoni pur trovandosi a dover vivere tra mille espedienti, ancora incorrotto dal dominio del denaro e ancora depositario di valori umani di solidarietà, piccole beghe e invidie a parte. Un mondo già all’epoca in via d’estinzione e oggi quasi “preistorico”.

Edizione consultata quella del Meridiano Mondadori vol. 1 (ottobre 1987) dedicato a Parise.

In alto, scena dal film “Mamma Roma” di P. P. Pasolini – 1962

Il senso di Maqroll per “La Neve” / “La Neve dell’Ammiraglio” – Alvaro Mutis

ÀIl concetto di esilio prevede, in genere, due polarità: quella di partenza e quella di arrivo. Ci sono però casi in cui l’errare, anche se diretto verso una mèta prestabilita, si trova a dover compiere così tante svolte e giravolte da trasformarsi nel destino stesso: la deriva interminabile come fine ultimo. Si parte, cioè, non per arrivare ma per poter partire di continuo ad ogni tappa intermedia posta lungo il percorso. E’ chiaro che condizioni necessarie affinché tale perenne stato di moto si realizzi sono il luogo in cui il viaggio si svolge, che deve essere un “organismo autonomo” in grado di modificare in chi vi si avventuri le percezioni e i riferimenti spazio-temporali, e la condizione esistenziale del viaggiatore, la sua predisposizione a lasciarsi trasportare e “rapire”. Ne “La Neve dell’Ammiraglio” del colombiano Àlvaro Mutis (Bogotá 1923 – Città del Messico 2013) entrambe queste condizioni si realizzano appieno. Il Genius loci è quello della giungla (“cupa e insidiosa” col suo verde tunnel) nel percorso fluviale di una sgangherata chiatta che tenta di risalire l’oscurità fino ad una indeterminata (e forse inesistente) bottega e stabilimento di lavorazione del legname sulla Cordigliera, la “Neve” del titolo. Il viaggiatore è Maqroll il Gabbiere, tormentato da “vecchi dèmoni” e “fantasmi ormai rancidi”, perseguitato da un habitat ostile e incomprensibile con “il suo odore di sfortuna, di tiepido sepolcro disgustoso”.

L’insistenza e l’urgenza dei suoi fantasmi e delle sue visioni costituiscono l’unico bagaglio di viaggio insieme ad una certa dose di saudade ovvero di “nostalgia del futuro”, di qualcosa che non si è riusciti a vivere. Catapultato da Anversa nel continente latino-americano, questo “cercatore d’assoluto” si inoltre nel “Cuore di tenebra” di una regione mentale prima ancora che fisica, verso un destino di naufragio infinito dove incontra altri “naufraghi” che come lui sono tutte figure della malinconia e della solitudine che hanno cercato, sì, ma da cui sono anche state travolte inesorabilmente. Non c’è nessun cammino di formazione ne “La Neve dell’Ammiraglio”, nessuna morale: solo caduta. Accompagnata, però, da un angelo custode infra-testuale che Mutis si premura di accostare al nostro Maqroll: quel narratore-filologo che ne riordina carte, diari (il romanzo, ricordiamo, è in forma diaristica), appunti, non solo con l’intento di elevarli a oggetto letterario e meta-letterario (l’idea cioè che la letteratura nasca dall’esperienza, dal vissuto e che essa stessa possa, in tale labirinto, ripetersi all’infinito) ma con la volontà di restituire una mappa di temporanei approdi in cui la “Summa” dei testi poetici e la trilogia “Imprese e tribolazioni” (di cui “La Neve” è solo il primo capitolo) costituiscono i porti sicuri (forse) dove riparare, mari comunicanti attraverso quell’istmo che è il mezzo poetico.

Romanzo di de-formazione, anche della vista, perché il Gabbiere, in genere deputato all’avvistamento di pericoli o terreferme, è qui un apatico osservatore di perdite e false piste sia nei luoghi che nelle persone incontrate la cui ver identità (ammesso a questo punto che ne abbiano una) è sempre dubitevole e la salute fin troppo cagionevole, afflitta da una febbre dell’animo dovuta all’incapacità di saziarsi, all’impossibilità di afferrare un qualsivoglia oggetto solido o tangibile che in Mutis manca perennemente. Tutto è ridotto a palude; il fiume ha uno scorrere talmente lento che sembra che una lunghissima bonaccia abbia colto questo angolo remotissimo di mondo: tutto marcisce, è in putrefazione, si corrompe. Dai corpi alle anime. Un lussureggiante, acquitrinoso Inferno dei vivi dominato da un unico incontrastato Signore: l’ermetismo del caso.

 

La Neve dell’Ammiraglio – Alvaro Mutis – Einaudi tascabili, traduz. F. Bardelli e E. Franco – 2016, 10,50 €