Cuori d’inverno / “Un rude inverno” – Raymond Queneau

La Storia ama ripetersi. Lo fa beffarda e senza pietà alcuna. La Storia è sotto i nostri occhi non tanto in attesa di essere interpretata da quegli insignificanti esseri che siamo, ma per ricordarci una cosa fondamentale: viviamo nella prigionia del Tempo. La letteratura non serve a farci evadere (da questa gabbia non è dato uscire), serve a fornirci gli strumenti, mascherati o palesemente visibili, per misurare l’ampiezza della cella-mondo. Solo prendendo le giuste misure, imparando cioè a convivere con il dolore, la solitudine, l’impotenza, la violenza, l’asprezza del lungo e “rude inverno” possiamo, meritevoli, attendere l’arrivo della primavera e assistere alla ripresa dello scorrere della clessidra come il protagonista-sonnambulo del recentemente recensito “Un uomo che dorme” di Georges Perec, in attesa che smetta di piovere. “Un rude hiver” (1939) di Raymond Queneau, altro esponente di spicco dell’ Oulipo come il sopra citato Perec, è la scoperta/riscoperta di una “fiamma” che riscalda l’inverno della vita del tenente Bernard Lehameau affetto da una strana malattia dello spirito, da un profondo senso di scoramento e disillusione verso tutto e tutti. Siamo a Le Havre in piena guerra, nell’inverno 1916. Lehameau è in convalescenza dopo una seria ferita alla gamba che lo fa vistosamente zoppicare e lo tiene lontano dal fronte che vede truppe francesi e tedesche impegnate nella lunga e cruenta battaglia di Verdun. E’ un disfattista ed è a malapena tollerato da tutti perché non sopporta la propaganda nazionalista che vede il suo paese ad un passo dalla vittoria e che discetta dall’alto dei suoi confortevoli salotti della vita al fronte di cui non sa nulla. Come dicevamo, è ferito, scettico sulle sorti belliche (lui che ne ha visto orrori e follie) e disprezza ormai il genere umano tout-court, dal volgo ai socialisti interventisti, dai grassi affaristi che prosperano al caldo delle loro case ai politicanti di mestiere; ha subìto un grave lutto all’età di 20 anni (ora ne ha 33) quando in un incendio del cinema è divenuto in un colpo solo orfano e vedovo. Ma non si da per vinto, è pur sempre un ex combattente: trascorrendo le giornate in compagnia di una libraia outsider e comprensiva, m.me Dutertre, la cui bottega “è un asilo dell’intelligenza e della cultura e della civiltà” che resiste stoicamente alla barbarie dei tempi, tra gli inviti a pranzo e cena del fratello maggiore Senateur, puro concentrato di idiotismo piccolo-borghese, peregrinando a passo lento tra le vie deserte di una fredda e ostile Le Havre di cui osserva distaccato il formicolio del quartiere portuale teatro logistico delle operazioni belliche e illusoria pacifica rada che vede ancorate le navi del WAAC (Women’s Army Auxiliary Corp), trova il tempo per riscoprire l’amore dopo molti anni nella figura di una sfuggente infermiera inglese, miss Helena Weeds, e l’amicizia con due indigenti e intelligenti ragazzini, i fratelli Annette e Polo, nei quali troverà alla fine la forza e l’aiuto morale/spirituale per uscire dall’impasse invernale.

In questo che è il romanzo più breve (e tra i meno noti) di Queneau, l’affollatissima giostra dei rimandi letterari, autobiografici e metaletterari rende bene l’idea di una narrazione in cui, come aveva colto l’amico Perec, “non succede nulla” e tutto “si incammina pian piano verso l’inesauribile”: il continuo gioco di rispecchiamenti interni moltiplica all’infinito la Storia nelle microstorie costituenti riunite attorno a pochi nuclei tematici che hanno il sapore delle 4 stagioni della vita e che trovano nella svolta finale una non-svolta di caloroso e dolcissimo abbraccio che spiazza il lettore non meno delle assonanze cromatiche del surreale corteo per il capodanno cinese che apre il libro. O come l’uso di un french/english singolarissimo nel corteggiamento di Bernard a Helena, il fatto che il romanzo parli della Prima Guerra Mondiale e venga pubblicato alla vigilia della Seconda, che non siamo in un sanatorio di Davos tra montagne incantate di hanscastorpiana memoria ma nella Normandia malinconica che risana e riprepara per il fronte (perché la vita, anzi, la morte deve continuare) come e meglio della Svizzera, che c’è tra i comprimari proprio uno svizzero, anzi due dei quali uno spione per la Germania bibliofilo luterano e dalla tragica fine, che Annette altro non è che una “Zazie” in erba e tante altre “connessioni” (Q. le chiamava “rime romanzesche”) che lasciamo al lettore riordinare.

Opera giovanile di un Queneau che ha da poco abbandonato Breton e i dettami surrealisti e si appresta ad affinare le sue doti letterarie da sperimentatore che lo vedranno nel dopoguerra giungere a significativi esiti come “Esercizi di stile”, “Zazie nel metro” e “I fiori blu”, “Un rude inverno” è una malinconica fusione, in forma di presagio di una storia destinata a ripetersi, di satira, ironia e tragedia che conserva sempre viva la speranza e la meraviglia dell’amare e dell’essere al mondo, questo confuso e misterioso caos di sentimenti.

La frase: “Camminava a passo lento, sia per la zampa rotta un dì, sia per l’umore malinconico. Appoggiandosi al bastone se ne andava lungo le strade deserte succhiando la pipa di radica con aria filosofica. E così facendo, naturalmente pensava (..) La sua memoria era lastricata di lapidi come quella di un romantico, ma lui, da funzionario coscienzioso, estirpava con cura le erbacce lungo i viali e coltivava con ardore le poche aiuole in fiore che malgrado i tanti inverni non erano punto appassite” (pag. 9)

In alto, “Il grande porto di Le Havre”, Claude Monet, 1872, olio su tela, Hermitage San Pietroburgo

 

Un rude inverno – R. Queneau, trad. P. Gallo – Einaudi 2009 – XV-128 pag. – 17,00 €

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L’amore assoluto o del lasciapassare per la trascendenza / “Fuochi” – M. Yourcenar

“L’amore è un castigo. Veniamo puniti per non essere riusciti a rimanere soli” (pag.93). La colpa commessa, nel caso di Marguerite Yourcenar, è aver amato, non corrisposta, il suo editore, Andrè Fraigneau e il cammino di espiazione ha come risultato questi “Fuochi”, usciti nel 1936, costituiti da un originale miscuglio di brevi pensieri dal contenuto diaristico e da racconti a tema amoroso presi dai miti greci (tutti tranne uno, quello su Maria Maddalena appartenente alla tradizione cristiana), il tutto scritto in forma di prose liriche dal fascino senza tempo. L’esorcizzazione dell’amore assoluto, nella sua duplice e ricorrente natura (letteraria e non) di malattia e vocazione per la vittima, avviene nella Y. con una discesa archetipica nel mito, in un cammino a ritroso nell’ancestralità delle storie primigenie che hanno incarnato Amore nelle sue infinite sfaccettature, con quella innata pulsione che ci appartiene ad evadere la banalità del quotidiano verso il rifugio della trascendenza, in quel superamento cioè lenitivo dell’immanente e della propria esperienza individuale per cercare un “passato comune” in cui confrontarsi, che è giocoforza lo spazio-tempo onirico, quella terra di mezzo tra cielo e terra, regione privilegiata ad esempio dalla Saffo aspirante suicida dell’ultima delle nove storie. Il dialogo a distanza con i grandi personaggi del mito greco (Fedra, Achille, Patroclo, Antigone, Lena, Clitemnestra, Fedone, Saffo più la Maddalena) è un “ballo in maschera, una delle tappe di una presa di conoscenza” (la stessa autrice chiudendo la prefazione del ’67) con cui autenticare “verità intraviste troppo presto” sulla natura umana; lo specchio di un Io autoriale metaletterario che cerca, al di là delle ossessioni sentimentali sull’amore respinto, di cogliere, attraverso le molteplici varianti e reinterpretazioni di ogni singolo racconto mitico attraverso i secoli fino ai nostri giorni, la totalità delle altre passioni umane, ciascuna faccia nascosta di un amore “malato”, destinato a soccombere. Il mito è così proiettato come ordinatore di pulsioni, caotiche e divergenti, un gran classificatore di tòpòs codificati, una fioca luce, il bagliore di un “fuoco” nell’arido ghiaccio del dolore e della solitudine umana: è la flebile speranza, quella fede nel trascendente, nella possibilità di essere rielaborata che ogni grande storia porta con sé, quella vocazione metamorfica a generare altro e a confondere continuamente i piani temporali passato/presente e spaziali lontano/vicino e a far credere che, non solo altri “finali” sono possibili, ma che in realtà non esiste nell’infinito caleidoscopio delle possibilità mai un vero finale.

Ecco spiegato allora il motivo della scelta linguistica della Yourcenar: l’ epos, il tempo senza tempo, può essere reso con efficacia solo con la poesia, l’unico linguaggio in grado di connettere, senza perdite dovute al travaso, immagini ed emozioni, l’unico modo per unire con un unico filo conduttore, che partendo dall’antichità giunge fino a noi, temi apparentemente slegati come quello della disperazione, menzogna, destino, scelta, segreto, salvezza, vertigine, crimine e suicidio ciascuno associato ad un personaggio principale di un mito del passato che, travalicando gli steccati del tempo, si è di volta in volta reincarnato in storie attuali in cui l’assenza (dell’amore e dell’amato per la Y.) è colmata dal suo farsi percezione sfumata, impalpabile, levigata, “riparata” dalla poesia. Per ottenere questa specie di trance onirica, occorre che ci sia un continuo sovrapporsi tra passato e presente, tra mito in versione originale, diciamo così, e sue successive rielaborazioni: la Y. sceglierà così non tanto la Fedra di Euripide o di Seneca, ma quella ben più complessa di Racine; non tanto il Patroclo omerico quanto una versione riattualizzata della tragedia della Grande Guerra in cui “la meglio gioventù” è inviata al massacro, al sacrificio (“quasi che Patroclo, vivo, non fosse stato che un progetto di cadavere”); non tanto l’Achille standard ma quello rivisto dagli studi psicanalitici che ne hanno indagato il travestitismo da imboscato come lacerazione della sessualità (“il rischio unico di essere altro da sé”); non tanto la Saffo poetessa classica, ma un’originale attualizzazione (dove anche qui il ruolo di travestimento, come in Achille, è non secondario) di un’acrobata circense in bilico nel bel mondo degli anni ’20-’30 del Novecento (in odor di catastrofe).

Il risultato finale di “Fuochi” è quello di una strepitosa confessione che raggiunge sovente punte di vertigine (merito anche di un linguaggio da “espressionismo barocco” che usa l’ornato per concentrare al massimo le vette liriche) nel canto fuori del tempo dell’amore assolutizzante, quel cerchio di fuoco ardente che siamo chiamati, estrema prova di coraggio (e di iniziazione alla vita) ad oltrepassare per transitare dalla dimensione dell’immanente a quella del trascendente e per ingannare la pulsione di morte che ci lambisce sempre da vicino.

 

La frase: “Non si costruisce una felicità che su fondamenta di disperazione. Penso proprio che ora posso mettermi a costruire” (pag.121).

 

In alto, veduta di Villa Adriana, Tivoli (RM)

Fuochi – Marguerite Yourcenar, traduz. M.L.Spaziani – Bompiani 2015, 128 pagg. – 8,00 €

Cristo nella Torgas Valley? / “La battaglia” – John Steinbeck

Presentiamo oggi la ricetta dello “Scrambled book”. Ingredienti: una grande opera dimenticata (per ragioni esclusivamente politiche) di un Nobel della letteratura; un editore influente che crea per l’autore un’apposita collana con tutti i principali titoli suscitando ampie aspettative; una copertina che riporta l’immagine di un quadro di Edward Hopper di ambientazione urbana che, ovviamente, non c’entra nulla con la materia trattata; una qualità della carta, nel complesso, a dir poco scadente; una traduzione, del 1940, che, nonostante sia firmata da Eugenio Montale, appare antidiluviana in più di un passaggio (sorvolando poi sull’uso dell’indicativo al posto del congiuntivo); infine, invece del solito pizzico di sale e di pepe quanto basta, una prefazione, da parte di Luigi Sampietro, che, crediamo, lo Steinbeck di quegli anni non avrebbe condiviso in più di un punto. Preparazione: agitare il tutto, nudo e crudo così com’è, senza aggiungere ulteriori ingredienti (che quelli presenti sono, ahinoi, già più che sufficienti), scaldare in padella e servire, ben caldo, sul mercato editoriale (al prezzo, oltretutto, di ben 13,00 €!).

Il “libro strapazzato” è “La battaglia” (1936) di John Steinbeck, testo a lungo bandito dagli scaffali americani per la durezza e la “pericolosità” della materia trattata.  Frutto ragionato e straordinario documento d’epoca in presa diretta delle lotte e degli scioperi tra braccianti agricoli e proprietari terrieri dell’immaginaria vallata californiana di Torgas, “In dubious battle” (questo il titolo originale, e anche qui ci sarebbe da dire sulla traduzione italiana) è la storia, lungo l’arco di otto giorni, dell’organizzazione e della costruzione di uno sciopero tra la comunità di raccoglitori delle mele (chiaramente sottopagati e ipersfruttati) da parte di due attivisti sindacali e iscritti al partito dei “rossi”, Jim e Mac, durante il periodo della Grande Depressione che proprio in quegli anni stava permettendo la nascita di una letteratura “di classe” che aveva trovato anzitempo un illustre capofila ne “Il tallone di ferro” di Jack London (1908). Steinbeck, che ebbe modo di sperimentare le, a dir poco, difficili condizioni dei lavoratori agricoli durante le loro migrazioni verso l’ “eden” costituito dall’ovest essendo stato egli stesso bracciante prima di divenire giornalista, corrispondente e scrittore, con la serie ravvicinata di romanzi “Pian della Tortilla” (’35), “La battaglia” (’36), “Uomini e topi” (’37) e il celeberrimo “Furore” (’39), si accreditò come il maggior “scrittore del proletariato” tanto che a tale etichetta fu, fino alla fine dei suoi giorni, associato, nonostante già dalla metà degli anni ’40 iniziasse a prendere man mano le distanze da quelle posizioni radicali che lo avevano visto, non troppo tempo prima, partecipare a raduni e azioni del Socialist Party of America fino a sostenere con convinzione le contraddittorie politiche del New Deal rooseveltiano. Steinbeck ci racconta la nascita e la crescita della coscienza di classe tra i braccianti con uno stile realista depurato dei filtri dell’ideologia (anche se non fa mistero di provare simpatia per gli oppressi) e delle facili idealizzazioni: slanci, debolezze, egoismi, sacrifici, sotterfugi e scontri a viso aperto vengono a comporre la variegata galassia di un mondo di lavoratori (alla mercè di un cartello di tre soli produttori che ha dalla propria tutte le autorità della contea) che si batte per reclamare un equo salario e condizioni lavorative più umane e che il giovane Jim e il più esperto Mac vogliono spingere a lottare uniti e a costituire un esempio per futuri e più duraturi moti. (“(..) abbiamo fatto lavorare gli uomini per se stessi, in gruppo. E’ la ragione per la quale siamo qui: insegnare loro a combattere compatti. L’aumento delle paghe non è il solo scopo per noi. Voi lo sapete”, pag. 73).

Se Mac è esperto, scaltro, in grado di sfruttare ogni passo falso del nemico oppure ogni malcontento del gruppo per finalizzarlo al conflitto, alla “causa” (che poi altro non è che l’affrancamento dalla schiavitù), Jim Nolan si rivela un allievo che impara così in fretta da dare a questi l’impressione di avere tutte le carte in regola per divenire in un futuro molto prossimo il nuovo leader, animato da quell’ “ira sublime”, da quell’ “indomata voglia” descritta nell’incipit da “Il paradiso perduto” di Milton. Una febbre mistica che ai più potrà sembrare un’insana follia distruttrice di un ragazzo “traviato” dal “cattivo maestro” Mac e usato per i propri scopi (è la tesi sposata dal prefatore, Luigi Sampietro) ma che è solo il sacrificio generoso di un giovane che “non ha mai chiesto nulla per sé”, (pag. 343), quella trasfigurazione che ha un qualcosa “di religioso” (come gli confessa Doc Burton e che spaventa questi come Mac) a quello stadio di superomismo in cui lo sfiguramento del volto causato dal colpo d’arma da fuoco (vittima di un tradimento da parte di un Giuda in erba) è diluizione dell’individualità nella folla, nella collettività, nell’ Ideale: non tanto, allora, “angelo che volle farsi re” (Lucifero) ma “uomo che si fa religione” (Cristo), agnello sacrificale sull’altare della lotta di classe. Un qualcosa che lo scettico dottor Burton (alter-ego letterario di Steinbeck e ricalcato sulla figura dell’amico biologo e filosofo Ed Ricketts) fatica e si rifiuta di capire spinto da un miscuglio di metafisico umanesimo (parente dell’inazione) e di una pura volontà naturalista, da studioso (alla Emile Zola, per intenderci) che lo porta a cercare più di tutto di compenetrare il meccanismo sociale che regola il gruppo come entità autonoma dalla semplice sommatoria di individualità che lo compongono. E’ un romanzo, questo, di sangue, di ferite, di strazi (anche morali), di nervi, cammino di Passione, via crucis di una folla che sembra (“dubious”!) votata al martirio e che pare perdere la battaglia ma non la guerra: “Fummo sconfitti: e che per ciò? fiaccati, / benché vinti, non siamo”. Nessuna sconfitta ma solo l’inizio del contagio di una dura e lunghissima lotta.

 

In foto, braccianti agricoli stagionali in Calabria a Rosarno.

La battaglia – J. Steinbeck, traduz. E. Montale – Bompiani 2015 – 368 pag. – 13,00 €

Johnson, Manganelli, Boswell: un triangolo / “Vita di Samuel Johnson” – G. Manganelli

Manganelli si cala nel grande e oscuro pozzo della Storia alla ricerca di un illustre antenato e lo trova in un “discinetico” e geniale trombone del Settecento inglese, in un uomo che incarna alla perfezione le contraddizioni della sua epoca: il grande polemista, lessicografo e critico letterario Samuel Johnson, “il Dottore”, per gli amici. Ma, siccome Manganelli è Manganelli, lo fa per interposta persona, pàrdon, per interposta biografia: quell’opera monumentale (1791) del confidente ufficiale di Johnson, lo scozzese James Boswell in quella che è considerata la prima biografia “moderna”, che “non è cronaca di eventi estrinseci né panegirico né saggio critico, ma la ricostruzione nella pagina di una figura complessa, la ricerca del ritmo, della qualità della sua vitalità; non il racconto delle fortune di uno scrittore ma il calco letterario fedele fino all’allucinazione della sua esistenza, del suo modo di essere (pag. 42)”. E qui il nostro “Manga” gioca a fare un po’ il Boswell (ma un Boswell fornito del mirabile dono della sintesi) e un po’ il Johnson (nella cui nevrosi e malinconia di fondo si riconosce fin troppo) regalandoci un lontano libricino (datato 1961 e pensato per un ciclo di puntate radiofoniche i RAI, altri tempi eh?) che è fondamentalmente tre cose in una: ritratto di una Londra sordida e sublime al contempo, discorso sul fenomeno del divismo e sulla nascita della “cultura di massa” e infine racconto in chiave psicanalitica dell’ “incontro” con un doppelganger o, meglio, con il suo fantasma vecchio di due secoli, una figura che ancora emana strani bagliori che gettano sinistre ombre sulla nostra epoca di follia.

Nel ‘700 inglese abilmente riportato alla luce da Manganelli, le fulminee e azzeccatissime pennellate del Giorgio nazionale delineano il contesto, fertile, da cui germinerà il romanzo moderno (che vede tra i suoi vessilliferi Defoe, Fielding, Richardson, Goldsmith, ecc.). Da una Londra torva e fetida, incredibilmente sporca e male illuminata, con strade non pavimentate, priva di rete fognaria e ricca di miseria e nei cui bassifondi brulicano ladri e Moll Flanders in pieno esercizio, spuntano, come per magia, figure memorabili di scrittori, giornalisti, intellettuali raramente apprezzati (e più spesso neanche in grado di permettersi un tetto sopra la testa per la notte) ma la cui “rapinosa vitalità”, le cui brillanti conversazioni, la cui giostra di caratteri, affascineranno fin da subito il neoarrivato Johnson, partito dalla provincia piatta e scialba delle Midlands per cercare fortuna letteraria nella capitale. L’insieme di una vita di ristrettezze economiche e di frequentazioni eccentriche e poco raccomandabili sarà per lui fucina inesauribile di storie e cartina di tornasole nel cammino di conoscenza dei recessi dell’animo umano: sarà cioè amore a prima vista tra il brillante giovanotto (partito solo con una scrittura teatrale in una tasca del panciotto e pochi spiccioli) e la “grandezza fisica, tangibile, dell’enorme cosa chiamata Londra”. Abituè di caffè, mescite e osterie e amico di scrittori falliti (come Richard Savage), impenitenti libertini dalla saggezza di antichi filosofi (come Topham Beauclerk) e fedeli ammiratori (come James Boswell), Samuel Johnson diviene, lui rigido moralista e paladino dell’inglesissimo buon senso e arguto conversatore di stampo conservatore, il portavoce “di una certa prensile passionalità” che gli consente di “afferrare, scorgere, annettersi ogni immagine di vita cattivante”. Incarnando più di una contraddizione J. è uomo solitario e socievole, abitatore di “tane” recondite nell’affollata metropoli, insicuro e angosciato latore di una miriade di tic e nevrosi (soffriva di un disturbo neurologico noto come sindrome di Tourette) terrorizzato dalla morte e, insieme, abile e sicuro oratore, “un provocatore che ama dar di zampa sull’avversario, un bravaccio. Quando discute, gli serve aver ragione e non vuole venire a patti con alcuno; <<se la pistola fa cilecca, gli dà in testa con il calcio dell’arma>> dicono di lui”. Un mix di “candore fantasioso e di innocente tracotanza” nel fondo della sua grande virtù: la sincerità, merce rara oggi come allora.

Come tutti i personaggi amati da Manganelli (e come il Buffone che abbiamo recentemente incontrato nella nostra recensione su “Encomio del tiranno”), J. abita sia una regione illuminata sia una zona d’ombra: ilare e rissoso è anche malinconico e triste, perennemente sull’orlo della fine, della morte, che per lui è innanzitutto fine della possibilità di esercitare l’intelligenza, nel tentativo estremo, nel proprio piccolo, di rischiarare il mondo dalla barbarie. Un uomo dalla volontà ferrea in continuo attaccato da una “strana ruggine dell’anima”: quella putredine generata da una vita stagnante a cui solo il movimento (culturale) può fornire un rimedio. Un Johnson tra l’incudine e il martello dell’eros e del thanatos, della “fascinazione erotica” per le lettere (con esemplare senso del dovere da parte dell’artista che incarna la coscienza della nazione) e del senso di morte annichilente che aleggia intorno a tutti e a tutto, il senso della fine, l’interminabile pausa del racconto, il peggiore degli incubi che può cogliere sia lettore che scrittore. Un Johnson drammaticamente, incommensurabilmente, incredibilmente uguale a Manganelli.

 

In alto, ritratto di Johnson, sir Joshua Reynolds – 1772 – Tate Gallery London

 

Vita di Samuel Johnson – Giorgio Manganelli – Adelphi, 2008 – 116 pag. – 11,00 €

L’Uomo fluttuante: arte effimera o solidità patriottica? / “Un artista del mondo fluttuante” – K. Ishiguro

Non lontano dal “Ponte dell’Esitazione” sorge l’imponente magione dell’anziano pittore Masuji Ono. Siamo nella Nagasaki post-bellica (e post-bomba) tra l’ottobre ’48 e il giugno ’50 in quello che un tempo era il “quartiere del piacere” e ora, semidistrutto, si appresta a venir risanato secondo i più scrupolosi dettami dell’urbanistica occidentale: case di pregio, uffici, negozi dalle vetrine luccicanti andranno rapidamente a rimpiazzare teatri kabuki, case di gioco e di piacere, abitazioni in stile tradizionale e giardini zen. L’esitazione a cui allude il nome del ponte è quella dei mariti che, di fronte alle porte dei locali d’intrattenimento, indugiano nella riflessione se sia più saggio entrare e attardarsi o fare presto rientro a casa dalle proprie mogli. Ma tale indecisione, per Ishiguro, fresco Nobel per la Letteratura (in questo suo secondo romanzo, del 1986) e per il suo protagonista Ono, riveste anche un significato più ampio tra biografia individuale e collettiva: è la scelta del Giappone uscito sconfitto dalla guerra della nuova strada da intraprendere, tra tradizione o modernizzazione (“guidata” dalle potenze vincitrici). Ma è anche l’esitazione del pittore, nei tardi anni ’30, sull’abbandono o meno della scuola pittorica tradizionale dell’Ukiyo-e e del “mondo fluttuante”.

Come in tutte le sue opere, Ishiguro pone al centro della propria ricerca l’ossessione per il tema della memoria. Anche qui c’è un personaggio dal passato ingombrante: un artista che a suo tempo scelse, più o meno deliberatamente (influenzato dal clima nazionalista dell’epoca, ma forse questo è un suo comodo alibi), di lasciare la pittura elusiva, effimera, dalla struggente bellezza della scuola Ukiyo-e per divenire un artista di regime e appoggiare così la retorica imperialista e militarista dell’Impero del Sol Levante che causerà infiniti lutti tra la sua popolazione (e la sua famiglia vista la morte in Manciuria del suo unico figlio maschio e della moglie a guerra ormai conclusa in uno degli ultimi raid aerei americani). La narrazione si snoda attraverso il punto di vista di un Ono ormai solo e anziano, preoccupato di riuscire a sposare la figlia minore Noriko (la maggiore Setsuke venne “sistemata” prima dello scoppio della guerra) per via della propria cattiva reputazione dovuta alla collusione col vecchio regime “fascista” che ora il Giappone moderno ha tutto l’interesse a dimenticare il più in fretta possibile. I vecchi colleghi di pittura e i familiari più stretti (come il genero, il marito di Setsuke) mostrano infatti da tempo nei suoi confronti imbarazzo e una notevole dose di freddezza convinti sia che il mantenere buone relazioni con Ono possa pregiudicare la propria carriera o il proprio ruolo in società sia che egli possa, per certi versi, essere considerato alla stregua di un criminale di guerra. Ono reagisce a questo suo isolamento, alla messa al bando del suo nome e delle sue opere (“i quadri per il momento sono riposti altrove” dirà amaro al piccolo nipotino che lo incalza chiedendogli conto del suo passato lavoro di artista apprezzato e influente) tentando di dimenticare, ritirandosi dalla vita “mondana” e dedicandosi a lunghe passeggiate e all’attività di giardinaggio (con esiti disastrosi riguardo alle potature come non mancheranno di rimarcare le figlie). Però, la necessità di assicurare a Noriko una buona posizione sociale con un valido matrimonio lo costringerà a dover rifare i conti con un passato su cui ormai credeva fosse stata definitivamente posta una pesante pietra. E’ dalle impacciate conversazioni con Setsuke, la quale lascia trapelare parole come “precauzioni”,”passo cautelativo”,”equivoci”, che egli si rende conto che occorre dissipare ogni dubbio e ambiguità sul proprio operato per non buttare al vento la probabile ultima occasione per Noriko che ha già visto nel recente passato più di un pretendente allontanarsi per l’influenza negativa che circonda la figura del padre.Ono dovrà allora dichiarare pubblicamente il suo pentimento riconoscendo, pur nella buona fede, gli errori passati.

Il lettore sarà condotto nei meandri della coscienza di Ono attraverso continui salti temporali e veloci flash che lo accompagneranno all’interno degli episodi decisivi della sua vita e delle sue decisive scelte con la solita maestria della scrittura di Ishiguro, autore che, pur essendosi trasferito al seguito dei genitori a soli sei anni in Inghilterra dalla natìa Nagasaki, mostra sorprendentemente di saper scrivere come (e meglio) di uno scrittore imbevuto di cultura nipponica e mai uscito dai confini del proprio paese. Apprezzare questo testo significa infatti riuscire a cogliere, nei fulminei tocchi d’artista di I., ogni esitazione, ogni sguardo, ogni imbarazzo nascosti dietro gesti minimi quali ad esempio un repentino volgersi a guardare fuori dalla finestra o un inchino di troppo (o di meno) o un farsi negare di fronte ad un ospite. Una scrittura lenta, (ma mai noiosa), fortemente introspettiva, armonica nella costruzione delle singole frasi dove però occhi e orecchie attente sapranno catturare ogni minima dissonanza, la manifestazione, cioè, sotto traccia, del fatto che i protagonisti del romanzo non dicono tutto quello che vorrebbero e che sono reticenti ad aprirsi: la sensazione di un’ellissi continua nel discorso, l’emersione lentissima di un rimosso.

La Storia, però, ritorna e pretende sempre la Verità per poter riparare i torti nei confronti delle vittime: impossibile, allora, tacitare troppo a lungo la voce della coscienza che, inaspettata, può riaffiorare da un gesto sgarbato del proprio genero, da una domanda di troppo di un bizzoso nipotino o da una richiesta di raccomandazione di un ex-allievo. O perlomeno così crederà il lettore fino all’ultimo, quando Ishiguro ribalterà tutto e mostrerà che questi sussulti del proprio rimorso, forse, non hanno la loro genesi negli altri ma in una lacerazione interiore mai rimarginatasi e in una rielaborazione in vecchiaia da parte del protagonista. Illuminante al riguardo il dialogo tra Setsuke e il padre (pag. 189):

” – Fosti tu a suggerirmi passi cautelativi per non fare fiasco con i Saito come ci era successo con i Miyake. Non ti ricordi?” (Ono a Setsuke alludendo al consiglio della figlia di agire con prudenza nel maritare la sorella dopo la fallita intesa col precedente pretendente). E lei di rimando:

“Certo devo aver perduto la memoria, ma non rammento proprio ciò cui alludi”. E più avanti, parlando alla sorella minore:

“(..)è importante sottolineare che mai nessuno ha pensato che il passato di Papà potesse essere oggetto di recriminazione”.

La riconciliazione di Ono sarà allora, anche qui, trasfigurazione allegorica del Giappone post-’45 che, imparata la lezione del passato e accettate le proprie colpe, può ora aspirare ad una nuova “primavera”, ad una nuova rinascita che gli permetterà di ritagliarsi il proprio posto nel mondo. Un Giappone che di lì a poco si avvierà verso un boom economico e una velocissima modernizzazione (sulla quale, va detto, Ishiguro non risparmia critiche, basti pensare al panegirico di Ichiro sugli spinaci e alla mitizzazione della figura d’importazione di Braccio di Ferro) e a cui sarà “offerta” una nuova possibilità:

“Vedere come la nostra città è stata ricostruita, come le ferite si sono rapidamente rimarginate negli ultimi anni mi riempie di autentica felicità. Il nostro paese, per quanti errori possano essere stati compiuti nel passato, ha ora una nuova possibilità di conseguire mete luminose. A noi non resta altro che augurare ogni bene ai giovani”.

 

In alto, Utamaro (1753-1806), “Ohisa della Casa Takashima mentre usa due specchi”

 

Un artista del mondo fluttuante – Kazuo Ishiguro – Einaudi 2006, 208 pagg. – 9,50 €

D come Disinformazione / “Cristina e il suo doppio” – H. Muller

Nel 2008 Herta Müller diede alle stampe un minuscolo libricino nato dopo aver visionato (e dopo averne fatto richiesta da molti anni) il fascicolo informativo che la riguardava ad opera dei servizi segreti romeni, la Securitate. Il titolo ci avverte che questa è una “biografia” molto strana perché parla di un personaggio, Cristina, (nome in codice nel dossier sulla scrittrice) e del personaggio-ombra creatole appositamente dagli spioni di Bucarest. Il sottotitolo, inoltre, con non minore eloquenza, avverte il lettore che questa è la storia di una “rimozione”: “Ciò che (non) risulta nei fascicoli della Securitate”. Perché il dossier che nel 2004 la M. si ritrova tra le mani, rilasciato dal Sri (Servizio di informazioni romeno) è sfrondato di molte parti importanti e oscure, ovvero di quegli elementi fondamentali per risalire ai responsabili dell’epoca e per poterli incriminare. Quello che le viene consegnato è insomma una “scatola vuota” ripulita a dovere e trasformata in una verità di facciata dove non risulta nulla dei numerosi interrogatori, perquisizioni, percosse e sequestri subiti dalla scrittrice e dalla sua famiglia.

“Dopo Ceauçescu si è provveduto a trasformare la Securitate in un mostro astratto, le cui colpe non sono personalmente imputabili a nessuno” (pag.35). Nonostante il nuovo Sri, spiega la M., contenga il 40% almeno della vecchia dirigenza della Securitate (e il restante 60% “ingrossa la casta dei nuovi maneggioni dell’economia di mercato”, pag.13).

L’apertura del fascicolo risalirebbe all’ 8 marzo del 1983 ma già da tempo la scrittrice si trovava sotto la lente dei servizi segreti di Ceauçescu in quanto membro dell’ “Actiongruppe Banat”, libera associazione di scrittori del Banato, visti dal regime come “nazionalisti fascisti”. Ma l’avvio delle indagini sul suo conto è in realtà provocato da diversi passi controversi del suo primo libro di racconti, “Bassure”, (da noi già recensito) che le fanno piovere addosso l’accusa di “Distorsioni tendenziose della realtà del Paese, specie nel suo contesto provinciale”. Diviene così “Cristina”, la “nemica dello Stato” da perseguitare, la spia della Germania Ovest, accusata anche di “parassitismo sociale”. Non solo. Avendo rifiutato di divenire collaboratrice della Securitate le viene affibbiata anche una seconda identità (da qui il titolo del testo), un “doppio”: quello di essere un’iscritta al Partito e una stretta collaboratrice, una spia comunista. Della creazione ex-novo di questa caratterizzazione si occupa il meccanismo della “disinformazione” falsificando prove, mettendola in cattiva luce tra gli amici e la comunità straniera degli scrittori, disturbandone convegni e pubbliche letture in Germania Ovest, facendole insomma intorno terra bruciata, specie dopo l’ottenuto riconoscimento letterario internazionale. Un “doppio” che continua a seguirla, precorrendola addirittura nei suoi incontri e puntando ad instillare intorno a lei il tarlo del sospetto, del dubbio: quella che oggi chiamiamo “macchina del fango” in piena azione e che si avvale di “fake news” per screditare persone o obiettivi (pensiamo solo al ruolo decisivo giocato da questa nella campagna per le presidenziali Usa e dell’uso spregiudicato e vincente fattone da Trump, arrivato a mettere in dubbio la nazionalità americana di Obama sponsor della rivale Clinton) e contro cui spesso si è impotenti perché sotterranea e fulminea.

Il libro, attualissimo proprio per la descrizione di tale meccanismo nonostante sia incentrato sulle esistenze spiate di un regime al tramonto, diviene allora un duro atto d’accusa alla “transizione democratica” della “nuova” Romania in cui il caso Securitate mostra l’inquietante continuità sia della dirigenza che dell’approccio complessivo col vecchio passato comunista (“Nella libera Romania non ci si vergogna di copiare dai francesi l’ordine di Cavaliere della legion d’onore per ricompensare gli informatori della Securitate”, pag. 59), la volontà di inabissare scomode verità e la pervasività di una corruzione dilagante in nome dell’entrata nell’Ue e nel libero mercato nel cui ingresso si sono subito gettati a capofitto i nuovi-vecchi oligarchi di Ceauçescu.

 

Cristina e il suo doppio – Herta Müller – Sellerio, 2010 –  pagg. 76 – 9,00 €

 

In alto, Renè  Magritte “Il terapeuta”, 1937

Ritorno dalla morte / “Il colonnello Chabert” – H. Balzac

E’ il 1842 l’anno in cui il parvenu Balzac (che lotterà tutta la vita per aggiungere il “de” nobiliare davanti al proprio cognome) convoglia, consigliato anche dall’editore Furne, tutta la sua produzione in quell’enorme progetto che va sotto il nome di “Comedie Humaine” divisa in tre macro-sezioni: “Studi filosofici”, “Studi di costume” e “Studi analitici”. Proprio ai secondi (la parte più ampia) appartiene “La Transactiòn” apparsa per la prima volta con questo titolo tra il febbraio e il marzo del 1832 sulla rivista “L’artiste”, ma ormai nota come “Il colonnello Chabert” dal nome del protagonista.

In Italia, bisogna dire, la grandeur del progetto balzacchiano (quasi cento titoli in totale) non ha trovato (o quasi mai) una traduzione onnicomprensiva così che solo negli ultimi dieci anni piccoli e grandi editori hanno lanciato più di 50 titoli sparsi: un grave limite e una violenza filologica (a cui si è sempre più spesso abituati per ragioni di mercato) nei confronti di una vasta produzione che, seppur incompiuta per il sopraggiungere della morte dell’autore, era concepita per uscire “in blocco”. D’altro canto ciò ha però permesso ad alcune case editrici di offrire nelle singole uscite opere inedite in italiano: è il caso ad esempio di “Sellerio” che quest’anno ha pubblicato in prima assoluta “Albert Savarus” così come due anni fa era successo con “La signorina Cormon”.

“Il colonnello Chabert” invece è uno di quei romanzi (brevi) della “Comedie” che pur avendo trovato da subito (o quasi) traduzione in Italia, continua ad essere opera poco nota nonostante sia stata uno snodo importante in Balzac per averlo avviato verso lo sviluppo dei grandi romanzi successivi. La trama, a grandi linee, è presto rivelata. Creduto morto (con tanto di effettiva sepoltura) nella battaglia di Eylau del 1807 tra Grand Armèe napoleonica e Russia, il colonnello Chabert torna a Parigi dieci anni dopo aver recuperato la memoria e aver vagato per gli ospedali prussiani. Qui trova una società completamente cambiata: Napoleone non solo non è più Empereur ma giace in esilio a Sant’Elena, è stata reinsediata una nuova monarchia con Luigi XVIII in cui il ceto più rappresentato non è più l’aristocrazia ma la ricca borghesia e la moglie, vedova con tanto di pensione di guerra, si è risposata ed è madre di due figli. La “Nuova Francia” della Restaurazione ha fretta di dimenticare quell’ “incidente di percorso della Storia” che è la Rivoluzione e Napoleone e per Chabert, emblema di quel passato, non c’è più posto. Privo di credito (è considerato un impostore e nessuno lo prende sul serio, anche per via dell’aspetto fisico assai diverso) e senza il becco d’un quattrino è così impossibilitato a far valere le proprie ragioni e a riprendere il suo posto nella società. Costretto a una vita da mendicante e da reietto, troverà in un giovane leguleio, Derville, (uno dei pochi individui ancora non corrotti dal potere del denaro e in grado di dare fiducia alla parola di un pover’uomo) ascolto e aiuto. Ma nulla potrà il brillante avvocato di fronte alle diaboliche macchinazioni della “vedova Chabert” disposta a tutto pur di non perdere né rendita né posizione sociale fin lì conquistate.

” – Che destino! – esclamò Derville. – Uscito dall’ospizio dei trovatelli, torna a morire nell’ospizio dei vecchi dopo di avere, nell’intervallo, aiutato Napoleone a conquistare l’Egitto e l’Europa”.

Rassegnato al fatto che la Giustizia, l’Etica, l’Onore sono ormai scatole vuote nella nuova società, il vecchio colonnello rinuncia alla battaglia legale (divenuta fin da subito una “transazione”, un accordo tra le parti rifiutato però dalla nuova M.me Ferraud) per finire nell’ospizio solo e dimenticato ma dove trova almeno un tetto e un pasto caldo giornaliero.

“Niente Chabert! niente Chabert! Mi chiamo Hyacinthe – rispose il vegliardo. – Non sono più un uomo, sono il n° 164, settima sala”.

Così come Derville (“Non posso dirvi tutto quello che ho visto, perché ho veduto delitti contro i quali la giustizia non può nulla. Insomma, tutti gli orrori che i romanzieri credono di inventare sono sempre ben poco, rispetto alla verità (..) vado a vivere in campagna con mia moglie. Parigi mi fa orrore”) che, disgustato dall’umanità, molla tutto e fugge nel ritiro agreste, ammettendo l’impossibilità di arginare la “corruzione degli spiriti”.

Tutto il romanzo è giocato sulla dicotomia vita privata/vita presente e rappresenta l’ennesima variazione sul tema del nostos, del ritorno la cui primogenitura letteraria va fatta risalire senza dubbio all’Ulisse di Omero. Come questi infatti Chabert fatica a farsi riconoscere, non riesce a ritrovare il suo posto (il dramma moderno dell’uomo senza identità): è un’ombra che si aggira per le vie di Parigi, un fantasma che reclama la propria memoria storica e quella della Francia da poco cancellata dal Congresso di Vienna. A differenza di Ulisse, però, troverà una moglie infedele che tesse la propria tela in tutt’altro modo con l’obiettivo (e qui il dato si fa autobiografico) della scalata verso i salotti buoni. Ecco che allora la vicenda di Chabert diviene efficace metafora di un paese che vuole liberarsi di uno scomodo passato, guardando solo avanti e cancellando la memoria. Un paese che così facendo non saprà trarre alcuna lezione dalla storia e che, ironia della sorte nel 1851 (l’anno dopo la morte di B.) si troverà di nuovo sotto un Napoleone, Luigi Napoleone. E chissà se Chabert, tornando direttamente quell’anno, si sarebbe poi stupito più di tanto nel trovare certi cambiamenti: “Il colonnello aveva conosciuto la contessa dell’Impero, ora trovava una contessa della Restaurazione”.

 

La frase: “Sono stato seppellito sotto i cadaveri, ma adesso, sono seppellito sotto i vivi, sotto le pratiche, sotto gli eventi, sotto la società tutta, che vuol farmi rientrare sotterra!”.

 

Il colonnello Chabert – H. de Balzac – Passigli editore, 1994 – 107 pagg. – 5,16 €