“Noi” e “loro”. La guerra dei nazionalismi

C’era una volta il “popolo”. Quello che, a partire dal 1789 passando attraverso le rivoluzioni borghesi di metà ‘800 fino ai ciclici tracolli dell’industria fordista, aveva connotati e caratteristiche ben delineati e riconducibili allo schema di classe otto-novecentesco. Un popolo appartenente alla classe operaia, al proletariato essenzialmente urbano, inserito a pieno titolo nel sistema di produzione e, di conseguenza, nel ciclo di sfruttamento e alienazione. Il padrone era “di prossimità”, individuabile, non esisteva ancora la delocalizzazione perché il mercato interno era in grado di fornire manodopera a basso costo e la finanziarizzazione non aveva ancora compiuto passi da gigante. Quel “Quarto Stato” de quadro di Pelizza da Volpedo era un popolo omogeneo la cui coscienza di classe ne forniva la “direzionalità”. I ruoli sociali erano distinti, l’intermediazione sindacale semplice e possibile, la rappresentanza politica facilitata. Poi, con la fine del vecchio capitalismo industriale e la riorganizzazione di un nuovo Capitale “liquido”, libero dai vincoli nazionali e frammisto alla finanza, con la nascita del Capitalismo digitale delle Apps e la loro capacità di operare in oscure terre di mezzo cioè zone franche da regole e paletti ma rispondenti solo alle istanze ultraliberiste del mercato, popolo e classe iniziano ad andare incontro ad un irreversibile destino che li vede svuotati delle loro antiche prerogative e costretti ad una ridefinizione dei propri ambiti e confini. Dal caos successivo al vecchio e semplice mondo, nasce un nuovo e indifferenziato soggetto: “la moltitudine”, intesa come folla indistinta, insieme di soggetti diversissimi per caratteristiche e obiettivi ma uniti da una sorta di comune spinta iconoclasta a fare tabula rasa indistintamente di tutto ciò che suona come “èlite”,”privilegio”,”vecchio”,”sistema”.

Impossibile da rappresentare univocamente, questa massa indifferenziata è cresciuta a dismisura nei numeri quando si è accorta di trovarsi tra l’incudine e il martello di un ceto politico sempre più autoreferenziale e rispondente a interessi lontani e di un nuovo potere sovranazionale non eletto democraticamente con sede nelle centrali finanziarie mondiali. Da questa tragica consapevolezza prende il via la retorica del “loro”, della “casta” vista come ceto politico e burocratico di privilegiati che vampirizza, col suo 1%, le energie positive del restante 99% di “sfruttati”. Tale narrazione ultra-semplicistica e auto-assolutoria, oltre che incongrua e fallace da più di un punto se non altro perché ha il grave limite di uniformare quel complesso 99% ricreando l’illusione di una classe unita di oppressi, ha dato il là alla prepotente rinascita di diversi movimenti “populistici” che hanno tutti in comune una visione limitata (e deformata) di popolo: non più un popolo transnazionale e omogeneo, ma un “popolo” nazionale che ha ormai superato la visione di classe con quella di patria. Un “noi” compresso entro angusti confini nazionali e “identitari” (quale identità?) che ha bisogno di volta in volta per caratterizzarsi di trovare un nemico comune, di contrapporsi a “loro” e agli “altri”, a coloro che sono fuori dal suo ristretto ambito. E chi meglio dei migranti o dei rom può rappresentare il concetto di “altro”? Quale nemico migliore del popolo dalle mille nazionalità dei flussi migratori o del nomadismo apolide (anche se la gran parte dei rom sono ormai stanziali e con cittadinanza acquisita)? Qui il “noi” assume tutta la sua natura inquietante e tragica per il semplice fatto di ripercorrere pulsioni e atteggiamenti che credevamo di aver posto definitivamente alle nostre spalle.

Un altro fondamentale aspetto di questa moltitudine è che, priva di riferimenti ideologici e di caratteri comuni che non siano il fantomatico “interesse nazionale”, necessita, come un gregge di pecore, di essere guidata e indirizzata di volta in volta da un capobastone forte e deciso, autorevole. Ma ciò porta ad un enorme paradosso: un “magma” di popolo che reclamava ( e giustamente) più democrazia e rappresentanza istituzionale, finisce dritto dritto nelle fauci di un despota, di un “uomo forte” a cui fideisticamente demandare tutte le sue scelte confidando che questi faccia il bene della nazione. Il vecchio conducator è stato ora sostituito dalla figura dell’ “Avvocato del Popolo”, un curatore (fallimentare?) dei loro interessi che grottescamente si trova a dover inseguire senza posa umori, rabbie, odi, recriminazioni sparse di tutti i ceti che compongono questa massa (acritica) eterogenea. Ne conseguono indirizzi di governo sempre più schizofrenici che si muovono all’unisono con gli istituti di sondaggistica ad inseguire le percezioni più che i reali problemi. Ironia della sorte: all’interno di questa affannosa rincorsa all’ interesse nazionale (che si avvale del “social bombing” e della diffusione di fake news da parte di potenti organizzazioni che influenzano l’opinione pubblica) si scopre, in realtà, che gli interessi ,curati e tutelati, sono come sempre quelli di alcuni strati sociali a scapito di altri, in un collaudato meccanismo di distrazione di massa che indica il dito per evitare che si rivolga lo sguardo alla luna.

Ecco che allora “interesse nazionale” appare in tutta la sua natura di truffa lessicale: siamo di fronte al classico e vetusto interesse corporativo che si autotutela con leggi apposite sfruttando le scorciatoie post-democratiche garantite dal combinato di decisionismo da “uomini forti” e smantellamento di tutte le strutture intermedie, di garanzia e mediazione, bollate indistintamente come “pastoie burocratiche”. La falsa lotta contro le èlites parassitarie viene così a riconfigurarsi come tentativo di riscossa del piccolo e medio padronato contro i grandi gruppi multinazionali, in uno scontro pressoché tutto interno ai ceti proprietari che scaricano i costi della loro guerra interna sui ceti subalterni, impoveriti e “distratti” e che possono essenzialmente essere riuniti all’interno di tre macro-categorie: i lavoratori dipendenti, i piccoli pensionati e il precariato giovanile. Il populismo sovranista è così divenuto il “Partito della Nazione”, a vocazione maggioritaria e trasversale a destra e sinistra, semplificatorio, menzognero e soprattutto illusorio nelle sue smanie (molto riformiste) di cambiamento spacciate per “rivoluzione” (parola ripetuta fino all’ossessione, con un chiaro intento ipnotico). Un partito che si fonda su quattro strutture portanti: Dio, patria, famiglia e sicurezza. I quattro lati di una gabbia (per nulla dorata), popolata di “mostri” (perché qui siamo in pieno sonno della ragione) che neanche più si sentono tali per aver abdicato ad ogni scrupolo etico con cui ora lanciano i loro strali contro i “buonisti”; “mostri” che finiscono sempre più per affogare nel loro stesso egoismo, odio e infelicità, nella loro “merda” (come materiale di rifiuto ottenuto dall’esacerbazione di tali sentimenti), nel velleitario e patetico tentativo di tenersi a galla.

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FIAT voluntas tua – L’ era Marchionne: un bilancio

Nel momento in cui scriviamo le condizioni di Sergio Marchionne ad Fca sono considerate, dal personale medico del reparto di terapia intensiva di Zurigo dove è ricoverato, “irreversibili”. Avendo il board del gruppo, nella persona del presidente Elkann già inviato una lettera ai dipendenti scrivendo che “Sergio non tornerà più” e nominato Mike Manley suo successore, possiamo trarre qualche bilancio della “reggenza” Marchionne, la quale ha segnato e sta segnando parte del futuro industriale del nostro paese. La governance di Marchionne è durata ben 14 anni tra mille difficoltà, speranze, polemiche e referendum interni alle fabbriche. Personalità ultra pragmatica e abituata sempre a tirare dritto senza troppi ripensamenti, il manager teatino (nato a Chieti nel 1952 e poi trasferitosi, all’età di 14 anni, in Canada con la famiglia) ha ereditato una Fiat sull’orlo della bancarotta e ha restituito una Fca (non Fiat, attenzione!) quasi senza debiti grazie anche ad una poderosa finanziarizzazione (suo vero punto di svolta) che vedeva a fine 2017, un utile netto quasi raddoppiato. Arrivato nel 2004, è però solo nel 2008 che Marchionne si fa sentire. Risanati i conti Fiat grazie ai soldi pubblici italiani e all’aiuto di governi che in tutta la storia repubblicana hanno donato alla fabbrica sempre una corsia preferenziale, Marchionne intuisce che occorre guardare fuori dall’Italia perché fuori da lì è il futuro. Nel 2009 compra il gruppo Chrysler con i soldi pubblici stavolta americani stanziati tramite un prestito monstre da Obama e si apre sul mercato statunitense: un “nano” che compra un “gigante”? Non proprio. Innanzitutto perché il Gruppo Chrysler non è proprio un gigante ma più realisticamente la sorella minore di Ford e GM e pertanto molto meno costosa e appetibile e poi perché Fiat e relativa costellazione portata in dote (Lancia, Alfa Romeo, Maserati, Ferrari) può vantare un’enorme gamma di modelli per attaccare quasi tutti i segmenti di mercato, uno storico know-how e un alone di prestigio, di “brand” che è quello relativo al semprevivo fascino di tutto ciò che è classificabile come “Made in Italy”. In quello stesso anno inizia la strategia di sganciamento dall’Italia: per Marchionne ormai il nostro paese è marginale e può così iniziare la sua guerra con le tute blu e con l’unico sindacato, la Fiom, non “firma-tutto”. Decide, dopo decenni, di uscire da Confindustria creando un Contratto di lavoro specifico negoziato solo con le parti firmatarie e con cui ricattare i lavoratori (“o firmi o cesso la produzione”): taglio delle pause, meno diritti, più ore a parità di salario, espulsione sindacati che non ci stanno. Al contempo, nasce Fca, un’azienda senza fissa dimora, con sede legale ad Amsterdam, sede fiscale a Londra e cuore (e cervello) negli Usa, senza che i nostri governi Berlusconi, Monti, Renzi battessero ciglio, anzi plaudendo al “manager rivoluzionario” (ve lo ricordate il Renzi “gasatissimo” in visita a Mirafiori nel febbraio 2015 per uno dei suoi tanti spot elettorali?). Intanto i dipendenti diretti Fca in Italia finivano con l’essere 29 mila a fronte dei 120 mila nel solo 2000.

Cosa resta, oggi, dell’azione di Marchionne e delle sue numerose e disattese promesse?Il vero successo si è rivelato il rilancio del marchio Jeep il cui uomo-marchio non a caso è il suo ex braccio destro e ora successore, Manley. Di Jeep, la cui rete vendita americana è stata potenziata, è previsto il lancio di 10 nuovi modelli entro il 2022 che copriranno i segmenti dei piccoli utility vehicles, i pick-up e i grossi suv. Quella che sembrava una vittoria, cioè riportare la produzione della Panda a Pomigliano da Tichy (vendite Panda, tra l’altro, in vistoso calo), a scapito di pause e diritti, è ora la certezza di una resa: è stato confermato anche nell’ Investor Day del 1 giugno scorso che la Panda “ripartirà” per la Polonia e che gli ammortizzatori di Pomigliano sono agli sgoccioli. A Mirafiori il licenziamento, invece, è stato rinviato solo con l’artificio di spostare 500 professionalità a Grugliasco per la Maserati; Melfi è sotto cassa integrazione, Pratola Serra e Cento, dove si producono i motori diesel, sono alle prese con un incertissimo futuro per la strategia scelta da Marchionne sulle motorizzazioni. Quest’ultimo è un punto molto importante: convinto fino a poco fa che il futuro green dell’auto fosse nel metano, Marchionne lascia una Fiat con un ventennale ritardo sull’elettrico rispetto ai grandi produttori globali (Nissan, Toyota, Bmw, solo per dirne alcuni), proprio nel momento in cui in tutta Europa (Italia esclusa) è stata ufficialmente dichiarata guerra ai diesel per il loro elevato livello di emissioni inquinanti. Altro colossale errore di Marchionne è l’alleanza mancata con un  grande gruppo automobilistico come avvenuto invece tra Audi e Volkswagen, Renault e Peugeot, ecc. Ci aveva provato, a dire il vero, con Opel ma la Merkel non si era lasciata convincere dalle “garanzie” offerte. Poi, l’anno scorso, con la cinese Great Wall ma anche qui niente. Ne consegue che Fca rimane un gruppo minore nel mondo: settimo con circa 4,5 milioni di auto vendute di cui solo un settimo prodotte in Italia e con l’esiguo 5% di mercato. E i piani industriali? Disattesi, praticamente tutti. Solo promesse. A partire dalla recente boutade di 45 miliardi di euro in 4 anni di investimenti sull’elettrico per tentare di recuperare il terreno finora perso. E poi le vendite Alfa Romeo al palo, nonostante il lancio di numerosi e costosi modelli, il marchio Lancia ormai quasi inesistente e la Fiat “500centrica” a meno della Panda che si vende bene solo in Italia. Il timore, a partire dall’anno prossimo, è quello dello “spezzatino” cioè della vendita a scaglioni dei vari marchi storici, ipotesi che di sicuro non dispiace agli Agnelli-Elkann, sempre più attratti dal management finanziario che dalla produzione. Ma la sfida che a breve Fca dovrà superare più di tutte, è quella della guerra dei dazi e del ritorno a forme di protezionismo economico che, unite all’incertezza del nostro sistema-paese, l’unico in Europa a non crescere con ritmi decenti, potrebbe segnare il futuro delle residue macerie industriali lasciate nella penisola. Sic transit gloria mundi. Di Marchionne, temiamo, resterà solo il ricordo (sbiadito) dei suoi sobri e monocromatici maglioncini. E qualche manciata di (vuote) parole.

Il Black Panther Party

Fondate nel 1966 da Huey Newton e Bobby Seale per evitare che gli agenti continuassero a perpetrare violenze arbitrarie nei confronti degli afro-americani di Oakland in California e sciolte negli anni ottanta, le Black Panthers rappresentano ancora oggi una fonte di ispirazione per giovani e movimenti di contestazione come il “Black Lives Matter” perché i problemi e le tematiche affrontate sono ben presenti nella società americana. Newton e Seale, ex-studenti del Merritt College, conosciutisi ad una manifestazione pro-Cuba durante la crisi dei missili, organizzarono da zero un gruppo armato di auto-difesa pattugliando di notte la Bay Area per evitare le violenze dei poliziotti bianchi nei confronti dei neri. Viste come un importante momento di unione degli afro-americani della classe operaia degli Usa, che già cominciavano a sentirsi traditi dagli esiti del movimento non-violento di M.L. King, avevano tra gli obiettivi la rivoluzione, il black power e il controllo della comunità di colore e come modelli le guerre di liberazione del Terzo Mondo e maestri come Guevara, Mao, Lumumba e Malcolm X. I membri delle BP si sentivano così parte di una colonia interna allo stato imperialista per eccellenza; si sentivano, cioè, di condividere o stesso destino di segregazione e sfruttamento dei loro fratelli d’oltreoceano. Forte di un numero di affiliati tra le 5 e le 10mila unità, il BPP contava anche sull’appoggio esterno alle proprie rivendicazioni da parte della comunità bianca di sinistra (quei radical-chic alla Bernstein di cui il recentemente scomparso Tom Wolfe offre un parodistico ritratto nell’omonimo romanzo breve), del movimento studentesco e di quello femminista, a testimonianza, quindi, di un’influenza molto più ampia dell’effettivo numero dei militanti. Inoltre, nonostante all’inizio non ci fosse alcuna saldatura con i gruppi religiosi, già dai primi anni ’70 le BP tentarono di raggiungere i credenti e per i loro “breakfast programs” trovarono facilmente ospitalità nelle chiese dei pastori più progressisti, in un’alleanza che aiutava il lavoro di comunità e che forniva un vero e proprio, gratuito, servizio sociale. In risposta alle ronde armate, l’allora governatore della California, Ronald Reagan, limitò il porto d’armi per i privati. Il movimento non rimase a guardare: per protesta alcuni attivisti, armati, ripresi dalle telecamere con un’abile mossa mediatica, fecero una sortita nel tribunale legislativo della capitale dello stato, Sacramento. Nacque così il mito a cui un certo fascino estetico contribuì in maniera non trascurabile: vestiti con giubbotti di pelle nera, con berretti e baschi neri, con occhiali da sole scurissimi, armati, le BP si sedimentarono nell’immaginario afro nel ruolo di giustizieri sociali e di avanguardie della rivoluzione contro ricchi e bianchi. A nulla valse, inoltre, nel settembre ’67, l’arresto del leader e ideologo Newton: le sedi del BPP aumentarono esponenzialmente così come ronde e programmi di assistenza sociale e sanitaria gratuita auto-organizzati in una piattaforma comune che coinvolgeva gran parte della comunità nera. Da non trascurare anche il ruolo femminile che, nonostante sessismo e misoginia interni al movimento, ebbe un ruolo di primo piano sia nell’attivismo che nei numeri delle militanti. Dal ’68 iniziò la controffensiva del capo indiscusso dell’FBI, J. Edgar Hoover, con arresti sommari, omicidi, depistaggi, infiltrazioni per sgominare la rete dell’organizzazione nei suoi punti nevralgici. Un movimento che rivendicava, infatti, allo stesso tempo le idee marxiste-leniniste e quelle di emancipazione dei neri, era per l’America dell’epoca, ancor intrisa di maccartismo e in piena guerra fredda, la peggior quinta colonna che ci si potesse aspettare. Declino e discredito travolsero così rapidamente il movimento, dilaniato per altro già da faide interne per la leadership e governato da una struttura rigidamente verticistica non in grado di adattarsi a minacce non previste. Newton, uscito dal carcere già nel ’70, non riuscì a tenere saldo il gruppo e qualche ano dopo, per paura di un nuovo arresto, riparò a Cuba lasciando il ruolo-guida alla fidata Elaine Brown che però non riuscì a contrastare la rapida dissoluzione dell’organizzazione. Oggi, quello che rimane del BPP è, nonostante il fallito sovvertimento del sistema, la capacità di infondere una coscienza fatta di orgoglio di appartenenza alla black community (e non più di vergogna, come era nel passato) e di impegno politico (come testimonia il Blac Lives Matter) nel contrasto ad una questione razziale che, col trumpismo, continua ad essere sempre materia incandescente.

Per un percorso di letture, consigliamo:

– Pantere nere. Storia e mito del Black Panther Party – P. Bertella Farnetti – ed. ShaKe, 2010, 253 pag., ill., 16,00 €

– Ho fatto un sogno, cambiare il mondo. La rivolta delle Pantere Nere – A. Davis – ed. Pgreco, 2017, 275 pag., 18,00 €

– Vogliamo la libertà. Una vita nel partito delle Pantere Nere – M. Abu-Jamal – ed. Mimesis, 2018, 224 pag., 18,00 €

Per quanto riguarda il cinema, consigliamo il recente documentario, tratto dall’opera di James Baldwin, incompleta e dal titolo “Remember this house”, del regista haitiano Raoul Peck sulla secolare questione “nera” in cui viene mescolato materiale d’archivio con testi letti da Samuel L. Jackson. Il titolo del film è “I am not your negro” ed ha vinto il afta 2018 come miglior documentario. Nonostante Baldwin (nato nel ’24 ad Harlem e morto in Francia trent’anni fa) non si riconobbe mai nella violenza delle BP, Peck elabora dai suoi materiali, non tanto un film contro il razzismo ma un lavoro, attraverso le epoche, sull’immaginario connaturato al “diverso” e un manifesto di condanna alle politiche di non-accoglienza e non-integrazione con più di una strizzata d’occhio ai muri di Trump (e predecessori) e dei suoi sodali europei di cui in Italia sperimentiamo, oggi, tutto il carico di violenza e inumanità.

Dai narodniki agli yuppies. Il discorso dell’ “Avvocato del Popolo” al Senato

C’era grande attesa per le parole pronunciate dall’ “Avvocato del Popolo” o meglio, “Avvocato dei leaders del Popolo”, Giuseppe Conte per chiedere la fiducia (ottenuta con 171 sì e 117 no) al Senato. Quello del discorso di insediamento è sempre un passaggio istituzionale molto importante che, a ben vedere, fornisce utili indicazioni sull’indirizzo di governo. Ed essendo questa una compagine sicuramente diversa e atipica, forse, per composizione e aspirazioni, rispetto a quelle passate, è normale che ci sia chi “ha fatto le pulci”, anche più del solito, al linguaggio usato e ai temi affrontati. Diciamo subito che ci sentiamo di rifiutare in tono la tracotanza del 5stelle ortodosso Nicola Morra esultante per il semplice fatto che dalle citazioni sui Jalisse e Arisa (Renzi, 2014, purtroppo vero) si è passati a quelle su Dostoevskij, Beck e via dicendo. Dissentiamo dai facili entusiasmi per un motivo banale: le citazioni servono a dare autorevolezza ai propri discorsi, non c’è dubbio, e mostrano il bagaglio culturale dell’oratore. Ma se fatte a proposito e calzanti, altrimenti rischiano di essere un boomerang e di trasformarsi in gaffe. Scendiamo nello specifico, allora, e visto che, prima di tutto la materia di cui ci occupiamo è la letteratura, analizziamo il breve passaggio su Dostoevskij così come riportato da Conte nel tentativo di rivendicare la positività dell’indirizzo “populista” affibbiato al proprio governo dalle opposizioni:

(…) Se “populismo” è l’attitudine della classe dirigente ad ascoltare i bisogni della gente – prendo spunto da riflessioni di Dostoevskij tratte dalle pagine di Puskin – , se “anti-sistema” significa mirare a introdurre un nuovo sistema, che rimuova vecchi privilegi e incrostazioni di potere, ebbene queste forze politiche meritano entrambe queste qualificazioni (…)

Pazientemente ci siamo andati a leggere il testo integrale del discorso in questione, pronunciato l’8 giugno 1880 alla seduta solenne della “Società degli amici della letteratura russa” a Mosca per l’inaugurazione del monumento a Puskin (morto nel ’37). E abbiamo trovato un consistente numero di cose interessanti. Prima di tutto la citazione è errata perché Dostoevskij di Puskin esalta non “l’attitudine della classe dirigente ad ascoltare i bisogni della gente”, come dice Conte, semmai l’attitudine a penetrare nello spirito del popolo, nel vero carattere russo, che è popolare, per (attenzione!) proiettarlo nella missione internazionale di approdo in seno alla grande famiglia dei popoli europei. In altre parole, D. accenna alla vocazione europeista della Russia, al suo superare slavofilia da una parte e filo-occidentalismo dall’altra, per elevarsi a popolo tra i popoli europei (siamo quindi lontanissimo dal sovranismo di marca leghista e pentastellata del “padroni a casa nostra”). Per chiarezza riportiamo le esatte parole di Dostoevskij:

(..) Dappertutto in Puskin si sente la fede nel carattere russo, la fede nella forza dell’animo suo e quando c’è la fede, vuol dire che c’è anche la speranza, la grande speranza per l’uomo russo (..).

Questo è quello che potremmo definire messianesimo. Conte cerca radicamento nel suo “populismo viscerale” nella Russia ottocentesca dei narodniki (populisti, in russo), movimento di intellettuali e studenti partito dalle città che cercava un contatto stretto e rivoluzionario con la classe dei contadini, sfociato poi nel più intransigente Zemlja i Volja (“Terra e Libertà”) organizzazione terroristica diretta contro l’apparato zarista che proprio in quegli anni vide l’apice. L’afflato “anti-casta” di chi all’epoca (ricordiamo che la servitù della gleba era stata soppressa da meno di venti anni) parteggiava per coloro (la classe dei contadini, la maggioritaria in quella Russia) che si sentivano “stranieri a casa loro”, privi di rappresentanza politica, è il ponte storico usato da Conte per sostenere le ragioni di un’ampia fetta dell’elettorato leghista e pentastellato, cioè quel “ceto medio impaurito e impoverito”, quella piccola imprenditoria che si sentono schiacciati dalla grande finanza e dalle multinazionali e che vedono nello Stato un vampiro che ne dissangua i supposti (esigui) guadagni. Questo è il motivo per cui la figura di elezione di questa “ribellione” è il vagabondo, l’inascoltato, lo sfruttato, colui che anela al riscatto perché (vittimismo?) si sente umiliato e offeso da qualcosa che mal comprende e che sta al di sopra di lui: il Raskolnikov del “Delitto e castigo” dostoevskijano e l’ Aleko de “Gli zingari” del lavoro giovanile di Puskin. Dal discorso di Dostoevskij riportiamo ancora:

(..) in Aleko de “Gli zingari” Puskin ha già messo in rilievo quel tipo di vagabondo, infelice nella sua stessa patria, quello storico martire russo, la cui apparizione era storicamente inevitabile nella nostra società così staccata dal popolo (..) egli è un estraneo nella sua stessa terra (…).

Il derelitto di allora è oggi divenuto il povero senza reddito di cittadinanza, il disoccupato, il piccolo imprenditore vessato che non ce la fa più: il “popolo” di Di Maio e Salvini (o perlomeno quello che ci vogliono far credere). Quel “popolo” che attende il riscatto messianico, quel “popolo” che ha investito il governo, tramite il sacro vincolo del contratto, dell’onere/onore del “cambiamento” nella dura lotta contro il “Sistema” cattivo e corrotto. Ancora, per sottolineare l’aspetto fideistico di una specie di cieco delirio collettivo, poniamo l’accento su questi estratti di Dostoevskij:

(…) Se non ci fosse stato Puskin non sarebbe stata espressa, forse, con tanta incrollabile forza, la nostra fede nella nostra indipendenza russa, la nostra speranza, già cosciente delle forze del nostro popolo, e poi la fede nella missione futura indipendente nella famiglia dei popoli europei. (..) Sì, la missione dell’uomo russo è incontestabilmente paneuropea e universale. Diventare un vero russo, forse, significa soltanto diventare fratello di tutti gli uomini, uomo universale, se volete. (..) L’animo russo saprà abbracciare con amore fraterno tutti i nostri fratelli e alla fine, forse, dirà la definitiva parola della grande armonia universale, dell’accordo definitivo fraterno di tutte le razze, secondo la legge evangelica di Cristo! Lo so, lo so anche troppo bene che le mie parole possono sembrare esaltate, esagerate e fantastiche (..)

Ecco, appunto. Per prima cosa appare abbastanza chiaro come tutto il messaggio sia basato, come dicevamo, su una fede incrollabile nella capacità di farcela e nelle infinite possibilità delle proprie forze, in un titanismo (che sappiamo, dopo il 1917 russo, in cosa sfociò) dell’ottimismo che assume velature di un certo francescanesimo new-age. Riferirsi a tale discorso, da parte di Conte, è una mossa, in sostanza pericolosa, sia perché basa le proprie chances di riuscita non su dati concreti (nel suo discorso non si parla mai di “come” ma solo di “cosa” fare) ma solo su “fede” e “incrollabile forza” (aspetti troppo aleatori per un governo politico) sia perché il sogno dell’ “armonia universale” dei popoli è totalmente fuorviante rispetto ad esempio allo scontro con la Germania che il nuovo governo si appresta a mettere in campo sia sulla riforma di Dublino che sullo sforamento del deficit di bilancio. E poi, diciamocelo, suona grottesco parlare di armonia e fratellanza dei popoli quando alla propria sinistra siede un leader, come Salvini, xenofobo e nazionalista che fa di tutto per gettare benzina sul fuoco: “La pacchia per i clandestini non è finita, è strafinita” (così, all’uscita dall’aula, sconfessando in pratica all’istante Conte). Un ulteriore aspetto su cui riflettere. Nell’elogio di Puskin che Dostoevskij fa, viene riconosciuta l’estrema importanza della figura femminile (“egli per primo ha intuito il suo destino storico e l’immenso suo significato anche per il nostrod estino futuro e ha saputo mettergli accanto un tipo positivo di incontestabile bellezza, nella figura della vera donna russa”) affianco al vero carattere russo. Così per Onegin così per Aleko. Nel governo Conte, invece, le donne escono notevolmente ridimensionate sia per poltrone che per incarichi: siamo di fronte ad un esecutivo tutto al maschile o quasi.

Ma poi, la citazione iniziale al grande della letteratura russa, che pare supportare il messaggio complessivo di “cambiamento” (parola ripetuta allo sfinimento fino quasi a suonare sospetta) e “radicalità” come finisce? Nel nulla, dell’involuzione completa. Nell’impeto del citazionismo mal ponderato infatti Conte va a parare dalle parti del filosofo Hans Jonas (1903-93), del sociologo Ulrich Beck (1944-2015) fino al “guru del management” (così il Financial Times) Philip Kotler (1931). Se con Jonas siamo al tripudio dell’ovvietà e del lapalissiano (per perseguire i bisogni reali dei cittadini la politica “non deve perdere il principio di responsabilità” ovvero, arrabbiati sì ma con garbo, non vorremo mica sfasciare tutto?) nel passaggio a Beck si rivela la  natura del pensiero grillino (il discorso di Conte contiene in molti punti gli argomenti cari a questa parte politica molto più che alla Lega): la vera paura è “la minaccia di non invasione da parte degli investitori, oppure la loro partenza” il che vuol dire rassicurare sempre e comunque i mercati e attrarre gli investitori cioè dipendere in sostanza, per la propria economia, dai soldi degli altri (e dal loro “buon cuore”) altro che farcela da soli con le proprie forze. Ma il capolavoro arriva con la citazione da Kotler. Eh sì, da Dostoevskij a Kotler (voli pindarici?). “Occorre ripensare il capitalismo”. Bella frase che suona pure bene. Peccato che Kotler possessore di una società di consulenza aziendale, ha collaborato con tutte le più grandi multinazionali del Capitale globalizzato (quelli che parevano, finora, essere i nemici giurati del M5s) da Ibm a General Electric, da Bank of America a Motorola, solo per dirne alcune. Il “capitalismo da ripensare” sarebbe quindi quello dei manager, la “casta” contro cui avevano detto tutto il peggio possibile. Dai narodniki ai manager d’affari (gli yuppies così ben raccontati ad esempio dal Tom Wolfe de “Il falò delle vanità”, autore recentemente scomparso e che aveva più volte messo in guardia dal “radicalismo” di facciata come nel caso di “Radical chic” e dei salotti buoni dei Bernstein frequentati dalla Black Panthers): qui c’è tutta la parabola del citazionismo contiano e il vero volto del “radicalismo” pentastellato, l’ennesima socialdemocrazia riformista che non ha mai inteso mettere in discussione nessun “Sistema” (nessun riferimento infatti nel discorso del Premier a proprietà e rapporti di produzione) ma solo adattarvisi ottenendo maggiori concessioni e aprire un po’ di più il rubinetto del “trickle-down” (lo sgocciolamento che secondo i liberisti economici distribuirebbe qualche goccia di benessere in più dai ricchi ai poveri). Siamo in pratica dalle parti, per rimanere in cas anostra, degli intenti programmatici del Pd, “il grande nemico”. Di fronte, per capirci, a due vie che solo fra pochi mesi capiremmo quale viene imboccata: o una colossale truffa nei confronti dei propri elettorati oppure una “rivoluzione da gattopardi”. Entrambi scenari di ben misera consolazione.

Fin qui abbiamo analizzato i passaggi “letterari”. Ora spenderemo due parole sugli altri snodi affrontati. Diciamo anche qui subito che, nonostante il lungo tempo di parola (un’ora e mezza), Conte si è speso in belle parole ma molto vaghe, come d’altronde lo erano i programmi dei due partiti che lo appoggiano e la loro emanazione, il famigerato “contratto”, ma con alcuni punti piuttosto controversi. Innanzitutto, sarà saltato agli occhi di tutti, sulla politica estera, ribadendo l’amicizia con gli Usa (e la Nato, quindi) definiti come l’alleato privilegiato (con buona pace della coerenza rispetto al passato del M5s) e nello stesso tempo ha auspicato la rimozione delle sanzioni contro la Russia “perché mortificano la società civile russa”. Bubbole. Perché penalizzano i produttori nostrani per l’export verso il paese di Putin e perché la loro rimozione consentirebbe il riavvicinamento (qui c’è molto del leghismo) all’asse neo-zarista Putin-Orbàn, modelli salviniani (insieme a Le Pen e Trump). Fondando tutto il suo ragionamento sul mantra di un fumosissimo “cambiamento” Conte ha glissato ( e qui ci sarebbe, se fossimo un paese sano, da scandalizzarsi) su scuola e cultura. Quale cambiamento può esserci se non viene coinvolta la formazione di base? Altra controversia: “aumenteremo il numero degli istituti penitenziari anche al fine di assicurare migliori condizioni alle persone detenute”. In pratica, il solito populismo forcaiolo leghista e pentastellato. E poi, che connessione c’è tra aumento delle carceri e miglioramento delle condizioni della popolazione carceraria? Si evita, certo, l’affollamento delle celle, ma le condizioni dei reclusi dipendono da molti altri fattori come la qualità dei servizi e l’offerta formativa di reinserimento sociale e lavorativo.

Sul reddito di cittadinanza (un REI potenziato) veniamo ora a scoprire l’estrema gradualità dell’ eventuale introduzione: prima potenziamento centri per l’impiego (più poltrone per gli amici e i militanti di base? Allora sarà meglio parlare di “volontà poltronara” e non “volontà popolare”) e poi, solo in un secondo tempo, (quando?) il sostegno economico vero e proprio (nel frattempo c’è chi avrà fatto in tempo a morire di inedia, nell’attesa di questa forma di assistenzialismo a tempo limitato). Poi la riforma irriformabile, quella di Dublino. Conte finge di poter superare Dublino non sapendo che lì non ci sarà nessuna partita da giocare e l’Italia è sconfitta in partenza. Tant’è che nele stesse ore in Lussemburgo i ministri degli Interni dei 28 paesi UE si riunivano e bocciavano la revisione del testo. E, udite, udite, l’Italia si schierava nel voto col blocco di Visegrad contro i suoi stessi interessi, cioè l’equa ripartizione tra tutti di quote di migranti. Negli altri punti, alcuni condivisibili, siamo di fronte più a “speranze” (tutte dipendenti dagli allentamenti di vincoli di bilancio e tutte prive di coperture) che a progetti: donne, giovani, incentivi alle imprese, tutela ambientale e sostegno alla green economy, ecc. Come si era aperto, così finisce il discoro di Conte: Il popolo si è espresso e ha chiesto il cambiamento”. Slogan ripetuto fino all’ossessione non si sa se per convincere i suoi o per convincere se stesso.

Per chi volesse approfondire il discorso di Conte è facilmente reperibile in rete in formato scritto e in video. Per quello di Dostoevskij: “Discorso su Puskin, Dostoevskij, traduz. E. Lo Gatto, Castelvecchi 2017, 94 pag. – 12,50 €.

 

 

Stanchi dei liberatori – Il Sudafrica del dopo Zuma

Eletto, nel dicembre 2017, presidente dell’ ANC (African National Congress, il più vecchio partito africano), Cyril Ramaphosa, candidato per le presidenziali del prossimo anno, sarà chiamato ad un difficilissimo compito: far dimenticare nel minor tempo possibile la presidenza Zuma, minata da scandali di varia natura, e rilanciare in un sol colpo il partito-guida e l’economia sudafricana. Se è la discontinuità la caratteristica più richiesta al futuro corso presidenziale, è anche vero che pretendere agilità e una rapida messa in moto da un pachiderma ha un sapore piuttosto paradossale. L’Anc, in quanto vero e proprio Partito-Stato egemone in Parlamento fin dall’indipendenza e dalla fine dell’apartheid (1994), è una macchina molto complessa se non altro per la capillarità con cui si è ramificata in tutti i livelli amministrativi e burocratici che ne intreccia indissolubilmente il destino a quello dell’intero sistema paese che, lo ricordiamo, fino al 2008 rientrava nel novero dei cosiddetti “Brics” (quelli cioè ad economia emergente) e che poi vari fattori hanno fatto clamorosamente declassare con prospettive di crescita attualmente negative.

Veniamo ora al “tentacolare” Anc. Fondato nel 1912 durante il dominio coloniale britannico come “South African Native National Congress” per tentare di offrire rappresentanza politica alla maggioranza nera, di orientamento social-democratico e membro dell’Internazionale socialista, è passato, nel corso degli anni, attraverso varie trasformazioni di cui la più vistosa è stata quella che da movimento di liberazione nazionale che perseguiva la lotta armata intrapresa dal 1961 a seguito di repressioni e arresti subiti dopo le proteste contro il “passaporto dei neri” introdotto dal governo bianco, lo ha visto divenire istituzione e guida unica del paese decolonizzato. Dal ’61, con la messa fuorilegge (Mandela sarà arrestato l’anno successivo), l’Anc si divide in due fazioni: quella degli esiliati, organizzati da Oliver Tambo con base a Lusaka in Zambia e quella di chi decise di resistere dall’interno, come ad esempio lo stesso Ramaphosa, con atti di sabotaggio, terrorismo e tentativi di sollevazione popolare (famosi gli scontri di Soweto del giugno ’76 duramente repressi dal National Party, il partito degli afrikaner nazionalisti). Nel 1983 l’ala interna diviene UDF (Fronte Democratico Unito) e vi confluiscono tutte le sigle (chiese, sindacati, attivisti) non ancora vietate e iniziano i negoziati (anche grazie alle forti pressioni internazionali) col governo bianco di De Klerk. Nel ’91 la fine del regime di apartheid, nel ’94 le prime elezioni che vedono Nelson Mandela eletto per un mandato quinquennale. Nel ’99, alla fine della pesante eredità mandeliana, inizia a farsi aspra la lotta per la successione e, soprattutto, per la spartizione del potere tra le varie correnti del movimento. Due i contendenti principali: da un lato lo stesso Ramaphosa, giurista e uomo d’affari cresciuto a Soweto (sobborgo di Johannesburg), pupillo di Mandela, ex-sindacalista del NUM (Sindacato nazionale minatori), abile negoziatore e appartenente all’etnia minoritaria, i Venda (quindi super-partes nello scontro-faida tra le due etnie maggioritarie, quella Zulu e quella Xhosa); dall’altro, Thabo Mbeki (etnia Xhosa, la stessa di Mandela e Tambo), vicepresidente Anc e politico di professione. La spunta Mbeki, che guiderà il paese per ben due mandati, dal ’99 al 2008. Questi, permette al suo braccio destro, ex-capo dell’intelligence dell’Anc, Jacob Zuma la veloce scalata interna al partito che lo porterà, nel 2007, ad essere eletto Presidente. Affari personali e politici porteranno successivamente in conflitto Mbeki e Zuma a colpi di dossier e rivelazioni scottanti. La “destra” del partito, la corrente di Zuma, si caratterizza da questo momento in poi per la corruzione endemica, misure economiche neoliberiste e un approccio ultra-populista nei confronti di un elettorato che subisce gli effetti di un forte rallentamento della crescita (siamo a cavallo della crisi mondiale di 10 anni fa) e un altrettanto aumento della disoccupazione. Il tutto si protrae per anni. Poi, dopo mesi di impasse ed estenuanti trattative e ben otto mozioni di sfiducia da parte del Parlamento, Zuma, coinvolto in giganteschi scandali, è costretto, nello scorso febbraio a lasciare con un paese quasi allo sbando: la valuta locale, il Rand, iper-inflazionata, l’entrata ufficiale in recessione economica, la disoccupazione che tocca un sudafricano su quattro e un tasso di povertà del 40%.

Le ultime Presidenziali, con ben otto candidati, ma due soli in grado di disputarsi il “trono”, vengono vinte da Ramaphosa sull’ex-moglie (e garante per l’impunità) di Zuma, Nkosazana Dlamini, già ministro e presidente dell’Unione Africana, per solo una manciata di voti. Tale evidente spaccatura a metà al proprio interno per l’Anc è segnale di un futuro gravido di pericoli per se stesso e per il Sudafrica: garanzia di stabilità per il suo portato storico e per l’esperienza di governo (lo ripetiamo, ininterrotta dal ’94), l’ Anc rappresenta anche, per il paese, un impaccio e al contempo un’estrema debolezza per il controllo pressoché totale su tutti i livelli amministrativi. In altre parole, il destino sudafricano è legato a doppia mandata a quello del suo ex-movimento di liberazione, espressione in pratica di una sola etnia che rappresenta solo il 20% della popolazione totale, con buona pace dell’effettiva rappresentanza democratica di tutti. Le cose, però, potrebbero cambiare e alcuni segnali, a dire il vero, di ciò sono già in atto. L’opposizione, infatti, guidata dall’ Alleanza democratica (centro-destra) è in forte crescita e in recupero di consenso grazie agli scandali del Partito-Sistema Anc. A sinistra dell’Anc qualcosa inizia a muoversi: l’Eff (partito dei combattenti per la libertà economica), fondato pochi anni or sono da un dissidente dell’Anc si avvicina al 10% dei consensi avendo nel programma la nazionalizzazione mineraria (vecchio progetto Anc mai più messo a punto) e l’esproprio degli agricoltori bianchi; inoltre, il sindacato dei metallurgici (Numsa), prendendo sempre più le distanze da una barca che pare vicina ad affondare qual è ora l’Anc, sembra voler presentare alle presidenziali una propria lista concorrente.

L’Anc, a questo punto, ha davanti a sé un’unica strada: rompere totalmente con le passate stagioni di Zuma. Ma questo significa anche rinunciare alla propria egemonia indiscussa. Saprà e, soprattutto, vorrà farlo?

La politica estera dei Saud

Indipendente dall’ Impero britannico dal trattato di Jedda firmato il 20 maggio 1927, quando ancora era conosciuta col nome di “Regno di Hijaz e Najd”, l’Arabia Saudita, la cui ricchezza petrolifera fu scoperta di lì a poco nel ’38, è una di quelle petromonarchie del Golfo fin dalla loro creazione coccolate dalle potenze occidentali. Prima Gran Bretagna e poi Stati Uniti hanno favorito l’instaurarsi e il rafforzarsi dei sistemi monarchici in assoluto più anacronistici al mondo in quanto diretta emanazione di gruppi tribali, veri e propri clan familiari trasformati in inscalfibili dinastie regnanti. Lo stato saudita ha al suo attivo una serie di record: primo produttore di petrolio al mondo è anche l’unico paese del mondo (ad eccezione del Vaticano) a non avere un parlamento e l’unico in cui Corano e sunna sostituiscono la Costituzione. Una simile configurazione politica è comune agli altri membri del cosiddetto “Consiglio di cooperazione del Golfo”: Bahrain, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Oman e Qatar. Solo due stati dell’area si sono distinti da tale fenomeno: Iran e Iraq: non a caso, sedi fin dall’antichità, di società plurali urbanizzate e dall’enorme patrimonio storico-culturale e uniche ad aver aderito ad un sistema repubblicano pur con i dovuti distinguo. L’Iraq è stato infatti governato dal ’79 al 2003 da una famiglia regnante che riproduceva gli stessi difetti delle altre monarchie assolute in quanto a regime dittatoriale e assenza di democrazia; l’ Iran è divenuto con la “rivoluzione” khomeinista l’unico stato teocratico al mondo pur non essendo governato da un’unica famiglia ma da una Guida Suprema (l’ ayatollah). Proprio il 1979 è stato l’anno spartiacque per gli equilibri geopolitici dell’area: la creazione della Repubblica iraniana e, l’anno dopo, la guerra Iran-Iraq hanno fornito alle monarchie sunnite il pretesto per un’escalation del proprio interventismo, sempre supportato dall’alleato storico, gli Stati Uniti, che agirono in prima linea contro l’Iraq che nel ’90 aveva invaso il Kuwait. Con la fine del blocco sovietico, infatti, la politica estera di Washington aveva ripreso di nuovo vigore sia per contrastare il nemico dell’islam sunnita ovvero l’Iran sciita sia per rafforzare la propria partnership con Riyadh. Forte della rinnovata intesa quest’ultima iniziò ad inasprire i rapporti con gli altri nemici storici: lo Yemen, l’Olp di Arafat e i Fratelli musulmani ,organizzazione islamista internazionale fondata nel 1928 in Egitto con buoni rapporti a Gaza con Hamas, in Libano con Hezbollah e con la dinastia al-Thani al potere in Qatar, insieme alla Turchia grande finanziatrice di tale partito. L’attivismo del Qatar (con la creazione del canale satellitare Al-Jazeera vicino ai Fratelli musulmani e le buone relazioni con l’Islam sciita) ha inasprito i rapporti con l’altro attore forte della regione, l’Arabia Saudita che ambiva all’esclusivo ruolo di guida. Qatar e Arabia Saudita hanno così dato vita a due diverse strategie “controrivoluzionarie” nella regione cercando di pilotare entrambe le deposizioni e i nuovi poteri sorti dopo le primavere arabe. Se l’Arabia si è mostrata baluardo difensivo di ogni regime al potere, preoccupata da ogni destabilizzazione, il Qatar appoggiava con le proprie mire le varie rivolte. Ecco che allora in Tunisia l’emirato ha favorito la rivolta contro il regime di Ben Ali, favorendo il partito Ennahda vicino alla fratellanza, mentre l’Arabia dava asilo al despota deposto. Nello stesso anno (2011) in Bahrain l’Arabia contribuiva a reprimere duramente la rivolta; in Libia il Qatar partecipò all’operazione contro Gheddafi insieme alle altre potenze occidentali, mentre i Saud rimasero a guardare. Il caso Siria invece ha portato alla convergenza delle opposte strategie dei due paesi: i Saud non potevano tollerare il regime filo-sciita e filo-iraniano di Assad così come al-Thani non poteva permettere ad un’eventuale rivoluzione laica e democratica (ipotesi peraltro assai improbabile) di andare in porto. Hanno perciò riconfigurato il fronte anti-Assad isolando i moderati e infiltrandolo di truppe salafite, jihadiste e sunnite spalleggiate anche da Ankara. A complicare il quadro la politica Usa di Obama di riavvicinamento a Teheran che ha portato a sorvolare sulla repressione in Bahrain, a farsi trascinare da Francia & co. nel caos libico, a sostenere le forze sciite in Iraq (inimicandosi Riyadh) e quelle curde in Siria (inimicandosi Ankara). In questo gioco pericoloso di pesi e contrappesi, l’Iran ha ridato anch’esso vigore al proprio espansionismo insediandosi al governo di Baghdad dal 2013 e aiutando Assad in Siria, esasperando Israele e Arabia Saudita (quest’ultima impaurita dall’escalation dei ribelli houti filosciiti in Yemen è intervenuta sanguinosamente in un fronte che attualmente si sta rivelando un massacro ancora più grande di quello siriano). In Yemen,Qatar e Arabia Saudita, come in Siria, si muovono compatti anche grazie al cambio di leadership in seno ai Saud con la nomina nel giugno 2017 di Mohamed bin Salman a nuovo principe ereditario. L’elezione di Trump in America ha però di nuovo incrinato i rapporti tra i due poli della regione, Qatar e Arabia Saudita. La conseguenza macroscopica è il tentativo di isolamento del Qatar (embargo) da parte degli altri paesi dell’area per via del suo sostegno ai Fratelli musulmani. Sul ruolo dell’Iran invece la politica di Trump è fortemente contraddittoria: paladino della revoca dell’iter per l’accordo sul nucleare, egli tenta di raggiungere un accordo (col tramite di Riyadh) con Putin per una tregua duratura in Siria mantenendo Assad al potere perlomeno fino a nuove elezioni. In definitiva, l’attuale politica mediorientale dei sauditi èel più totale caos per le seguenti ragioni: la destituzione di Assad (obiettivo di Riyadh) appare sempre più improbabile; l’offensiva in Yemen sta causando una catastrofe umanitaria verso i civili senza che le forze sciite risentano più di tanto dell’attacco subito e con l’opinione pubblica mondiale ora tutta contro; la strategia del mantenimento di buoni rapporti con Israele si è arenata per la forzatura di Trump del riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele che ha gettato i Saud in un grave imbarazzo; infine sul fronte interno si trovano a dover percorrere un delicato e graduale cammino di “de-wahabizzazione” che prevede concessioni e accordi con la casta degli ulema oltre a una sospensione del welfare state causato dalla riduzione degli introiti petroliferi per il calo del prezzo del greggio.

Il falso mito delle lotte locali

Il concetto di auto-organizzazione delle singole comunità locali, in nome di una lotta contro le decisioni prese dall’alto da parte di una lontana elite politica e subite da un territorio, è una forma di rappresentanza (di “democrazia diretta”, “dal basso”, per usare termini tanto di moda oggi) che viene da un tempo molto lontano. Saul Alinsky (1909-72), figlio di immigrati russi ebrei, nell’ America anni Trenta del Novecento, fu l’ideologo e l’inventore della community organizing con la quale riuscì a portare a termine vittoriosamente diverse battaglie sul piano lavorativo, ambientale e dei diritti civili. Ma cos’è la community organizing? E’ un metodo di lotta radicato in un ristretto quartiere o territorio, in cui un’avanguardia di “organizzatori” raccoglie il malcontento sociale fungendo da collettore, elabora con la comunità una strategia di intervento tramite riunioni, assemblee partecipate e votazioni e dà il via ad azioni non violente come flash-mob, campagne di sensibilizzazione, volantinaggi, picchetti, dimostrazioni, ecc. per portare alla ribalta la propria causa che può essere il contrasto ad un inceneritore, alla chiusura di una biblioteca pubblica, una manifestazione pacifista, ecc. Alinsky accantona i temi generali (come ad esempio la lotta alle diseguaglianze, la sanità pubblica, la salvaguardia ambientale globale, ecc.) per concentrarsi sulle preoccupazioni immediate della comunità, in modo da cementare in breve tempo il consenso attorno alla figura di un leader carismatico (il futuro “capo” delle rivendicazioni) e su una piattaforma programmatica reale, tangibile, tarata su obiettivi alla portata. Dice Alinsky: “lasciate che la gente decida, non importa cosa decida, l’essenza della democrazia è il poter decidere”. Il che equivale ad ammettere la sussistenza di un programma di lotte pensato solo sul presente e sull’immediato futuro di una singola area, una visione a “corto raggio” che non ambisce a farsi blocco né proposta politica, ma solo ad ottenere l’ottenibile secondo la logica del “massimo risultato col minimo sforzo”.

Alinsky creò la sua prima community nel 1938 a Chicago partendo da un comitato di quartiere, il BYNC (Back of the Yards Neighborhood Council), in una zona operaia soggetta a forti tensioni. Qui, unendosi a un sindacalista locale e a un vescovo cattolico, riuscì a fare gruppo portando alla luce le rivendicazioni sociali degli eterogenei gruppi etnici attorno a istanze comuni e a creare delle figure di portavoce in grado di dialogare con le istituzioni per ottenere da esse ascolto e tutela dei propri interessi in un gioco di compromessi dall’una e dall’altra parte. In un’epoca in cui l’Europa appare irrimediabilmente preda dei fascismi e degli egoismi nazionalisti, l’America tutta vede in questo esperimento (che poi verrà replicato nelle lotte dei braccianti agricoli stagionali in California) un piccolo-grande miracolo di partecipazione popolare che contrasta sfiducia e rassegnazione e di vera democrazia. Ma questa è solo la prima battaglia: per vincere le altre Alinsky ha bisogno di “istituzionalizzare” questo “spontaneismo”: ecco, allora, che nel 1940 nasce la IAFI (Industrial Areas Foundation Institute), una specie di sua università privata, una scuola per quadri finanziata dalla Chiesa cattolica, da banchieri filantropi e da liberali di varia natura, da quell’establishment, in pratica, contro cui le lotte dovrebbero essere indirizzate. Il mix di pedagogismo da parrocchia di quartiere e l’evidente riformismo politico dello IAFI (quindi la rinuncia alla radicalità delle rivendicazioni, al tentativo vero di arrecare danno al “sistema”) permette all’ “organizzazione di organizzazioni” di allargarsi a macchia d’olio e di riscuotere anche il consenso di ex-hippie ed ex-rivoluzionari che hanno già da tempo abbassato l’asticella del proprio orizzonte politico e lo slancio verso i grandi temi universali in favore di poco più che beghe condominiali. Con la svolta neoliberista di inizio anni ’80 tali comitati e comitatini pullulano in quanto incentivati e ben tollerati da un potere che si accorge, con essi, di poter prendere i proverbiali due piccioni con una fava: da un lato far credere al popolino che esso è perfettamente in grado di decidere le politiche territoriali e di autodeterminarsi, dall’altro, appurata la non volontà di nuocere in profondità, sfruttarne la capacità penetrativa a livello locale, in un regime di relazioni clientelari buono in sede di elezioni, a prezzo solo di qualche piccola/minuscola concessione.

Se quindi l’organizzazione di comunità, in un’epoca di sfiducia da parte della gente verso sindacati e partiti tradizionali con i loro rappresentati asserragliati nei palazzi del potere, si rivela forse l’unico esempio di vera rappresentazione della volontà democratica e popolare, è anche vero che il rifiuto ideologico sempre professato da A. unito ad un forte pragmatismo, riconduce ognuna di queste battaglie spesso nel campo della pura negoziazione e nella creazione di piccoli contropoteri locali che non mettono in discussione schemi e logiche del centro. In altre parole, il combinato tra forte radicamento territoriale delle lotte e leadership autoctona teorizzato da A. consente la nascita di piccoli cacicchi locali, veri e propri capibastone atti a mobilitare (importante è per A. anche il tema del linguaggio e della propaganda per smuovere le masse) il “popolo” ad essi fedele e i quali sono a loro volta facilmente controllabili e inquadrabili dall’alto (basti pensare che A. prevedeva fino a tre anni di affiancamento dei futuri dirigenti locali con suoi uomini di fiducia).

Rispetto alle dinamiche testè accennate, di un esperimento sociale che come in America non ha mai ambito a farsi potere e proposta unitaria preferendo diluirsi all’interno delle varie correnti dei Democratici (non è un caso se Obama iniziò negli anni ’80 la propria carriera di avvocato nei BYNC di Chicago e la Clinton scrisse una tesi di laurea su Alinsky sposando in pieno il metodo), l’Italia rappresenta un caso a se stante e un po’ particolare. Da noi il movimentismo post-’77 e la giungla di comitati e associazioni locali erano stati corteggiati da una sinistra radical che vedeva in essi il modo per risorgere politicamente e cos’ riaccostarsi ai bisogni della gente e sembrava che questa parcellizzazione avesse trovato un certo collante (come in Ows in America) nella lotta “del 99% contro l’ 1%” e in quella contro il capitalismo globalizzato col Genoa Social Forum. La soppressione violenta e l’esaurirsi della spinta propulsiva di quella stagione ha ricondotto le reti locali a difesa (spesso identitaria) del proprio ristretto territorio (No Tav, No Grandi Navi, No Muos, No Triv, ecc.) e a perdere di vista il bersaglio primario: il capitalismo estrattivo. Poi il salto di qualità: ridotti a Nimby (acronimo per “Not in my backyard”) questi comitati spontanei sono stati tenuti d’occhio e “coltivati” da un movimento, il M5s (volutamente anti-partitico e anti-ideologico ma contraddistinto da una forte leadership, come predicava Alinsky) che, privo di una propria base in quanto neonata formazione, con queste lotte dal basso ha creato un bacino di attivisti, militanti, dirigenti in un percorso ormai quasi ventennale, ottenendo una fiducia tra le popolazioni sempre più ampia fino a giungere alla ribalta della politica nazionale e vincendo le recenti elezioni con ampio margine su tutti i partiti tradizionali.

In questo caso, probabile apripista per modelli da esportazione in altri paesi specie europei, il contropotere locale, la forza “anti-sistema” parte dal basso per arrivare (lo vedremo) a governare e quindi a farsi “sistema”; un movimento eterogeneo che, raccogliendo le istanze dei singoli territori e delle più disparate fasce sociali (dal disoccupato, al piccolo imprenditore, dal giovane studente al pensionato fino alla casalinga), si fa esso stesso establishment contraddicendo gran parte di quelle battaglie (per rimanere all’attuale il dietrofront torinese sul no alle Olimpiadi invernali), basti pensare al neo-europeismo e al neo-atlantismo di Di Maio e allo stesso ideale di democrazia partecipativa se rammentiamo che gli iscritti “decidenti” alla Piattaforma Rousseau sono circa 30mila a fronte di 11 milioni di voti. Il M5s è un caso esemplare cioè della difficoltà di sintetizzare verso obiettivi “alti”, universali (ad esempio come la lotta allo strapotere capitalista, alle diseguaglianze sociali, allo smantellamento del welfare state, ecc.) le lotte particolari, interessate, egoistiche se vogliamo, di difesa del proprio orticello coordinandole tutte verso un’idea diversa, davvero alternativa e “rivoluzionaria” di società e affrancandole da un destino di vittorie di Pirro.