La politica estera dei Saud

Indipendente dall’ Impero britannico dal trattato di Jedda firmato il 20 maggio 1927, quando ancora era conosciuta col nome di “Regno di Hijaz e Najd”, l’Arabia Saudita, la cui ricchezza petrolifera fu scoperta di lì a poco nel ’38, è una di quelle petromonarchie del Golfo fin dalla loro creazione coccolate dalle potenze occidentali. Prima Gran Bretagna e poi Stati Uniti hanno favorito l’instaurarsi e il rafforzarsi dei sistemi monarchici in assoluto più anacronistici al mondo in quanto diretta emanazione di gruppi tribali, veri e propri clan familiari trasformati in inscalfibili dinastie regnanti. Lo stato saudita ha al suo attivo una serie di record: primo produttore di petrolio al mondo è anche l’unico paese del mondo (ad eccezione del Vaticano) a non avere un parlamento e l’unico in cui Corano e sunna sostituiscono la Costituzione. Una simile configurazione politica è comune agli altri membri del cosiddetto “Consiglio di cooperazione del Golfo”: Bahrain, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Oman e Qatar. Solo due stati dell’area si sono distinti da tale fenomeno: Iran e Iraq: non a caso, sedi fin dall’antichità, di società plurali urbanizzate e dall’enorme patrimonio storico-culturale e uniche ad aver aderito ad un sistema repubblicano pur con i dovuti distinguo. L’Iraq è stato infatti governato dal ’79 al 2003 da una famiglia regnante che riproduceva gli stessi difetti delle altre monarchie assolute in quanto a regime dittatoriale e assenza di democrazia; l’ Iran è divenuto con la “rivoluzione” khomeinista l’unico stato teocratico al mondo pur non essendo governato da un’unica famiglia ma da una Guida Suprema (l’ ayatollah). Proprio il 1979 è stato l’anno spartiacque per gli equilibri geopolitici dell’area: la creazione della Repubblica iraniana e, l’anno dopo, la guerra Iran-Iraq hanno fornito alle monarchie sunnite il pretesto per un’escalation del proprio interventismo, sempre supportato dall’alleato storico, gli Stati Uniti, che agirono in prima linea contro l’Iraq che nel ’90 aveva invaso il Kuwait. Con la fine del blocco sovietico, infatti, la politica estera di Washington aveva ripreso di nuovo vigore sia per contrastare il nemico dell’islam sunnita ovvero l’Iran sciita sia per rafforzare la propria partnership con Riyadh. Forte della rinnovata intesa quest’ultima iniziò ad inasprire i rapporti con gli altri nemici storici: lo Yemen, l’Olp di Arafat e i Fratelli musulmani ,organizzazione islamista internazionale fondata nel 1928 in Egitto con buoni rapporti a Gaza con Hamas, in Libano con Hezbollah e con la dinastia al-Thani al potere in Qatar, insieme alla Turchia grande finanziatrice di tale partito. L’attivismo del Qatar (con la creazione del canale satellitare Al-Jazeera vicino ai Fratelli musulmani e le buone relazioni con l’Islam sciita) ha inasprito i rapporti con l’altro attore forte della regione, l’Arabia Saudita che ambiva all’esclusivo ruolo di guida. Qatar e Arabia Saudita hanno così dato vita a due diverse strategie “controrivoluzionarie” nella regione cercando di pilotare entrambe le deposizioni e i nuovi poteri sorti dopo le primavere arabe. Se l’Arabia si è mostrata baluardo difensivo di ogni regime al potere, preoccupata da ogni destabilizzazione, il Qatar appoggiava con le proprie mire le varie rivolte. Ecco che allora in Tunisia l’emirato ha favorito la rivolta contro il regime di Ben Ali, favorendo il partito Ennahda vicino alla fratellanza, mentre l’Arabia dava asilo al despota deposto. Nello stesso anno (2011) in Bahrain l’Arabia contribuiva a reprimere duramente la rivolta; in Libia il Qatar partecipò all’operazione contro Gheddafi insieme alle altre potenze occidentali, mentre i Saud rimasero a guardare. Il caso Siria invece ha portato alla convergenza delle opposte strategie dei due paesi: i Saud non potevano tollerare il regime filo-sciita e filo-iraniano di Assad così come al-Thani non poteva permettere ad un’eventuale rivoluzione laica e democratica (ipotesi peraltro assai improbabile) di andare in porto. Hanno perciò riconfigurato il fronte anti-Assad isolando i moderati e infiltrandolo di truppe salafite, jihadiste e sunnite spalleggiate anche da Ankara. A complicare il quadro la politica Usa di Obama di riavvicinamento a Teheran che ha portato a sorvolare sulla repressione in Bahrain, a farsi trascinare da Francia & co. nel caos libico, a sostenere le forze sciite in Iraq (inimicandosi Riyadh) e quelle curde in Siria (inimicandosi Ankara). In questo gioco pericoloso di pesi e contrappesi, l’Iran ha ridato anch’esso vigore al proprio espansionismo insediandosi al governo di Baghdad dal 2013 e aiutando Assad in Siria, esasperando Israele e Arabia Saudita (quest’ultima impaurita dall’escalation dei ribelli houti filosciiti in Yemen è intervenuta sanguinosamente in un fronte che attualmente si sta rivelando un massacro ancora più grande di quello siriano). In Yemen,Qatar e Arabia Saudita, come in Siria, si muovono compatti anche grazie al cambio di leadership in seno ai Saud con la nomina nel giugno 2017 di Mohamed bin Salman a nuovo principe ereditario. L’elezione di Trump in America ha però di nuovo incrinato i rapporti tra i due poli della regione, Qatar e Arabia Saudita. La conseguenza macroscopica è il tentativo di isolamento del Qatar (embargo) da parte degli altri paesi dell’area per via del suo sostegno ai Fratelli musulmani. Sul ruolo dell’Iran invece la politica di Trump è fortemente contraddittoria: paladino della revoca dell’iter per l’accordo sul nucleare, egli tenta di raggiungere un accordo (col tramite di Riyadh) con Putin per una tregua duratura in Siria mantenendo Assad al potere perlomeno fino a nuove elezioni. In definitiva, l’attuale politica mediorientale dei sauditi èel più totale caos per le seguenti ragioni: la destituzione di Assad (obiettivo di Riyadh) appare sempre più improbabile; l’offensiva in Yemen sta causando una catastrofe umanitaria verso i civili senza che le forze sciite risentano più di tanto dell’attacco subito e con l’opinione pubblica mondiale ora tutta contro; la strategia del mantenimento di buoni rapporti con Israele si è arenata per la forzatura di Trump del riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele che ha gettato i Saud in un grave imbarazzo; infine sul fronte interno si trovano a dover percorrere un delicato e graduale cammino di “de-wahabizzazione” che prevede concessioni e accordi con la casta degli ulema oltre a una sospensione del welfare state causato dalla riduzione degli introiti petroliferi per il calo del prezzo del greggio.

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Il falso mito delle lotte locali

Il concetto di auto-organizzazione delle singole comunità locali, in nome di una lotta contro le decisioni prese dall’alto da parte di una lontana elite politica e subite da un territorio, è una forma di rappresentanza (di “democrazia diretta”, “dal basso”, per usare termini tanto di moda oggi) che viene da un tempo molto lontano. Saul Alinsky (1909-72), figlio di immigrati russi ebrei, nell’ America anni Trenta del Novecento, fu l’ideologo e l’inventore della community organizing con la quale riuscì a portare a termine vittoriosamente diverse battaglie sul piano lavorativo, ambientale e dei diritti civili. Ma cos’è la community organizing? E’ un metodo di lotta radicato in un ristretto quartiere o territorio, in cui un’avanguardia di “organizzatori” raccoglie il malcontento sociale fungendo da collettore, elabora con la comunità una strategia di intervento tramite riunioni, assemblee partecipate e votazioni e dà il via ad azioni non violente come flash-mob, campagne di sensibilizzazione, volantinaggi, picchetti, dimostrazioni, ecc. per portare alla ribalta la propria causa che può essere il contrasto ad un inceneritore, alla chiusura di una biblioteca pubblica, una manifestazione pacifista, ecc. Alinsky accantona i temi generali (come ad esempio la lotta alle diseguaglianze, la sanità pubblica, la salvaguardia ambientale globale, ecc.) per concentrarsi sulle preoccupazioni immediate della comunità, in modo da cementare in breve tempo il consenso attorno alla figura di un leader carismatico (il futuro “capo” delle rivendicazioni) e su una piattaforma programmatica reale, tangibile, tarata su obiettivi alla portata. Dice Alinsky: “lasciate che la gente decida, non importa cosa decida, l’essenza della democrazia è il poter decidere”. Il che equivale ad ammettere la sussistenza di un programma di lotte pensato solo sul presente e sull’immediato futuro di una singola area, una visione a “corto raggio” che non ambisce a farsi blocco né proposta politica, ma solo ad ottenere l’ottenibile secondo la logica del “massimo risultato col minimo sforzo”.

Alinsky creò la sua prima community nel 1938 a Chicago partendo da un comitato di quartiere, il BYNC (Back of the Yards Neighborhood Council), in una zona operaia soggetta a forti tensioni. Qui, unendosi a un sindacalista locale e a un vescovo cattolico, riuscì a fare gruppo portando alla luce le rivendicazioni sociali degli eterogenei gruppi etnici attorno a istanze comuni e a creare delle figure di portavoce in grado di dialogare con le istituzioni per ottenere da esse ascolto e tutela dei propri interessi in un gioco di compromessi dall’una e dall’altra parte. In un’epoca in cui l’Europa appare irrimediabilmente preda dei fascismi e degli egoismi nazionalisti, l’America tutta vede in questo esperimento (che poi verrà replicato nelle lotte dei braccianti agricoli stagionali in California) un piccolo-grande miracolo di partecipazione popolare che contrasta sfiducia e rassegnazione e di vera democrazia. Ma questa è solo la prima battaglia: per vincere le altre Alinsky ha bisogno di “istituzionalizzare” questo “spontaneismo”: ecco, allora, che nel 1940 nasce la IAFI (Industrial Areas Foundation Institute), una specie di sua università privata, una scuola per quadri finanziata dalla Chiesa cattolica, da banchieri filantropi e da liberali di varia natura, da quell’establishment, in pratica, contro cui le lotte dovrebbero essere indirizzate. Il mix di pedagogismo da parrocchia di quartiere e l’evidente riformismo politico dello IAFI (quindi la rinuncia alla radicalità delle rivendicazioni, al tentativo vero di arrecare danno al “sistema”) permette all’ “organizzazione di organizzazioni” di allargarsi a macchia d’olio e di riscuotere anche il consenso di ex-hippie ed ex-rivoluzionari che hanno già da tempo abbassato l’asticella del proprio orizzonte politico e lo slancio verso i grandi temi universali in favore di poco più che beghe condominiali. Con la svolta neoliberista di inizio anni ’80 tali comitati e comitatini pullulano in quanto incentivati e ben tollerati da un potere che si accorge, con essi, di poter prendere i proverbiali due piccioni con una fava: da un lato far credere al popolino che esso è perfettamente in grado di decidere le politiche territoriali e di autodeterminarsi, dall’altro, appurata la non volontà di nuocere in profondità, sfruttarne la capacità penetrativa a livello locale, in un regime di relazioni clientelari buono in sede di elezioni, a prezzo solo di qualche piccola/minuscola concessione.

Se quindi l’organizzazione di comunità, in un’epoca di sfiducia da parte della gente verso sindacati e partiti tradizionali con i loro rappresentati asserragliati nei palazzi del potere, si rivela forse l’unico esempio di vera rappresentazione della volontà democratica e popolare, è anche vero che il rifiuto ideologico sempre professato da A. unito ad un forte pragmatismo, riconduce ognuna di queste battaglie spesso nel campo della pura negoziazione e nella creazione di piccoli contropoteri locali che non mettono in discussione schemi e logiche del centro. In altre parole, il combinato tra forte radicamento territoriale delle lotte e leadership autoctona teorizzato da A. consente la nascita di piccoli cacicchi locali, veri e propri capibastone atti a mobilitare (importante è per A. anche il tema del linguaggio e della propaganda per smuovere le masse) il “popolo” ad essi fedele e i quali sono a loro volta facilmente controllabili e inquadrabili dall’alto (basti pensare che A. prevedeva fino a tre anni di affiancamento dei futuri dirigenti locali con suoi uomini di fiducia).

Rispetto alle dinamiche testè accennate, di un esperimento sociale che come in America non ha mai ambito a farsi potere e proposta unitaria preferendo diluirsi all’interno delle varie correnti dei Democratici (non è un caso se Obama iniziò negli anni ’80 la propria carriera di avvocato nei BYNC di Chicago e la Clinton scrisse una tesi di laurea su Alinsky sposando in pieno il metodo), l’Italia rappresenta un caso a se stante e un po’ particolare. Da noi il movimentismo post-’77 e la giungla di comitati e associazioni locali erano stati corteggiati da una sinistra radical che vedeva in essi il modo per risorgere politicamente e cos’ riaccostarsi ai bisogni della gente e sembrava che questa parcellizzazione avesse trovato un certo collante (come in Ows in America) nella lotta “del 99% contro l’ 1%” e in quella contro il capitalismo globalizzato col Genoa Social Forum. La soppressione violenta e l’esaurirsi della spinta propulsiva di quella stagione ha ricondotto le reti locali a difesa (spesso identitaria) del proprio ristretto territorio (No Tav, No Grandi Navi, No Muos, No Triv, ecc.) e a perdere di vista il bersaglio primario: il capitalismo estrattivo. Poi il salto di qualità: ridotti a Nimby (acronimo per “Not in my backyard”) questi comitati spontanei sono stati tenuti d’occhio e “coltivati” da un movimento, il M5s (volutamente anti-partitico e anti-ideologico ma contraddistinto da una forte leadership, come predicava Alinsky) che, privo di una propria base in quanto neonata formazione, con queste lotte dal basso ha creato un bacino di attivisti, militanti, dirigenti in un percorso ormai quasi ventennale, ottenendo una fiducia tra le popolazioni sempre più ampia fino a giungere alla ribalta della politica nazionale e vincendo le recenti elezioni con ampio margine su tutti i partiti tradizionali.

In questo caso, probabile apripista per modelli da esportazione in altri paesi specie europei, il contropotere locale, la forza “anti-sistema” parte dal basso per arrivare (lo vedremo) a governare e quindi a farsi “sistema”; un movimento eterogeneo che, raccogliendo le istanze dei singoli territori e delle più disparate fasce sociali (dal disoccupato, al piccolo imprenditore, dal giovane studente al pensionato fino alla casalinga), si fa esso stesso establishment contraddicendo gran parte di quelle battaglie (per rimanere all’attuale il dietrofront torinese sul no alle Olimpiadi invernali), basti pensare al neo-europeismo e al neo-atlantismo di Di Maio e allo stesso ideale di democrazia partecipativa se rammentiamo che gli iscritti “decidenti” alla Piattaforma Rousseau sono circa 30mila a fronte di 11 milioni di voti. Il M5s è un caso esemplare cioè della difficoltà di sintetizzare verso obiettivi “alti”, universali (ad esempio come la lotta allo strapotere capitalista, alle diseguaglianze sociali, allo smantellamento del welfare state, ecc.) le lotte particolari, interessate, egoistiche se vogliamo, di difesa del proprio orticello coordinandole tutte verso un’idea diversa, davvero alternativa e “rivoluzionaria” di società e affrancandole da un destino di vittorie di Pirro.

Analisi del vuoto politico del 4 marzo 2018

Il verdetto inappellabile delle urne il 4 marzo condanna con la massima pena (senza attenuanti) il Pd e il renzismo, sua profonda e forse ultima degenerazione. A capitalizzare l’emorragia di voti, la “grande fuga” da esso, due diverse (ma molto simili, anche) forme di populismo reazionario: il M5s al centro-sud e la destra, travestita da centro-destra e guidata da Salvini, al Nord. Tra questi due vasi di ferro è il vaso di coccio costituito dal Pd ( e dai cespugli alla sua sinistra) ad avere ovviamente la peggio: confinato nelle “riserve” tosco-emiliane e nell’alto-atesino grazie al travaso del Svp, il Partito democratico è stato infatti riconfermato dal proprio elettorato, rispetto alle precedenti politiche del 2013, solo nel 43% dei casi (contro il 76% del M5s), con una migrazione verso l’astensione di un quinto dei suoi ex-votanti e verso il M5s per 1/7 (fonte Ipsos) e tutto nonostante una legge elettorale creata per arginare il movimento di Grillo e Casaleggio jr. nell’uninominale così da poter sfruttare la trita retorica del “voto utile”, refrain che si ripresenta, all’avvicinarsid ei marosi, puntuale ad ogni tornata.

Al sud il M5s prende quasi il 50% (un vero e proprio dato plebiscitario) sfruttando abilmente la disgregazione del vecchio potentato clientelare (sempre meno in grado di assorbire una disoccupazione da stato d’emergenza, sia nell’economia legale che in quella illegale, vista ormai anche l’internazionalizzazione delle mafie arrivate a valersi direttamente in loco di tale “manodopera”, ovvero nelle nuove filiali europee e mondiali) e le sirene del reddito di cittadinanza. Quest’ultimo, abile truffa elettorale dall’irrealizzabile costo stimato di 30 miliardi di euro che in realtà è un sussidio di disoccupazione che amplia dotazione economica e platea dei beneficiari rispetto al già presente Rei (reddito europeo di inclusione) introdotto dall’ultimo governo, pare aver spinto frotte di disoccupati e di giovani alle urne, stanchi ormai di dover migrare per trovare lavoro (e dignità). Al nord, il M5s invece non “sfonda”, ma riesce comunque a rafforzare il suo blocco sociale d’elezione, quello costituito dalla “santa alleanza” tra voto antisistema delle classi operaie specialmente e voto del piccolo-medio padronato di provincia (bacino non facile da erodere specie nei confronti della “nuova” Lega di Salvini). La “trasformazione” e l’Opa offerta dal rinnovato M5s di Di Maio consiste, con contraddizioni lampanti, nel candidarsi infatti ad assurgere al ruolo di nuova “balena gialla“, di forza antisistema che per “responsabilità” si fa sistema, pronta e matura per governare e ad accordarsi un po’ con tutti gli altri partiti, e come garante di istanze sociali il più variegate possibile grazie al suo collocarsi, furbamente, fin dall’inizio, in quella zona grigia, “opaca” che non è né destra né sinistra. Un abile posizionamento che ha fatto facilmente breccia, va detto, in un elettorato ben poco esigente in termini di contenuti e discrepanze programmatiche, che le ha consentito di ingigantire a proprio favore l’altra trita retorica, quella sulla sicurezza, di ammiccare ampiamente al popolo (ampissimo) degli evasori fiscali, con la soppressione di Equitalia come delle quote latte a suo tempo e di cavalcare l’infame campagna mediatica sulle ong “taxi del mare” (infame perché giocata sulla pelle di esseri umani) e quindi, in definitiva, di pescare nel bacino elettorale di destra, così come, con un certo egualitarismo d’accatto, tra Rousseau e Robespierre, oltre che con richiami al vecchio ecologismo da nimby, poter ripetere tale operazione di pesca a strascico verso gli elettori tra il bacino di sinistra. Al nord, inoltre,  la melodia vincente è invece risultata quella, tipicamente destrorsa, dell’abbassamento delle tasse: la famigerata flat tax, emblema del parassitismo sociale dei ceti ricchi nei confronti di quelli più poveri su cui scaricano tutta la spesa pubblica. Qui ha giocato senza dubbio un ruolo importante, oltre alla campagna xenofoba anti-migranti, anche l’abolizione della legge Fornero (anch’essa senza indicare alcuna copertura, in linea con una campagna elettorale all’insegna di chi la sparava più grossa, la peggiore probabilmente dal ’48 per pochezza di contenuti e squallore del tono complessivo), tra le misure più impopolari del governo montiano.

Il centro-destra (unica coalizione a correre) rispetto al passato è anch’esso mutato: ora la trazione (anteriore) è tutta a destra. Berlusconi è un leader fantoccio (oltre che incandidabile) e la Meloni ha numeri esigui: razzismo, populismo e demagogia hanno pagato eccome in sede di voto e Salvini, da bravo politico-sciacallo qual è, ha giocato molto bene le proprie carte (tra le quali è spuntato, incredibilmente, il quarto asso costituito dai fatti di Macerata dove la Lega è passata dallo 0,6% al 20% !). Nonostante i dati del 2017 sull’anno precedente mostrino tutti un calo degli sbarchi del 34% (sarà pure servito a qualcosa pagare lautamente i carcerieri libici e nigerini per fare il lavoro sporco) e dei reati comuni in genere, l’italiano medio (che nel caso recente di Firenze mostra un’inquietante coincidenza col monicelliano “borghese piccolo piccolo”) continua ad avere come preoccupazioni principali i temi della sicurezza e dell’immigrazione e a percepire come public enemy number one il “nero che fa la bella vita negli hotel 5 stelle” e che quando lavora “ruba il posto agli italiani”.

Se Salvini e Grillo (pardon, Di Maio, volendo prestar fede al dileguarsi di Grillo, altra abile messinscena) sono i vincitori, lo sconfitto vero è il Pd e tutti i tentativi, raffazzonatissimi, alla sua sinistra (vera e presunta) di dar vita ad una credibile e consistente alternativa ad esso. Il quadriennio renziano (e il suo continuum gentiloniano) ha mostrato un partito tardo-blairiano e tardo-schroederiano che ha perseguito (e realizzato in larga parte) tutte le politiche del centro-destra, nonostante sia risaputo come certi elettorati preferiscano l’originale rispetto alla pallida imitazione. Un partito già nato malissimo nel 2007 con le sue smanie di “vocazioni maggioritarie” come disse Veltroni, sempre più espressione della medio-grande industria leopoldiera, scalato con facilità dai cerchi magici etrusco-fiorentini e ridotto ad intellighenzia (si fa per dire) autoreferenziale, incapace di intercettare addirittura i voti del suo storico elettorato nella corsa disperata all’altro “Papa straniero”, quell’Obama (Nobel per la pace!) il cui pensiero è stato spazzato via in un battibaleno dal trumpismo ma capacissimo di inchinarsi alle tecnocrazie finanziarie di Bruxelles: percepito come “la” forza per eccellenza del Sistema, è così crollato in ogni dove, eccetto in quelle piccole enclavi appenniniche dove ancora regge anacronisticamente il sistema consociativista della peggior faccia del compromesso Dc-Pci, ora però sempre più accerchiate.

Alla sinistra del Pd, come lecito aspettarsi, il deserto: “Liberi e uguali” (LeU) si mostra per quello che è, un tardivo e velleitario tentativo di porsi come futura stampella di sinistra al Pd e avamposto di un’assurda resurrezione dell’Ulivo, reso grottesco dalla candidatura di un uomo come Grasso (e dietro cui c’erano personaggi come Bersani e D’Alema) che ricorderemo solo per la sparata dell’abolizione delle tasse universitarie. Ancora peggio “Potere al popolo” la lista populista di sinistra dell’imboscata Rifondazione che si maschera ancora dietro il movimentismo da centro sociale (e poco più) e che sperava di confondere le acque della solita operazione verticistica di partito, molto last-minute, con un flebile sussulto dal basso.

Di fronte all’apparente impasse e alle difficoltà di formare un nuovo governo, tutti, in questo gioco delle parti, si vestono da statisti, mostrandosi disponibili e aperti ad ogni dialogo (possibilità d’intesa, per capirci, poveri illusi, credete ancora al rispetto dei programmi?): staremo a vedere. L’unica cosa certa è che dal voto emerge un’Italia dai chiari connotati: un paese impaurito, vittima (e propria carnefice) di un diffuso degrado socio-culturale, priva di una visione di futuro, che preferisce guardare più al blocco di Visegrad che ai Trattati di Roma (e al Manifesto di Ventotene), che sceglie la chiusura e l’arroccamento identitario, demograficamente sempre più vecchia (e nonostante gli slanci al “rinnovamento”) e stanca, tenuta ormai in vita da sole due voci economiche, l’export (finchè regge) e il turismo (ultima spiaggia), sempre più meschina e ipocrita (la famiglia Regeni ne sa qualcosa, tanto per fare un esempio), ridotta a muoversi a tastoni nel buio pesto di quest’Europa, alla ricerca disperata di una “luce”.